[L’analisi] Ancelotti il vincente furbo anti-Juve. Ma senza Sarri lo spettacolo a Napoli è finito

Se ne va un allenatore innamorato del Napoli, della città e della sua gente. Destinazione steppa, allo Zenit, da dove è appena scappato Mancini, ai margini del grande calcio. Insegnerà il bel gioco nei campi ghiacciati sotto zero. Dal mare alla neve. Ma lui aveva già detto che era giusto così

[L’analisi] Ancelotti il vincente furbo anti-Juve. Ma senza Sarri lo spettacolo a Napoli è finito

L’arrivo di Carlo Ancelotti sulla panchina del Napoli è un capolavoro di Aurelio De Laurentiis che si porta a casa l’allenatore più titolato del mondo, uno che magari non ha vinto dalle Alpi alle Piramidi, ma da Manzanarre al Reno sì, e anche di più. Ma è una sconfitta per il calcio italiano che perde l’allenatore più spettacolare, il Guardiola italiano con molto più calcio verticale, l’unico che almeno ci piaceva vedere.

Ancelotti è uno alla Allegri, «un gran volpone» come l’ha definito Ottmar Hizfeild, storico allenatore del Bayern, sempre punzecchiato da Berlusconi per il suo gioco abbastanza brutto proprio cone Allegri, uno che ha un grande rapporto con lo spogliatoio e che adatta gli schemi ai giocatori che ha. Il contrario di Sarri. Ma oltre ad essere un vincente, agli occhi di Aurelio De Laurentiis ha già qualche pregio in più del suo predessore: è un emiliano bonario, a parte il dito medio alzato a un fanatico dell’Hertha che continuava a dirgli «vaffanculo!» e il suo rapporto eternamente conflittuale con i tifosi della Juventus, che dovrebbe riuscire a sopportare con un sorriso le immancabili sparate del suo presidente. Non è un toscano, non è un fumino come Sarri, che qualcosa dev’essersi legato al dito se alla fine manco rispondeva alle chiamate di ADL, che diceva ai giornalisti di chiedere direttamente al tecnico cosa intendesse fare perché con lui manco ci parlava: «Ha sempre demandato a Pellegrini, il suo agente. E allora ho chiesto a Pellegrini e lui ha risposto Boh! Per me adesso la data non c’è più, il tempo è scaduto».

L’altro suo merito è l’antipatia del tutto ricambiata con i tifosi della Juventus, un drappello di geni che come 4 anni fa accolse a uova marce Allegri, ai tempi di Ancelotti sulla panchina bianconera lo chiamava «maiale» e non smetteva di criticarlo e insultarlo. Da buon emiliano, in quei due anni finiti nel nubifragio di Perugia con lo scudetto che volava alla Lazio, mal sopportava una città fredda e chiusa, e un ambiente nel quale si sentiva solo un ingranaggio della grande azienda: «Per i sentimenti rivolgersi altrove». Lo confessò anche e lo scrisse pure, qualche anno dopo: «Da maiale che non potevo allenare, Torino non mi piaceva. Troppo triste, glamour, lontana un paio di galassie dal mio modo di essere. Indietro Savoia, arriva il ciccione dei tortellini».

