Dalla disperazione alle serie A, i talenti del calcio arrivati con una zattera. Tra gioia, dolore e sangue

I giovani campioni della generazione zero, di quei disperati che cercano nel calcio il miracolo salvifico dell’esistenza. Ce ne sono tanti come lui. Alcuni ce l’hanno fatta. Altre storie sono finite in tragedia

Dalla disperazione alle serie A, i talenti del calcio arrivati con una zattera. Tra gioia, dolore e sangue
Godfred Donsah, giocatore del Bologna
di Pierangelo Sapegno

La promessa del calcio Parma Solomon Nyantakyi ha firmato una confessione scritta: «Ho ucciso io mia madre e mia sorella con i coltelli trovati in casa». Non ha detto perché. Sua sorella aveva 11 anni. La polizia ha trovato laghi di sangue e portafogli vuoti. Lui è rimasto in silenzio, lo stesso silenzio con cui ascoltava Roberto Donadoni che gli insegnava che cosa doveva fare quando si allenava nel Parma in serie A. «Ha un bel sinistro, dribbling e tiro micidiale, è un buon trequartista», spiega Cristiano Lucarelli, il suo allenatore degli allievi con cui aveva vinto lo scudetto di categoria. «Un ragazzo taciturno, ma bravo», lo ricorda Donadoni. Uno di quelli che viene da questa nuova storia del dolore, dall’invasione che capovolge il mondo, dai barconi e dall’Africa nera della fuga e della Grande Immigrazione. Solomon faceva parte della Generazione Zero, di quei disperati che cercano nel calcio il miracolo salvifico dell’esistenza. Ce ne sono tanti come lui. Alcuni ce l’hanno fatta.

L’unica volta che Solomon aveva parlato era stato il giorno più bello della sua vita. Aveva chiesto la maglia a Cuadrado, il suo idolo, Juventus-Parma, appena due anni fa. Ma lui aveva trovato il miracolo ed era tornato indietro.  

Il campioncino salvato dal carabiniere 

Invece, Godfred Donsah gioca nel Bologna. Mamadou Coulibaly l’ha comprato l’Udinese, che è famosa per scoprire i talenti e farli ricchi. Modou Donsah è stato salvato da un carabiniere che l’ha scovato in uno di quei centri profughi e l’ha portato all’Augusta, una squadra di calcetto a 5: così ha potuto mantenersi e finire gli studi. Il suo omonimo Godfred (ma nessuna parentela fra i due), ghanese di Accra, 20 anni, è stato ancora più fortunato: «Mio papà è partito su una barca. Erano in 30 su quella zattera, in famiglia morivamo di paura. L’Italia era un miraggio. Lui voleva far studiare le mie sorelle. Era stufo di lavorare nelle piantagioni di cacao. Ci ho lavorato pure io, ed è durissima, si sta ore a bruciare sotto il sole, chinati sulle gambe. Poi ho raggiunto mio padre. Sono arrivato a Palermo a 15 anni. Non avevo il permesso di soggiorno, quindi non potevo stare più di 6 mesi. Acquah mi dava qualche soldo e mi ha regalato un paio di scarpe, perché io giocavo scalzo. Poi mi hanno messo a posto con i permessi, grazie a Sean Sogliano che mi ha preso al Verona. Mi hanno venduto al Cagliari per due milioni. E poi Corvino mi ha voluto portare al Bologna». 

Dalla disperazione alla serie A

Pure Mamadou Coulibaly è arrivato in Europa dal Senegal su una barca: «Non sapevo nuotare, ho mai avuto tanta paura in vita mia come in quel viaggio». In Senegal suo papà faceva il professore di educazione fisica e non voleva che suo figlio perdesse tempo a fare il calciatore in quei campetti di sabbia. «Mi urlava dietro». Ma adesso quando gli ha detto che gli avevano fatto un contratto da professionista al Pescara è scoppiato a piangere. «Si è commosso». Il suo viaggio verso la fortuna, Mamadou lo ricorda bene, tappa per tappa. «Sono sbarcato in Francia. Perché lì avevo una zia che poteva aiutarmi. Ma dopo un po’ sono finito a Livorno, perché degli amici mi hanno detto che forse c’era un lavoro. Solo che invece non c’era niente. Altro viaggio, allora. Vado a Pescara. Non avevo documenti, non avevo niente. Dormivo nel campo sportivo a Roseto. I carabinieri mi hanno portato in una casa famiglia a Montepagano. La fortuna a volte passa dalla gente che incontri. Lì mi hanno aiutato a farmi avere i documenti. Gioco bene a calcio, ci provo. Faccio i provini per il Cesena e il Sassuolo. Mi ha preso il Pescara. E mi ha fatto esordire in serie A. Così è cambiata la mia vita». Ma anche Solomon aveva incontrato le persone giuste. Era caduto in depressione e Lucarelli ha cercato ancora di aiutarlo: l’ha chiamato al Cuoiopelli, in serie C, dove era finito a far l’allenatore, per dargli una nuova opportunità. Lui è rimasto in silenzio per tutto il tempo e dopo un mese gli ha detto che voleva tornare a casa, che gli mancava troppo la famiglia.  

Dalla Libia alla squadra del Selargius

Uno come Ahmed Ayoub ascolta tutte queste storie e non le capisce. Ha 25 anni, e gli allenatori dicono che è un talento. Ma ormai il treno è passato. A lui basta un campetto di periferia. Gli basta ritrovare la vita, qualunque cosa che sia nascosta nella felicità. In Sardegna, a Oristano, Fgci e Regione hanno messo su un progetto proprio per cercare talenti tra i profughi. Li vedi arrivare con le infradito ai piedi, le magliette sdrucite. Omar, 18 anni, dal Gambia, ha trovato posto nel Selargius, una squadretta vicino a Cagliari: per uno che è venuto su una zattera, è oro che cola. Ma Ahmed Ayoub non cerca una squadra: è scappato dalla Libia, la guerra, il carcere e la tortura. Il dolore è un tempo senza confini. Ti lascia una paura nascosta dentro, dice. E’ bello giocare a calcio. Novanta minuti senza paura.