[Il ritratto] Il gestaccio di Sarri ai tifosi della Juve. Ma mister 33 fa i miracoli come Maradona ed ha un segreto

Dal nonno Goffredo, partigiano, ha ereditato il coraggio, dal padre Amerigo la passione. Da giovane fa calcio per amore. E forse non è un caso che gli unici due allenatori che hanno cercato di vincere facendo spettacolo, Sacchi e Sarri, non vengono come tutti gli altri noiosissimi tecnici italiani dal professionismo. Vengono dall’amore per il calcio. Non dal calcio per lavoro.

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Gli anni passano, ma ogni tanto San Gennaro si ricorda di mandare a Napoli qualche «piccolo dio» del pallone, così per non esagerare, perché non si scherza con i santi e la religione. Se prima c’era Maradona, che faceva cose che sapeva fare solo lui, un tipetto alto un metro e sessanta pieno di classe e di coraggio, ma capace anche di segnare un gol con la mano e di vantarsene o di urlare «figli di» a tutto uno stadio che lo fischiava nella finale dei mondiali a Roma, 1990, adesso ce n’è un altro sulla panchina, un altro che fa i miracoli come lui, come Maradona, anche se lo chiamavano il Secco quando giocava in seconda categoria, che è il massimo dove ha giocato, ma che oggi può regalare un altro sogno a Napoli. Un altro fumino come lui, che ogni tanto gli parte l’embolo e grida finocchio a Mancini o mostra il dito medio ai tifosi della Juve, ma che fa le magie e fa giocare le sue squadre come nessuno in Italia e solo Guardiola nel mondo, che faceva effetto quando portava l’Empoli, dico l’Empoli, ad assediare fuori casa gli avversari nella loro aerea, un altro che non molla mai, come dimostrano le due partite più importanti di questa stagione, quella col Chievo in rimonta e quella con la Juive di ieri, vinte all’ultimo respiro e all’ultimo secondo, nello stesso modo, su calcio d’angolo, perché non a caso lui lo chiamavano Mister 33 per i suoi allenamenti maniacali sui calci piazzati. 

Maniaco degli schemi al Sansovino

Così, se vincerà questo campionato - e secondo noi lo vincerà, perchè tanti indizi fanno una prova e alla Juve la beffa di Madrid è rimasta inesorabilmente sul groppone, senza contare un calendario in salita con Roma e Inter fuori casa -, se tornerà in cima alla montagna come ai tempi di Maradona, ci sarà in tutto e per tutto il suo marchio indelebile. E non è solo retorica, anche se un po’ ce n’è, per forza, non è solo leggenda. Le cronache raccontano che quando allenava la Sansovino, in Eccellenza, prima di mandare tutti a casa dedicava molto tempo agli schemi su calcio d’angolo, sulle punizioni indirette e anche sui falli laterali. Ai giovani giornalisti di provincia che lo seguivano sembrava un tipo strano, molto maniacale. Alle punizioni venivano dati dei nomi propri e ai calci d’angolo dei numeri. Lui dalla panchina urlava il nome e i suoi giocatori si schieravano di conseguenza. Lo chiamarono Mister 33, proprio per il numero degli schemi provati su palla da fermo, e fu un giornalista toscano a dargli questo soprannome, Fabrizio Ferrari, direttore di Allenatore.net, quando scrisse un pezzo su di lui che gli aveva commissionato il Corriere dello Sport.

Dalla banca alla lunga gavetta come mister

Alla fine tutto ritorna, la sua passione e il suo passato da dirigente di banca, la sua gavetta infinita in quella terra toscana che ha la sua parlata così diretta e velenosa, la lunga trafila con la Stia, la Faellese, il Cavriglia e l’Antella, il Tegoleto e la Sansovino, o la Sangiovannese. Anche le sue origini. Maurizio Sarri è figlio di un ex ciclista dilettante, Amerigo Sarri, che tentò la via del professionismo per un paio di stagioni con Gastione Nencini, solo per passione dello sport, un toscanaccio di Figline Valdarno che mandava al diavolo i gregari di Coppi, e chissà se è solo leggenda, finendo per bisticciarci e avere pure la peggio, perchè come il figlio ha questa anima insofferente alle logiche del più forte e della sua disciplina. Dal nonno Goffredo, patrtigiano, ha ereditato il coraggio, dal padre Amerigo la passione. Da giovane fa calcio per amore. E forse non è un caso che gli unici due allenatori che hanno cercato di vincere facendo spettacolo, Sacchi e Sarri, non vengono come tutti gli altri noiosissimi tecnici italiani dal professionismo. Vengono dall’amore per il calcio. Non dal calcio per lavoro.  

Maurizio il terzino

Maurizio Sacchi gioca in seconda categoria nella Figlinese da terzino sinistro, mentre comincia la carriera in un importante istituto di credito, facendo le due cose assieme, con la stessa passione di suo padre, Amerigo. Alla Banca Toscana puntano molto su di lui: l’hanno anche mandato a fare esperienza all’estero in Inghilterra, Lussemburgo e Svizzera. Riesce a conciliare la sua carriera fino a quando gioca. La cura ossessiva dei particolari, il tempo e l’impegno che mette con le sue squadre gli impediscono di dedicare il tempo che serve al lavoro nell’istituto di credito. Cosi quando con la Sansovino sale in serie D, capisce che gli allenamenti serali non bastano più. E consegna le sue dimissioni in banca. Gli addetti ai lavori cominciano a stimarlo, raccontano che fa giocare le sue squadre in maniera spettacolare. Un osservatore dell’Udinese mandato a visionare la Sansovino, scrive nella relazione tecnica che «Il migliore uomo in campo è stato l’allenatore».

Bukowski, Fante e il romanzo di un'ascesa

Da lì la sua è una lenta salita, un passo alla volta, una promozione alla volta, anche qualche esonero alla volta. Non ha santi in paradiso. Ha solo se stesso. Ma lui è uno scienziato del calcio. Prima o poi arriva. Ci deve solo arrivare salendo i gradini. Senza salti straordinari. Veste di nero perché è scaramantico, non è più segaligno come quando giocava, non possono più chiamarlo il Secco. Ma il nostro calcio pieno di problemi, senza soldi e senza bellezza, dovrebbe fargli un monumento a uno così, comunque vada a finire questo campionato, e dovrebbe sperare che faccia scuola, come non è successo con Sacchi, al quale hanno rubato la zona solo per difendersi meglio. E se ogni tanto gli parte l’embolo lo perdoniamo, e anche se Mancini ha detto che  uno così non dovrebbe più allenare, noi preferiamo mille Sarri a Mancini, come allenatore. Uno che dice: «Voglio una squadra con la faccia tosta, che se la gioca con tutti». E dovunque va cerca di vincere facendo spettacolo. Uno che legge Bukowski, Fante, Vargas Llosa, perché abbiamo nostalgia di quelli che leggono. Lui dice: «Mi piace andar per biblioteche, annusare la carta. Senza libri non saprei stare». Noi non saremo così bravi. Ma se parliamo di calcio, noi non sappiamo stare senza di lui. Perché è l’unico che ci fa divertire.