[L’analisi] Due rigori negati alla Roma e il sogno svanisce. È tutta colpa di Collina. E siamo nani tra giganti

Bisognerebbe smettere di sparare sulla Croce Rossa e rendere onore invece a Juventus, Roma e Lazio, che con i conti a posto, solo il sudore e la fatica della schiena sono riuscite ad arrivare tra le prime squadre d’Europa, in mezzo a corazzate che hanno mezzi e privilegi semplicemente spaventosi, ma che soprattutto godono dell’immunità scandalosa concessa loro dalla dittatura della Uefa, che applica il fair play solo con chi gli fa comodo

[L’analisi] Due rigori negati alla Roma e il sogno svanisce. È tutta colpa di Collina. E siamo nani tra giganti

Il sogno è finito. In fondo, lo sapevamo già che era una impresa ancora più difficile di quella col Barcellona. Però, la Roma è uscita a testa alta, se può servire a qualcosa. Ha pagato Anfield, e non è bastato  un secondo tempo di grande intensità, che avrebbe potuto essere ancora più thrilling se l’arbitro Skomina avesse concesso un rigore clamoroso ai giallorossi per il fallo di mano di Alexander Arnold a metà secondo tempo sul tiro di El Sharawy respinto con la sua parata sopra la traversa. Ce n’era pure un altro all’inizio della ripresa quando il portiere dei Reds Karius aveva abbattuto Dzeko: il direttore di gara invece ha sanzionato un fuorigioco che non c’era. C’era il penalty e l’espulsione del portiere. Gliene ha dato uno molto meno evidente, e che forse non c’era nemmeno perché il braccio del difensore del Liverpool era attaccato al corpo, all’ultimo secondo della partita. Un penalty di compensazione, quasi si fosse reso conto di avere esagerato.

La Roma fuori per colpa degli arbitri

Ma gli arbitri scelti da Collina questi sono e hanno sempre penalizzato le italiane e premiato il Liverpool (che aveva avuto un altro arbitraggio scandalosamente favorevole contro il City) e il Real. La Roma ne aveva già incrociato uno pessimo a Barcellona, e nonostante questo è arrivata fino a qui. Come nella meravigliosa notte della rimonta, però, ha giocato con lo stesso spirito, sospinta dal suo meraviglioso pubblico. Ci credeva anche questa volta. Esce per un gol solo (5 a 2 a Liverpool con una rete di Salah in fuorigioco, e 4 a 2 all’Olimpico), e forse con altri arbitri non sarebbe finita così.  
Adesso i soliti soloni diranno che il gioco offensivo della Roma ha lasciato troppo spazio al tridente dei Reds. Ma cosa doveva fare?

Giallorossi non avevano mai preso gol in casa

Non poteva mica difendersi per recuperare tre gol? Sono state due squadre coraggiose e per un gol i 180 minuti hanno premiato il coraggio del Liverpool. I giallorossi non avevano mai preso gol in casa, dal 3 a 0 al Chelsea al 3 a 0 al Barcellona, giocando sempre in maniera molto aggressiva e molto alta, infilando i suoi centrocampisti negli spazi, soffocando gli avversai con folate incisive. Nainggolan ha segnato una doppietta ma ha sulla coscienza un gol del Liverpool. Non è stata la sua migliore partita. E’ girata così. De Francesco dice che è inutile lamentarsi, che così si dà solo vantaggio agli altri. Anche De Rossi ha fatto il signore: «Il fallo di mano forse era un episodio difficile da vedere». Diciamo che è sfortuna. Mettiamola così. In ogni caso la Roma ha dimostrato di essere una grande squadra a livello europeo. Il capitano ha ragione: «La cavalcata in Champions di quest’anno ci ha dimostrato che possiano vincerla. Da qua si riparte. Il prossimo anno ci dobbiamo provare».

