Affari con gli ultras, venerdì la sentenza: ecco cosa rischia Andrea Agnelli e quello che può succedere alla Juventus

Affari con gli ultras, venerdì la sentenza: ecco cosa rischia Andrea Agnelli e quello che può succedere alla Juventus
di Guido Ruotolo

Non deve avere apprezzato quella richiesta di rinvio solo apparentemente “innocente”, la Corte della giustizia sportiva. Era il 26 maggio scorso e il Tribunale concesse tre mesi di tempo per eventuali “trattative” tra le parti, e soprattutto lo fece per non pregiudicare il lindore della società di fronte a una eventuale condanna, dovendo la Juventus giocare il 3 giugno la finale di Champions con il Real Madrid a Cardiff. Quando il primo incontro tra le parti finì con un nulla di fatto, il presidente della Corte Mastrocola propose di riprendere l'udienza il primo settembre, alla riapertura del Tribunale della giustizia sportiva. Inspiegabilmente, i legali della Juventus insistettero per fissare la data al 15 settembre. Una richiesta molto singolare, ma che fu accolta senza ipotizzare altri scenari. Non sapendo, né i giudici né la Procura federale sportiva, che il 5 settembre si sarebbe giocata una partita molto importante per Andrea Agnelli a Ginevra, l'elezione a presidente dell'ECA, l'organismo di rappresentazione dei club di calcio europei. In queste ore, gli ambienti Juventus giurano che a maggio, di questa candidatura, non sapevano nulla. Difficile credergli. Difficile non pensare che la loro sia stata una grande presa per i fondelli.

Andrea Agnelli potrebbe dover dare le proprie dimissioni da presidente ECA

In ogni caso, se le richieste dell'accusa dovessero essere accolte, Andrea Agnelli sarà  costretto a dimettersi da presidente dell'ECA, così come stabilisce la lettera h dell'articolo 19 del Regolamento sportivo contestato agli imputati che stabilisce «l'inibizione temporanea a svolgere ogni attività in seno alla FIGC con eventuale richiesta di estensione in ambito UEFA e FIFA, a ricoprire cariche federali e a rappresentare la società nell'ambito federale, indipendentemente da eventuali rapporti di lavoro». Dunque domani l'udienza riprenderà con le richieste della Procura federale guidata dal prefetto Giuseppe Pecoraro. Già a maggio l'accusa respinse la linea della Juventus di monetizzare le contestazioni processuali. E dunque l'accusa proporrà una condanna alta ma inferiore ai tre anni, perché tre anni vengono comminati per dati ancora più gravi.

Sotto la lente i “presunti” rapporti intrattenuti con la tifoseria organizzata

Comunque richieste pesantissime anche perché il materiale probatorio è molto compromettente. Domani pomeriggio, in via Po, a Roma, davanti al presidente del Tribunale sportivo Cesare Mastrocola e al collegio dei giudici, Andrea Agnelli, presidente della Juventus, Francesco Calvo (ex dirigente Juve), Alessandro Nicola D'Angelo e Stefano Merulla saranno giudicati «per i “presunti” rapporti intrattenuti con la tifoseria organizzata per l'acquisto da parte della stessa, di biglietti e abbonamenti ai fini di bagarinaggio e altre utilità, con la realizzazione di illeciti guadagni per associazioni malavitose». Tutto questo nell'arco di tempo di cinque campionati, da quello del 2011 a quello del 2015.

Il giallo dei rapporti tra i dirigenti della Juve e un uomo della Ndrangheta

Ma chi lo doveva dire al presidente Agnelli che una indagine della Procura di Torino su una banda di criminali slavi che si allargò alla presenza della Ndrangheta a Torino e in Piemonte, finisse per scoperchiare la pentola dei rapporti indicibili tra la Juventus e gli ultrà? Rapporti acclarati dalle indagini della Procura attraverso intercettazioni, testimonianze e ammissioni degli stessi dirigenti della Juventus. E dire che la Juventus e i suoi dirigenti si sono salvati per il rotto della cuffia solo grazie a una sofferta decisione della Procura di non ritenere di avere gli elementi sufficienti per contestare alla Juve il favoreggiamento della Ndrangheta. E già perché il grande mediatore, arbitro dei rapporti tra le diverse tifoserie ultrà e la società è un certo Rocco Dominello, appena condannato per essere stato riconosciuto come uomo della Ndrangheta della famiglia di Rosarno, piana di Gioia Tauro.

