[La polemica] La droga per correre più veloci ha in mano il mondo del ciclismo. Dopo Pantani c’è più di prima

Da Froome ad Armostromg i grandi campioni sono quasi tutti coinvolti. Davvero possiamo credere che dei ciclisti che tengono 40 di media persino nelle tappe con le salite più impervie siano degli uomini normali, che possano stare tutti in gruppo su quelle rampe durissime, i campioni con i loro gregari che fanno sparate impossibili divorando i tornanti come se fossero su una motocicletta? Lo vogliamo credere. Perché ci diverte così.

Chris Froome
Chris Froome

«Su 200 corridori iscritti al Tour saranno cinque quelli puliti». Lo dice Lance Armstrong, 7 tour vinti e 7 tour revocati, la tragica icona di questo ciclismo condannato al sacrificio. Lo chiamano doping, con eufemismo molto english, ma è la droga che serve per correre più veloci di tutto questo tempo che ci divora, più veloci dei miti e delle fatiche, del passato e di quello che sei adesso. E’ la droga che serve per stare solo in gara, semplicemente. Forse bisognerebbe smetterla con questa retorica dello stupore, per cui tutte le volte che un campione finisce sui titoli dei giornali perché beccato a doparsi per vincere, noi ci mettiamo subito a urlare allo scandalo fingendo chissà quale sorpresa.

Chris Froome è solo l’ultimo della lista, l’ultimo degli onesti che è caduto, al fondo di un elenco interminabile che comprende i grandi trionfatori al Giro, al Tour, alla Vuelta, e non solo. Ma davvero possiamo credere che dei ciclisti che tengono 40 di media persino nelle tappe con le salite più impervie siano degli uomini normali, che possano stare tutti in gruppo su quelle rampe durissime, i campioni con i loro gregari che fanno sparate impossibili divorando i tornanti come se fossero su una motocicletta? Lo vogliamo credere. Perché ci diverte così. Perché questo è il mondo in cui viviamo e nessuno vuole tornare indietro. Soprattutto loro, i ciclisti, non vogliono tornare indietro.

Non che un tempo fossero tutti santi. Ma di sicuro il doping non era così diffuso, i più forti emergevano e i distacchi erano abissali, mica come adesso che all’ultimo chilometro sono ancora in gruppo, tutti belli pompati. E le droghe di un tempo erano bombette, nessuno avrebbe mai potuto prendere l’eritroproteina, la famigerata epo, o una di quelle droghe che danno ai cavalli e ai nani. Uno come Bartali che al massimo si beveva un bicchiere di vino, partiva in salita e non lo vedevano più. Oggi, sarebbe lui a guardare gli altri correre. Nel ciclismo sono arrivati la scienza e la medicina, e dottori azzeccagarbugli con le loro tabelle criminali, in un mondo di vecchi contadini che amavano la fatica e che ora hanno scoperto i soldi, montagne di soldi. Ce ne sono per tutti.     

Si potrebbe cominciare da un libro. «Sono il ciclista segreto», uscito in Francia, di autore anonimo, perché è un corridore ancora in attività. Racconta di come si vendono le tappe, si falsano gare con scommesse, si eludono controlli antidoping, si evitano squalifiche conoscendo le persone giuste. Funziona così dagli Anni 90, e non per toccare il solito tasto dolente, ma lo sapevano tutti che il doping era la pratica più diffusa del ciclismo, anche se qualche magistrato che va tanto di moda aveva voluto punirne uno solo: Marco Pantani. Alla resa dei conti, la droga c’è più di prima. Ovviamente. Il Pirata invece non c’è più.

D’altro canto, la vicenda di Lance Armstrong aveva già sollevato il velo su questo scandalo e su questi traffici, rafforzando pure forti sospetti sul ruolo molto ambiguo tenuto dall’Uci, l’Unione ciclistica internazionale. Alla fine era venuto fuori di tutto, dalle camere d’albergo delle grandi corse trasformate in centri di trasfusione, l’uso di Epo, testosterone e cortisone allargato a tutta la squadra, la Us Postal. Il primo a denunciare era stato un corridore italiano, Filippo Simeoni, per questo perseguitato da Armstrong ed emarginato dal gruppo.