Nel calcio contano i risultati, si dice così

Ma non contano sempre e solo quelli del campo. Ci sono risultati che valgono anche di più. Anzi, i successi più sicuri, quelli che durano nel tempo, che creano una squadra forte e vincente destinata a non saltare subito gambe all’aria, si costruiscono dietro le scrivanie, con la professionalità manageriale, facendo tanto con il poco che si ha. E’ per questo che bisognerebbe smettere di sparare sulla Croce Rossa e rendere onore invece a Juventus, Roma e Lazio, che con i conti a posto, solo il sudore e la fatica della schiena sono riuscite ad arrivare tra le prime squadre d’Europa, in mezzo a corazzate che hanno mezzi e privilegi semplicemente spaventosi, ma che soprattutto godono dell’immunità scandalosa concessa loro dalla dittatura della Uefa, che applica il fair play solo con chi gli fa comodo, concedendo tutto quel che vogliono agli scecchi e ai magnati russi, e che quando occorre spedisce pure arbitri compiacenti come è successo al Camp Nou. Il calcio italiano deve fare i conti con una crisi profonda, con una mancanza di nuovi talenti a dir poco preoccupante, con un appeal sempre più misero e con un campionato che non sarà nemmeno troppo «allenante» come sosteneva Capello, eppure nonostante tutto questo ha cominciato a dare segnali incoraggianti che andrebbero colti e non distrutti, con la cecità sfiancante e demenziale dei tifosi. In Italia c’è chi riesce a stare in campo osservando una gestione oculata, cercando le vittorie con i conti a posto, investendo sui talenti che sono costretti a vendere ogni anno, perché non ci sono baiocchi, madama la marchesa, e bisogna arrangiarsi, senza sbagliare mai, o sbagliando il meno possibile. Non è un caso che Napoli, Juventus, Roma e Lazio stiano costruendo squadre competitive con bilanci sani. Ci vorrà tempo per arrivare in cima, ma questa è la strada.

Bisogna investire su un progetto

Certo, i miracoli saranno sempre più difficili da fare, se la musica resterà questa e l’Uefa continuerà a non premiare i club virtuosi, ma quelli che spendono e spandono, incuranti di qualsiasi paletto del buon senso, facendo lievitare follemente i prezzi tanto c’è chi chiude un occhio e qualcos’altro pure, e lasciando che la forbice si allarghi sempre di più. Ma cosa si può dire a Juve Roma Napoli e Lazio che riescono a competere con club foraggiati dalle banche e da leggi compiacenti come in Spagna, o arricchiti da diritti tv stratosferici? Pensate mica che sia possibile come vorrebbero i tifosi più ciechi, che nella maggior parte dei casi purtroppo sono anche giornalisti, spendere più di quel che si ha, di tutto e di più, per prendere dei giocatori che comunque non basterebbero a colmare il gap con le grandi d’Europa? Bisogna investire su un progetto, sui giovani, e anche ogni tanto smetterla di insultare Sarri quando dice che in campo ci vanno anche i soldi. Perché è vero. E questo bisogna fare. Prima costruire una società con i soldi. E poi la squadra.

Per far questo ancora molte cose sono da cambiare

Bisogna trasformare il prodotto calcio in uno spettacolo migliore da riuscire a vendere a cifre più alte nel mondo, come stanno facendo Spagna e Inghilterra. Rendersi conto che le partite più brutte del pianeta sono le nostre, che questo è il nostro vero problema, alimentato da una schiera di addetti ai lavori, giornalisti in testa, schiavi sempre e solo del risultato a tutti i costi, come qualsiasi tifoso, e chi se ne frega dello spettacolo. E’ proprio il nostro limite più  grave, che impedisce la nostra crescita come movimento, la nostra risalita per rimetterci al pari degli altri. Arrigo Sacchi ha ragione da vendere quando si lamenta, ma chissà perché non viene mai preso sul serio, deriso come una macchietta. Avremo anche i migliori allenatori del mondo, e qualche eccellenza l’abbiamo, è vero, ma produciamo lo spettacolo peggiore del mondo, con 9 squadre su 10 capaci solo di piazzare un pullman davanti alla porta e picchiare come dei fabbri protetti da arbitraggi permissivi. Solo tre squadre in Italia giocano un calcio divertente, Napoli Roma e Sampdoria. Troppo poche davvero. Il nostro campionato ha partite di una noia allucinante (pensate a Milan e Inter e ai complimenti che si prende Gattuso, perchè le sue squadre giocano col cuore e chi se ne frega se giocano bene: qual è la logica?). Così il nostro prodotto televisivo non fa più gola all’estero. L’abisso dei diritti tv e la paura espressa da Malagò ieri pomeriggio di non averli ancora venduti in attesa della decisione sull’offerta di Mediapro nasce da questa realtà. Dovremmo cambiare cultura, anche gli arbitri, essere più severi con i difensori martello e non solo con quelli che protestano. Riuscire a fare quello che i club virtuosi sono riusciti a fare dietro la scrivania. Cominciare a credere che la vittoria è più bella se ha un bel gioco. Che dobbiamo creare un prodotto da esportare. E non c’è altra strada da fare.