A Napoli troverà un clima molto più adatto, aria di festa e nessuno che lo rimprovera per le sue mangiate: «Ho sempre adorato il buon cibo e il buon vino. Che male c’è?». Almeno è garantita l’antijuventinità, l’ultimo marchio di fabbrica del Napoli di De Laurentiis. La cosa strana di Carletto, pupillo di Sacchi, anche se è molto più prudente della filofia del suo Maestro, è che pur essendo uno degli allenatori più vincenti della Storia, dall’Inghilterra alla Spagna, soprattutto in campo europeo, dove ha iscritto il suo nome nella bacheca del Real per la Decima, agognata Champions, è un tecnico che molto spesso viene allontanato dai presidenti. E’ successo con la Juve, quando Umberto Agnelli disse: «E’ giusto che vada in una squadra che lo ama di più. Anche noi prenderemo un allenatore che ci ama di più (Lippi, ndr)». Trasmigrò al Milan, la sua squadra del cuore (l’altra è la Roma, da dove non voleva venir via quando i rossoneri lo comprarono), anche se da piccolo tifava Inter addirittura piangendo una volta lacrime da bambino appassionato per poterla solo andare a vedere a Mantova. Cacciato dal Chelsea, ma Abramovic dev’essere un tipo particolare visto che li spedisce via tutti: Mourinho due volte, Di Matteo, nonostante la Champions vinta, e adesso Conte. Dal Psg, che lo sostituì improvvisamente con Blanc. E pure dal Real di Florentino Perez, l’unica squadra per cui non ci rimase nemmeno male: «Ogni allenatore che si rispetti deve allenare il Real. E’ una esperienza bellissima, unica, che vale la pena vivere. Anche quando ti mandano via». Alla fine si può dire che la sola società dalla quale ha preferito andarsene lui è il Milan.

Ma all’epoca le critiche di Berlusconi erano diventate un ritornello asfissiante, con le televisioni che facevano vedere persino il disegno di una formazione suggerita dal presidente. Logico che si fosse stancato. Sarà curioso vedere come andrà con De Laurentiis, che non ha mai risparmiato appunti al suo predecessore arrivando persino a rimproverarlo dopo una partita persa con il Real Madrid: «La presunzione non serve, io ho visto poca cazzimma napoletana». Come dire, squadra bella, ma senza grinta. Le polemiche con il tecnico toscano erano diventate accese soprattutto per il mercato: Sarri ce l’aveva perché non gli rinforzava la squadra e lui perché faceva giocare sempre gli stessi e non schierava mai quelli che gli aveva preso. «A me interessa la sperimentazione di tutti e 26 i giocatori», lo ha ammonito più di una volta il presidente, «altrimenti arriviamo alla fine del campionato con qualcuno che non ha mai giocato». Con tanto di risposta piccata dell’allenatore: «Il responsabile dal punto di vista tattico sono io e se vorrà dirmi delle cose me le dirà in privato».

Il bello è che all’epoca Ancelotti, senza nemmeno essere stato chiamato in causa, aveva preso le difese di Sarri: «Il problema è che tutti si sentono allenatori, soprattutto i presidenti. Credo che le osservazioni sarebbe meglio farle davanti a un bicchiere di vino piuttosto che in tv. Spesso l’allenatore è quello che perde. E il presidente quello che vince». Difficile però che con Ancelotti De Laurentiis possa permettersi un mercato di basso profilo: si fanno già i nomi di Vidal, Benzema, David Luiz e del milanista Suso. Sarri sì era arrangiato con Tonelli, Hysaj, Maksimovic e Marko Rog e aveva dovuto veder andar via la sua stella più importante, Higuain. Eppure era arrivato lo stesso a un passo dallo scudetto. Ha conciliato bel gioco e punti. Amato dai tifosi e sopportato dal presidente, che riteneva di aver già fatto il massimo prendendolo quando non era quasi nessuno, l’umile allenatore dell’Empoli che in televisione era solito ripetere, chinando la testa con quella sua aria di ombrosità nemmeno troppo variabile, che lui era un allenatore da campo e che la tuta era la sua divisa e non se la sarebbe levata mai, anche se avesse dovuto andare in una di quelle società come il Milan che fanno dell’immagine una virtù imprescindibile. Se ne va un allenatore innamorato del Napoli, della città e della sua gente. Destinazione steppa, allo Zenit, da dove è appena scappato Mancini, ai margini del grande calcio. Insegnerà il bel gioco nei campi ghiacciati sotto zero. Dal mare alla neve. Ma lui aveva già detto che era giusto così: «Non vorrei rovinare questo splendido rapporto che ho con Napoli. Se resto magari comincio a stancarli. Invece, spero che ci amiamo sempre come ci amiamo adesso».