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Fragomeni, campione del mondo pesi massimi leggeri WBC (Ansa) 

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Fragomeni: "Gesù era venuto da me e mi rivolgeva la parola"

30 ottobre 2008. Il corpo, un retablo di tatuaggi: il diario delle ferite che con ostinazione la vita per anni gli ha inferto. “Te lo dico io, sul ring non si può barare”. Parole sante, che bisogna prendere sul serio, le ha ribadite a Tiscali, con un inconfondibile accento milanese, un guerriero ‘maori’ di origine calabrese con le spalle larghe come due ante d’armadio. Giacobbe Fragomeni non è solo il campione del mondo della categoria dei pesi massimi leggeri WBC, titolo conquistato qualche settimana fa battendo ai punti il pugile ceco Rudolf Kraj, è anche un atleta che ha una storia da raccontare.
Non una favola, ma una corona di fiori del male. Una vita che ha trovato la luce salvifica sotto i riflettori di un ring. “Mi sentivo troppo grasso, impacciato, inutile, così ho deciso di frequentare una palestra”. Non una qualunque, quella di Ottavio Tazzi, per Fragomeni un "messia in terra”. Non ci volle molto per il “Nonno” capire che sotto gli informi cumuli di grasso del ragazzo di Stadera, il Bronx di Milano, si nascondeva una volontà di ferro e un pugno da ko. “Grazie a lui ho cominciato a saltare la corda a 20 anni, a 21 sono salito sul ring, a 22 mi ero già battuto in 45 – 50 match. A gennaio 2003, ho indossato la mia 1^ maglia azzurra", spiega il boxer.

Se ora Fragomeni sorride è perché non volge, quasi mai, lo sguardo al passato. Una vita nata maledetta, ma con un biglietto di andata e ritorno dall’inferno. Un paradiso conquistato a suon di pugni, un successo forgiato con i calli nelle nocche. “In famiglia le cose non andavano per nulla bene. Papà e mamma non andavano d’accordo (una sorella morta di Aids ndr). Così cercai rifugio nella droga (le conosco un po’ tutte)”. Il rifugio diventa una trappola: “Neanche così riuscivo a liberarmi della rabbia”. Dentro l’anima un dolore intenso: “Solo la noble art mi ha dato la carica per uscire fuori dal tunnel”. Tazzi lo raccatta dalla strada. “Lui è il maestro dei maestri. Agli esordi, neppure mi cagava. Poi un giorno si appoggia alle corde e mi dice: il sinistro si porta così, il destro così. 'Gesù' era venuto da me e mi rivolgeva la parola. Così ho moltiplicato il mio impegno: se mi parla, forse valgo qualcosa”.  Più che un trainer , Tazzi è stato quel padre che Fragomeni avrebbe desiderato. “Mi sono accorto di lui – dice adesso il maestro - perché si allenava con costanza. Non riuscivo a capacitarmi che uno di Stadera, amico di drogati, di galeotti o di morti per overdose, fosse riuscito ad affrancarsi da quell’ambiente”.
Col senno di poi, facile affermare che Tazzi aveva intuito il potenziale di quel giovane combattente: “Era goffo  ma non si tirava mai indietro: vita da atleta, poche donne (alle italiane i pugili non piacciono. Mica siamo negli Stati Uniti)”. Per carità, niente Wags: “Non siamo calciatori e nel pugilato girano pochi soldi”, conferma il campione del mondo". A proposito di danaro: botte date e prese tante, ma in saccoccia cosa c’è? “Ben poco: il pugilato è fatto di tante borse cinesi (fasulle) e ben poche borse griffate. Vincere con Kraj mi ha fruttato una cifra che oscilla fra i ventimila e i trentamila euro”. Argent de poche, spiccioli: “Sarebbe bello combattere negli States”. I soldi non sono tutto, però con la pancia piena e le tasche piene si ragiona meglio. “D’ora in poi - spiega il pugile - potrò mettere in palio un titolo mondiale, guadagnerò qualcosa in più”. Il primo della lista è il polacco Krzysztof  Wlodarczyk: la sfida è fissata per il prossimo febbraio.
Un’altra battaglia, per non rischiare occorre ritarare i muscoli e il cervello. Altri sacrifici: “Non mi pesano. Fra qualche giorno ricomincerò a giocare - l’allenamento lo chiamo così – con la bicicletta. Mi concederò anche qualche partita di calcetto, un po’ di palestra la sera, un po’ di figure, qualche scampolo di boxe in palestra, contro qualche bella speranza per mantenere il peso”. La carriera d’un pugile non dura a lungo. Fragomeni lo sa, ma di progettare il futuro ancora non se la sente: “Non mi ci vedo fuori dal quadrato. Ma qualcosa la dovrò pur fare: ad avvocati, medici, professionisti e manager piace avere un personal training. Questa può essere la soluzione giusta. Comunque, per appendere i guantoni al chiodo c’è ancora tempo”.
 
 
 
 
  
 
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