[L’analisi] Froome il frullatore diventato leggenda. Con una scalata ha deciso il giro d’Italia. Ma resta una macchia

Questo trionfo, questa giornata gloriosa di un grande atleta che fino adesso aveva dominato 4 Tour de France e la Vuelta, si porta dietro la macchia di una inchiesta per doping che potrebbe anche cancellarlo dall’albo d’oro

Chris Froome - Foto Ansa
Chris Froome - Foto Ansa

Solo il ciclismo può regalare giornate come questa, sul Colle delle Finestrelle e lo Jafferau, quando l’uomo rimonta le salite come si scala la vita, da solo contro il tempo e contro il destino, più forte pure di se stesso, a cercare la grandezza sulle cime che parlano al cielo. Chris Froome, 4 volte trionfatore del Tour, ha rovesciato il Giro, facendo di questa corsa ancora una volta una leggenda. Imprese come la sua le fecero Coppi, Bartali, Adorni, Merckx, Hinault, anche Gimondi e Chiappucci al Tour de France del 92, e poi non ce ne ricordiamo altri. Per ribaltare la corsa ha avuto bisogno di questa tappa da Venaria Reale a Bardonecchia, con un profilo degno di un elettrocardiogramma impazzito, salite, discese, sterrati, e poi di nuovo discese e risalite, come noi abbiamo bisogno delle curve della vita per arrivare più in alto del nostro cuore. Ha attaccato a metà della salita del Colle delle Finestrelle, la Cima Coppi di questo Giro, una di quelle montagne che sono già leggenda del ciclismo, affascinante, durissima, difficile da affrontare perché le pendenze non mollano mai, con la seconda parte addirittura atroce, 8 chilometri di sterrato al 9 per cento, un vero e proprio massacro di fatica. Ha attaccato a 82 km dall’arrivo, facendosi tre scalate in solitaria, lasciando la maglia rosa Yates, che fino a quel momento aveva dominato la corsa, a più di mezz’ora di distacco, 38 minuti e 57 secondi per la precisione.

Ma c'è una macchia per doping

Ha preso tutto, tappa e primato in classifica, rimontando tutti quelli che gli stavano davanti, proprio nel giorno del ritiro di Fabio Aru, il nostro corridore più forte. Adesso dietro di lui c’è solo Dumoulin, il vincitore dell’anno scorso, ad appena 37 secondi, ma concretamente senza speranze, per come è arrivato stremato al traguardo. Lo spagnolo Contador, ormai un campione del passato, aveva appena commentato che questo Giro era segnato: «Yates è troppo forte e Froome è troppo distante». Non ci credeva nessuno. Forse nemmeno lui, che subito dopo il traguardo ha confessato di non aver «mai fatto cose così. Mi sentivo bene, solo che avevo troppo distacco in classifica e ho pensato che per vincere dovevo fare qualcosa di straordinario. Ho fatto una cosa pazza, ma ce l’ho fatta». Così questa folle giornata, «che rimarrà nella storia del ciclismo», come ha detto Thibaud Pinot (secondo a più di 3 minuti, e ora terzo in classifica), ha regalato da una parte il frullatore, come chiamano Froome per quei frenetici scatti di pedali che molla sulle salite a velocità accelerata, che divorava la strada come se non sentisse la fatica e dall’altra la pedalata stanca di Simon Yates, come se si portasse dietro un macigno, il volto distrutto dalla crisi e dalla sconfitta, lo sguardo svuotato, la bocca spalancata a cercare un respiro. E’ la legge del ciclismo. Chi vince distrugge chi perde. Non gli può lasciare scampo. Ma questo trionfo, questa giornata gloriosa di un grande atleta che fino adesso aveva dominato 4 Tour de France e la Vuelta, si porta dietro la macchia di una inchiesta per doping che potrebbe anche cancellarlo dall’albo d’oro.

All’ultima Vuelta, il 7 settembre del 2017, al termine della 18ma tappa da Suances a Santo Toribio de Liebana, un controllo antidoping aveva rilevato nelle urine di Froome una quantità di salbutamolo (un broncodilatatore usato per curare l’asma e che quindi aiuta i corridori a sentire meno fatica) doppia rispetto al consentito. «So di non aver fatto nulla di sbagliato», aveva detto prima di cominciare il Giro. «Ho il diritto di essere qui e di lottare per la vittoria così come ho il diritto di dimostrare che non ho sbagliato. Soffro di asma e i medici erano stati avvertiti delle mie difficoltà. Adesso sono al Giro e voglio ripetere le imprese di Merckx». Per ora c’è riuscito con una grande prova d’orgoglio, il riscatto di un campione nel momento più difficile della sua carriera, quando la sua grandezza rischia di essere macchiata da una condanna che gli toglierebbe anche questo Giro ormai quasi vinto. Era partito male, con due cadute, una delle quali abbastanza rovinosa a Gerusalemme, sconfitto nelle cronometro e arrancando sulle prime salite dietro a uno straripante Simon Yates che oltre a vincere tre tappe si andava a prendere pure i traguardi intermedi, facendo il cannibale proprio come i rivali della sua epoca chiamavano Eddy Merckx. Froome ha 33 anni. Yates 25, il nuovo che avanza. Froome alla sua età era stato espulso al Giro d’Italia per essersi fatto trainare dalla propria ammiraglia in un tratto in salita. Yates ha vinto tre tappe e ha dominato la classifica fino a quel maledetto Colle delle Finestrelle. Froome era arrivato al massimo sesto in una tappa che arrivava sul colle di San Luca. Sarebbe esploso solo l’anno dopo rischiando di vincere la Vuelta e poi, nel 2012, a 27 anni, secondo al Tour de France, dietro il suo capitano Bradley Wiggins, che però gli toccava sempre aspettare sulle salite per aiutarlo a non perdere contatto dai primi. Una volta fece pure un plateale gesto di stizza, come a dire «ma questo va proprio piano, mica possiamo andare avanti così». Solo allora capirono tutti che il futuro era proprio suo.

Una nuova impresa leggendaria

Oggi è riuscito a trattenerlo ancora, il futuro, con questa impresa leggendaria, inventandosi questa tappa capolavoro come una dichiarazione di grandezza. «Io sono il più forte». Frullando vorticosamente sui pedali, come sa fare solo lui, si è ripreso il ciclismo, la storia dello sport, il suo orgoglio ferito, si è ripreso il nostro sguardo rapito, come se volessimo anche noi inerpicarci assieme a lui su quelle salite d’altri tempi. Sempre che quella roba lì con quel nome strano, il salbutamolo, e il doping non si riprendano tutto loro. Al posto suo.