Parte dei profitti degli ultrà finì nelle casse della Ndrangheta

Secondo il procuratore federale una parte dei profitti degli ultrà finì quindi a Dominello, e cioè alla Ndrangheta (dobbiamo obbligatoriamente aggiungere all'insaputa della Juventus). E secondo le stime dell'accusa stiamo parlando di un gruzzoletto di almeno cinque milioni di euro che i vari gruppi ultrà si divisero. Forse è bene ricordare che gli articoli del Regolamento sportivo e dello Statuo federale contestati ai dirigenti e alla stessa società Juventus calcio non contemplano l'eventualità di un favoreggiamento alla Ndrangheta, questa semmai è materia dei giudici del Tribunale penale. E la Procura ha deciso che non c'erano elementi per procedere in questa direzione.

Il regolamento sportivo parla chiaro

«Alle società è fatto divieto di contribuire, con interventi finanziari o con altre utilità - recita il Regolamento - alla costituzione e al mantenimento di gruppi, organizzati e non, di propri sostenitori, salvo quanto previsto dalla legislazione statale vigente». Questo era il primo comma dell'articolo 12 del Regolamento. Il secondo e il terzo sono anch'essi significativi e sono tutti documentati nel processo penale che si è celebrato, per alcuni imputati, a Torino con rito abbreviato e che ha visto condanne pesantissime per mafia. «Le società sono tenute all'osservanza delle norme e delle disposizioni emanate dalle pubbliche autorità in materia di distribuzione al pubblico di biglietti di ingresso, nonché di ogni altra disposizione di pubblica sicurezza relativa alle gare da esse organizzate. Le società rispondono per la introduzione o utilizzazione negli impianti sportivi di materiale pirotecnico di qualsiasi genere, di strumenti ed oggetti comunque idonei ad offendere, di disegni, scritte, simboli, emblemi o simili, recanti espressioni oscene, oltraggiose, minacciose o incitanti alla violenza».

Intercettazioni inchioderebbero Andrea Agnelli e il responsabile della sicurezza della Juve

La Procura di Torino ha depositato intercettazioni telefoniche e ambientali e gli interrogatori o le testimonianze degli indagati e di testi da cui emerge con chiarezza che Andrea Agnelli sapeva che la Juve vendeva ai diversi gruppi ultrà abbonamenti e biglietti ben oltre il numero dei quattro ciascuno, così come stabilito dal regolamento. Ci sono poi intercettazioni e ammissioni che incastrano il responsabile della sicurezza della Juve nell'episodio con il quale, aiutando gli ultrà, riuscì a far entrare nella curva, alla vigilia del derby Juve-Torino, striscioni offensivi che si auguravano una nuova Superga (la montagna contro cui andò a sbattere l'aereo con a bordo la gloriosa squadra del Toro) e fuochi pirotecnici.

Ma gli imputati potranno fare ricorso all'Appello e poi al CONI

C'è anche una aggravante nelle contestazioni dell'accusa, l'articolo 29 dello Statuto: «Per essere eletti o nominati alle diverse cariche... negli ultimi dieci anni i candidati non devono essere stati colpiti da provvedimenti disciplinari sportivi definiti per inibizione o squalifica complessivamente superiore a un anno». Naturalmente solo domani sapremo se i giudici accoglieranno le richieste dell'accusa. In ogni caso gli imputati potranno fare ricorso all'Appello e poi al CONI (Cassazione). Per fortuna che i tempi della giustizia sportiva sono infinitamente più rapidi di quella penale.