[Il ritratto] Tavecchio, la dittatura dell’incapace. Ventura non lo ha fatto dimettere per cacciarlo lui

Solo Tavecchio resiste. Come ha sempre fatto, tutte le volte che noi ci siamo vergognati di lui, il ragioniere dirigente del nostro calcio derelitto che ancora prima di essere eletto ai suoi vertici era riuscito a dire «Non ho niente contro gli ebrei, ma meglio tenerli a bada», spalancando lo sguardo incredulo degli astanti. Oppure: «Tenete lontano da me gli omosessuali», perché quando ci vuole, ci vuole. Famoso più per le gaffes che per la sua politica di rilancio di un calcio italiano sprofondato in tutti i rating, europeo e mondiale, in fondo alle classifiche, Tavecchio è in fondo l’uomo giusto di questo movimento finito nelle secche della sventura

Carlo Tavecchio
Carlo Tavecchio

Noi che amiamo l’Italia, e non solo quella del calcio, siamo anche un po’ sfortunati. Perché poi ci tocca sopportare vita natural durante personaggi come Tavecchio, collezionista storico di figuracce e collettore di voti lobbistici e amicizie di potere, da Moggi a Lotito, altro gaffeur di professione, così attaccati alla loro poltrona, che non si schiodano nemmeno con i bazooka.

Ma che colpa abbiamo noi?

  E’ vero che siamo un po’ troppo condiscendenti con i ladri, visto che li mandiamo pure molte volte in Parlamento, ma almeno non abbiamo lo stesso occhio di riguardo con gli incapaci, che, appena possiamo, buttiamo giù dalla torre. Impresa titanica con Carlo Tavecchio, 74 anni da Ponte Lambro, ragioniere in carriera perenne, ex consulente - pensate un po’ - del Ministero dell’Economia. Tavecchio non è un ladro, questo è vero. Forse un po’ omofobo e razzista, a giudicare da certe sue splendide uscite a gamba tesa. Ma è soprattutto e indiscutibilmente uno che non molla mai. Può darsi che adesso in un rigurgito di dignità presenti anche le sue dimissioni, in particolare dopo l’appello di Malagò: «Se fossi in lui mi dimetterei».

 E dopo l’attacco concentrico di tutti i media, dai giornali alle tv. Ma i precedenti non sono molto favorevoli. Non l’ha mai fatto. E pure in questo caso, con il naufragio storico della Nazionale, la sua tattica è sembrata chiara. Perché dalle prime notizie che circolavano fra la stampa, Ventura si era davvero dimesso. Solo che dopo una lunga riunione con i vertici della federazione, le ha subito ritirate. Che cosa può essere successo? Beh, a pensar male si fa peccato, come diceva Andreotti, ma molte volte ci si azzecca. Tavecchio deve aver convocato Ventura: tu non ti dimetti. Lo licenzia lui, dopo la riunione della Figc, così salva il suo cadreghino.

Solo che Ventura è ormai un fantasma che si aggira nelle segrete stanze, cercando la porta giusta per levarsi di mezzo (e magari con qualche buonuscita, che non si nega mai a nessuno). E l’Italia invece è letteralmente scandalizzata da lui, da Tavecchio, alla resa dei conti il primo, vero responsabile di questa disfatta, che aveva imposto un allenatore pur bravo, ma senza carisma e senza esperienza, alla guida della Nazionale. I risultati si sono visti: l’Italia s’è disciolta in fretta e furia dopo la scoppola del Bernabeu, incapace di risollevarsi, senza un uomo di polso che la portasse fuori dalle secche. Antonio Conte con una squadra molto più scarsa aveva fatto un grande Europeo, cacciato solo ai rigori dalla Germania, dopo aver eliminato proprio la Spagna e il Belgio. Ventura, invece, è affondato subito con tutta la scialuppa.

Solo Tavecchio resiste. Come ha sempre fatto, tutte le volte che noi ci siamo vergognati di lui, il ragioniere dirigente del nostro calcio derelitto che ancora prima di essere eletto ai suoi vertici era riuscito a dire «Non ho niente contro gli ebrei, ma meglio tenerli a bada», spalancando lo sguardo incredulo degli astanti. Oppure: «Tenete lontano da me gli omosessuali», perché quando ci vuole, ci vuole. Senza contare l’«ebreaccio» Cesare Anticoli, definito così per aver comprato l’immobile dove ha sede la Lega Nazionali Dilettanti.

Famoso più per le gaffe che per la sua politica di rilancio di un calcio italiano sprofondato in tutti i rating, europeo e mondiale, in fondo alle classifiche, Tavecchio è in fondo l’uomo giusto di questo movimento finito nelle secche della sventura. Con questo invidiabile curriculum si era presentato alle elezioni per la massima carica della federazione dopo Giancarlo Abete, uno che - guarda caso - si era dimesso assieme a Prandelli mezz’ora dopo la sconfitta con l’Uruguay che ci aveva cacciato fuori dal Brasile.

Sapevano tutti chi era, ma lo hanno scelto lo stesso, con l’appoggio indispensabile dei suoi Grandi Elettori, vecchi boss del calcio infrangibili come lui, Galliani, Preziosi, Zamparini e soprattutto sor Lotito, che seguiva le prime trasferte della Nazionale da padrone delle ferriere. E siamo stati costretti a tenerlo lì, anche dopo che se n’era uscito con questa chicca sugli extracomunitari: «Noi diciamo che Optì Pobà è venuto qua, che prima mangiava le banane, e adesso gioca titolare nella Lazio».

Ci siamo indignati. Abbiamo protestato. Ma niente. Tavecchio è resistente a tutto. E poi tende a replicare. Va a Report e dice: «Finora si riteneva che la donna fosse un soggetto handicappato rispetto al maschio sull’espressione atletica. Invece abbiamo riscontrato che sono molto simili». Sono quasi come noi, le poverette. Altra bufera. Ma avete visto Tavecchio pentirsi, o chiedere scusa? No, siamo noi che interpretiamo male le sue frasi: «Sono vittima di un ricatto, conversazione manipolata». Il presidente della Lega dilettanti Felice Belloli disse addirittura che nel corso di un’assemblea avrebbe definito le calciatrici «quattro lesbiche». Se è una calunnia, che può anche essere, per carità, diciamo che è di quelle credibili, visto il personaggio. D’altro canto, a sciùr Carlo non fa un baffo.

Il suo posto, nella piccola Storia del calcio, è ormai segnato, perché verrà ricordato, forse più ancora di Ventura, per essere il presidente che non ci ha portato ai mondiali dopo sessant’anni, quello che alla Commissione antimafia, nemmeno troppo tempo fa, spiegava seriamente che «gli stadi non sono più luoghi dove andare solo a vedere il calcio. Ci deve stare la farmacia, il cinema, la lap dance». Con il forbito pubblico delle curve che accompagna in coro le loro esibizioni vietate ai minori. Adesso, in tutta sincerità, vi pare che dobbiamo proprio tenerci ancora uno così? Che cosa abbiamo mai fatto di male, noi, poveri, sfigati tifosi della Nazionale?