Il segreto del successo di Federer, mito perfetto in un mare in tempesta

È anche così che si diventa un mito, che si vincono otto Wimbledon (record), che si sommano diciannove Slam (record), che si torna a esaltare il popolo della Centre Court da campione più anziano di sempre a far propri i Championships. Con una semplicità e una naturalezza che celano un enorme spirito di sacrificio, una dedizione assoluta

Roger Federer nella leggenda. Otto volte vincitore a Wimbledon (Ansa)
Roger Federer nella leggenda. Otto volte vincitore a Wimbledon (Ansa)
di Giuseppe Caporale

L'essenza del mito è nel messaggio che è sotteso al mito stesso. Roger Federer è un mito, anzi è "il" mito sportivo del primo ventennio del secondo millennio. Lo è per ragioni totalmente diverse da quelle per le quali Cassius Clay a.k.a. Muhammad Ali lo fu negli anni Sessanta e Settanta. Diverse eppure riconducibili a una stessa matrice che supera i confini sportivi .

Il campione del mondo dei massimi di boxe rappresentò lo sport che, diventando una cosa sola con le comunità occidentali (ma non soltanto) in profonda crisi d'identità, non è più un'isola felice, un luogo ideale dove le tensioni politiche, razziali e religiose scompaiono o, almeno, si stemperano. Lo sport esce dagli stadi e dai bar, entra nella vita di tutti, con i suoi valori e le sue contraddizioni. Lo sport diventa, già con Cassius Clay ma compiutamente solo con Muhammad Ali, una componente tanto vitale quanto malata di ogni altra componente della società. Il rifiuto della guerra, lo spirito di rivalsa delle minoranze razziali, la rottura con le religioni imposte dai bianchi sono obiettivi dichiarati di un campione che lotta per quelli più che per se stesso.

Federer è invece lo sportivo che incarna la perfezione in anni nei quali l'imperfezione è massima. Vince il suo primo titolo ATP a Milano otto mesi prima dell'attacco alle Torri Gemelle, domina il circuito negli anni delle guerre in Afghanistan e Irak (la rivalità con Rafael Nadal serve solo a consolidare le sue popolarità e credibilità), vive le stagioni migliori quando la crisi economica e finanziaria comparabile con quella del 1929 spazza via i sogni della crescita senza fine, ha pause seguite live giorno dopo giorno da milioni di tifosi mentre il terrorismo islamico e la pressione migratoria impauriscono l'Europa e l'Occidente, torna a essere il campione assoluto quando finalmente il disastro innescato dalle speculazioni di dieci anni prima sembra aver esaurito i propri effetti.

Tutto sembra andare a rotoli e lui è lì che macina gioco, che cambia strategia, che si affida a coach che l'aiutano ad adeguarsi, che trova il modo di attraversare due generazioni di tennisti di primo piano restando sempre l'unico re: King Roger, appunto. Se Muhammad Ali fu alla testa di una flottiglia di guastatori, Federer è un un approdo sicuro mentre il mare è in tempesta. Diversi, ma altrettanto mitici.

Il torneo di Wimbledon - che i britannici chiamano semplicemente "Championships", cioè i campionati (del mondo) di tennis per definizione - che s'è concluso con la vittoria in tre set su Marin Cilic, croato nato a Medjugorie, è stato la conferma della perfezione raggiunta dallo svizzero a meno di un mese dal trentaseiesimo compleanno (l'8 agosto, segnatevelo). Solo nel 2007 a Melbourne Roger aveva fatto un percorso netto altrettanto eccezionale: vinse anche allora tutti i match senza lasciare agli avversari un solo set. Ha lavorato per questo risultato negli ultimi anni, prima con Stefan Edberg, poi con Ivan Ljubicic, uno svedese e un croato campioni del recente passato e ora ottimi coach. Il problema di Federer era diventato, con il passare degli anni, la fatica: gli Slam si giocano al meglio dei cinque set, quindi si può restare in campo anche quattro o cinque ore, in caso di avversari avvezzi ai lunghi scambi. Lui deve invece far "rendere" il suo talento sopraffino prima che le gambe s'induriscano e la fantasia s'offuschi. Da qui la mutazione quasi genetica che si evidenzia fenotipicamente nel gioco mostrato quest'anno a Melbourne, poi a Indian Well e Miami, infine a Wimbledon.

Lo spettacolo ne ha giovamento: si moltiplicano i serve-and-volley, si accorciano i palleggi, la ricerca del vincente diventa spasmodica, l'anticipo sulla palla anche, soprattutto sul rovescio diventa (come scrisse il filosofo francese Andre Scalà, "I silenzi di Federer", 2014) "fasci di luce". Ma bisogna saperlo fare. E bisogna sapersi programmare: solo superfici veloci, niente terra rossa, lunghe fasi di allenamento intensivo ma senza tornei che distolgano dagli obiettivi principali. Di più: Federer è tornato a sorridere giocando. Cosa che non riesce più a fare Djokovic. Lo fa ancora, a tratti, Rafa Nadal. È anche così che si diventa un mito, che si vincono otto Wimbledon (record), che si sommano diciannove Slam (record), che si torna a esaltare il popolo della Centre Court da campione più anziano di sempre a far propri i Championships. Con una semplicità e una naturalezza che celano un enorme spirito di sacrificio, una dedizione assoluta, un'attenzione spasmodica a ogni particolare. Soprattutto, un amore infinito per il proprio sport, che chiunque, anche chi non sa cos'è un dropshot o un lob, percepisce quando lo guarda in tv. Se Federer è "un'esperienza religiosa" (David Foster Wallace) e il tennis lo sport che più di ogni altro rivela "la vera bellezza metafisica" (DFW), ieri a Wimbledon ne abbiamo avuto la prova.