[Il ritratto] La vita povera, il padre alcolizzato, il fratello drogato e i pianti disperati. Ecco il Ronaldo segreto

Un eterno ragazzo dal caratteraccio e dal cuore grande, così legato alla sua famiglia, da restare per sempre il figlio piccolo tirato su dalle donne di casa, la mamma e le due sorelle. A 14 anni ha cercato di salvare il padre dall’alcolismo, ma non c’è riuscito. Dinis s’è distrutto bevendo. Però ha salvato il fratello Hugo, che era diventato schiavo dalla droga. Con i primi, modesti stipendi dello Sporting ha pagato le spese in una casa di cura per la disintossicazione

Cristiano Ronaldo agli esordi come calciatore bambino. A destra, con uno dei suoi cinque palloni d'oro
Cristiano Ronaldo agli esordi come calciatore bambino. A destra, con uno dei suoi cinque palloni d'oro

Il Ronaldo sconosciuto non è solo quello che aiuta i bambini palestinesi o che salva il fratello tossicodipendente, e nemmeno quello che fa firmare un contratto di segretezza ai suoi dipendenti. Ma è il bambino poverissimo che ha costruito il suo futuro con la follia dei grandi. Il quarto figlio del giardiniere José Dinis Aveiro e di Dolores Dos Santos, cuoca professionista, che prega tutte le mattine il Signore assieme a sua sorella che lavora in un orfanotrofio, si chiama Cristiano proprio per la fede materna e Ronaldo perchè il padre adorava i film western di Ronald Reagan, presidente degli Stati Uniti. Nasce il 5 febbraio del 1985 una mattina di nuvole sparse sull’Oceano. Il padre sogna che faccia il calciatore. E la madre pensa che sia una buona cosa se lo può portare via dalla loro miseria. 

Il giorno che cambiò la sua vita

Alla fine di agosto del 1997, la mamma Dolores Aveiro e le sorelle Elma e Liliana Catia, che oggi fa la cantante con il nome d’arte di Ronalda, andarono a Funchal per comprargli scarpe, camicie e pantaloni nuovi, perché non era decoroso presentarsi allo Sporting con i vestiti vecchi e rammendati che portava a Santo Antonio, il quartiere più povero dell’isola di Madeiro, dove viveva in una catapecchia fatta di assi di legno e mattoni attaccati con lo sputo, nemmeno verniciata, con un tetto e le pareti coperte di lamiere per coprire i buchi da cui pioveva dentro tutte le volte che il cielo si incupiva. Ronaldo aveva 12 anni. La mamma non sapeva se lasciarlo partire. Ma lui la guardò dritto negli occhi: «Voglio diventare il giocatore più forte del mondo. Fammi provare». Dolores gli credette. Papà Denis, che faceva il giardiniere anche nei campi di calcio, un uomo alto e forte prima di piegarsi nei fumi dell’alcol, le diceva sempre che era bravo questo figliolo. E che futuro avrebbe mai avuto, in quest’isola sferzata dal vento, da questa casupola che tremava nelle bufere? Donna Dolores e le figlie lo accompagnarono in aeroporto e restarono lì a vederlo partire. «Erano venuti a prenderlo i dirigenti dello Sporting», raccontò la sorella Elma a Miss Green. «Mentre era con noi si faceva forza, e ci ripeteva che era contento. Ma poi in aereo pianse per tutto il viaggio».

Orgoglio, caratteraccio e scenate

D’altro canto da bambino il suo soprannome era «il piagnucolone». Ma lo avevano chiamato così per le scenate che faceva ogni volta che perdeva una partita con l’Andorinha, la squadra in cui il padre era riuscito a mettere una buona parola per farlo giocare. Era molto diverso da come è adesso. Dicevano che aveva un’aria da delinquente, con quei capelli ricciuti un po’ lunghi e unti, i denti storti e la faccia brufolosa, i vestiti stracciati, tutto insieme a un orgoglio smisurato e la rabbia di chi non ci sta mai a perdere. Non era cattivo, ma aveva un caratteraccio. I vicini di casa non lo sopportavano e ancora di più ce l’avevano con i genitori che gli lasciavano fare tutto: lui passava pure le notti a tirare pallonate contro i muri delle case rompendo le finestre e scappando via dando tutte le volte la colpa agli amici. La mamma non aveva il becco di un quattrino e non poteva permettersi di pagare le spese dei cocci rotti. A scuola saltava le lezioni e mentiva ai genitori, nascondendo i brutti voti e i compiti a casa. Ma donna Dolores cominciava a pensare che il suo futuro non sarebbe passato da lì. Perciò non gli diceva niente. Preferiva che si allenasse per diventare un buon giocatore. Così, quando andò allo Sporting si convinse in fretta. A Lisbona i primi tempi furono durissimi, perché era sempre solo, continuava a piangere e chiamare casa.