Il fatto è che Lance era un intoccabile, una leggenda dello sport, che nel 1996 era stato costretto a fermarsi per vincere un tumore ai testicoli. Era tornato dopo due anni, miracolato da quella battaglia disperata, e aveva subito cominciato a vincere. Sette tour di fila. E si fa promotore di associazioni benefiche e ideatore di campagne per la sensibilizzazione verso quelle malattie da cui lui ne era venuto fuori con grande forza di volontà. Ma ormai sono i suoi ex compagni di squadra a smascherarlo. «Lo usavamo tutti».

Nel 2006, in un Tour già decimato dall’inchiesta spagnola contro il doping denominata Operacion Puerto, vince un suo ex gregario, Floyd Landis, beccato subito dopo: testosterone. Scrive una mail di confessione ai vertici del ciclismo e racconta come ai tempi della Us Postal, il direttore Johan Bryneel lo istruì all’uso di Epo sintetica, steroidi e trasfusioni di sangue per sfuggire ai controlli. Era stato lo stesso Armstrong a spiegargli come funzionava il giochino.Tutto questo, mentre uno dopo l’altro i grandi nomi vengono pizzicati almeno una volta.

All’Operacion Puerto è toccato a  Basso, due Giri d’Italia vinti, che ha prima confessato di essere stato tentato di far uso di sostanze dopanti e poi ha corretto il tiro dicendo che ne era solo a conoscenza. Non sembra che gli abbiano creduto: sospeso due anni. Poi è stata la volta di Contador, el pistolero, uno che ha vinto di tutto, Giro, Tour e Vuelta. E dietro di lui un elenco senza fine: Danilo Di Luca, Stefano Garzelli, Tyler Hamilton, Alessandro Petacchi, Riccardo Riccò, Bjarne Riis, Alejandro Valverde, Vinokurov e Museeuw... C’è di tutto lì dentro, dai campioni alle promesse, dai velocisti ai domintaori delle gare di un giorno. L’ultimo onesto è Chris Froome, che magari qualche sospetto lo dava con le sue sparate in salita senza mai un cedimento, ma che ne è sempre uscito illeso.

Chris Froome, 4 tour e una Vuelta vinti, si dichiara del tutto innocente. Detto che lo ripeteva anche Armstrong, bisogna credergli fino a prova contraria. Il controllo è del 7 settembre, ultima Vuelta vinta e anche le controanalisi hanno confermato l’uso di salbutamolo (un farmaco antiasmatico, broncodilatatore) in misura eccessiva. Alessandro Petacchi e Diego Ulissi erano stati beccati per lo stesso motivo e avevano preso, il primo un anno, il secondo nove mesi. Se adesso saranno altrettanto severi, Froome salterà il prossimo Giro d’Italia. Ma lui continua a proclamare la sua innocenza: «E’ noto che ho l’asma e so esattamente quali sono le regole. Uso un inalatore per gestire i miei sintomi. Alla Vuelta la mia asma era peggiorata e ho seguito il consiglio del medico per aumentare il dosaggio». Cioé, lui non ha colpe.

Gli crediamo? Sinceramente, non ci interessa. Per noi non ha importanza. Nel senso che quello che è veramente importante è ridare credibilità a questo sport meraviglioso, fatto di fatica e di coraggio. Uno sport finito negli abissi della menzogna, dentro alle sue gare truccate dalle droghe, nel cuore di tutte le persone derubate da questo inganno, che riuscivano a commuoversi quando lui saliva sul palco: «Mi chiamo Lance Armstrong, sono sopravvissuto al cancro, ho 5 figli. E naturalmente ho vinto 7 tour de France».