Sentirsi lontano da tutto

Diceva alla mamma che gli mancavano gli amici e la famiglia. La implorava di lasciarlo tornare, perché non ce la faceva più. «Tieni duro», gli rispondeva lei. «Non avevi detto che volevi diventare il calciatore più forte del mondo?». Viveva nel dormitorio dello Sporting, dentro il vecchio stadio di Alvalade, vicino al campo di allenamento. Ronaldo divideva la stanza con altri tre ragazzi e con uno, Fabio Ferreira, diventò molto amico. Oggi Ferreira lavora in un ristorante. E continua a sentirlo dopo ogni partita. Il primo giorno di scuola, la professoressa gli disse di presentarsi alla classe. «Ciao, sono Cristianio Ronaldo e sono di Madeira». Ma scoppiarono tutti a ridere, perché parlò con un accento dialettale marcatissimo e una pronuncia quasi incomprensibile. I compagni lo presero in giro e anche la professoressa scoppiò a ridere. Lui alzò una sedia e disse che gliel’avrebbe tirata in testa se non avesse smesso. Fu sospeso un mucchio di volte a scuola. In compenso, si sforzò di cambiare prinuncia e ci riuscì in fretta. Anche nello spogliatoio dello Sporting lo prendevano in giro per la sua povertà. E lui si chiudeva in camera da solo a piangere.

Troppa fame

Però la prima volta che l’allenatore gli fece fare la partitella con i titolari della prima squadra, lui si buttò come un forsennato su tutti i palloni per mettersi in mostra, tanto che uno dei vecchi lo ammonì minacciosamente: «Vedi di darti una calmata, ragazzino!» Lui si fermò, e gli andò sotto a brutto muso: «Voglio vedere se mi parlerai ancora così quando sarò il giocatore più forte del mondo». Eppure proprio da qui, da quell’allenamento di un giorno qualsiasi, quando il mister lo fermò mentre stava andando nello spogliatoio, «resta qui, voglio vederti con la prima squadra», è cominciata l’ascesa inarrestabile di Cristiano Ronaldo. Il Manchester, il Real Madrid e adesso la Juventus, una collezione di trionfi infinita, cinque Champions e cinque Palloni d’oro e pure il primo europeo nella storia del Portogallo. Tra ingaggi e sponsor guadagna cifre pazzesche, 81,5 milioni d’euro l’anno scorso, ed è diventato il personaggio più conosciuto al mondo, visto che più dell’88 per cento degli abitanti della Terra sa chi è, molto più di qualsiasi altra stella dello sport ma anche di qualsiasi politico e regnante, più di Trump e più di Putin.

Costruirsi per essere una star

Non si arriva a questi traguardi se si è normali. E Ronaldo è davvero un personaggio speciale, una vera e propria azienda con 29 dipendenti, e un eterno ragazzo dal caratteraccio e dal cuore grande, così legato alla sua famiglia, da restare per sempre il figlio piccolo tirato su dalle donne di casa, la mamma e le due sorelle. A 14 anni ha cercato di salvare il padre dall’alcolismo, ma non c’è riuscito. Dinis s’è distrutto bevendo. Però ha salvato il fratello Hugo, che era diventato schiavo dalla droga. Con i primi, modesti stipendi dello Sporting ha pagato le spese in una casa di cura per la disintossicazione. Oggi Hugo non si droga più e lavora come decoratore e pittore, dividendosi fra Madeira e Manchester. Questa è l’altra faccia di Ronaldo. 

"Ti chiami Cristiano perché fai la volontà di Dio"         

Nel luglio 2010 ha annunciato la nascita del suo primogenito  decidendo di non rivelare il nome della madre e di assumere la custodia esclusiva del bambino. L’8 giugno 2017 è diventato padre di due gemelli, un maschio e una femmina, nati da madre surrogata. Pochi mesi fa a novembre 2017 ha avuto un’altra figlia dalla sua compagna Georgina Rodriguez. Adora i suoi figli come sua mamma e le sue sorelle hanno adorato lui. Ricevere amore fa bene, ci salva dalla miseria. Adesso, lui che non studiava dice che la cosa più importante per i suoi figli è che abbiano una buona istruzione. Si cambia nella vita. Vicino alla causa palestinese, nel 2012 ha venduto all’asta la Scarpa d’oro destinando il ricavato  - un milione e mezzo di euro - al finanziamento di scuole per i bambini di Gaza. E nel marzo 2014 ha donato a una famiglia spagnola 70mila euro per finanziare le cure di un bambino affetto da una malattia al cervello. Perché mamma Dolores, il grande amore della sua vita assieme al pallone, non l’ha mai sgridato per i brutti voti a scuola. Gli ha lasciato inseguire il suo sogno. E gli ha insegnato a guardarsi attorno. «Ti chiami Cristiano perché sei venuto per volontà di Dio», gli diceva. «E tu la sua volontà devi fare».