Villeneuve, Jacques ricorda Gilles: "Per tanti era un eroe, per me solo un padre. Piansi a lungo poi reagii"

L'ex campione del mondo di F1 del 1997 ricorda il papà scomparso l'8 maggio 1982 durante le qualifiche del Gran Premio del Belgio a Zolder

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Redazione Tiscali

E' stato uno dei piloti più amati nella storia leggendaria della Ferrari ma per il piccolo Jacques, Gilles Villeneuve era solo e semplicemente "suo padre". "Gilles" ha perso la vita l'8 maggio del 1982 in un incidente durante le qualifiche del Gran Premio del Belgio a Zolder e da allora è entrato nella storia della "Rossa" di Maranello. A 35 anni dalla sua scomparsa la Ferrari lo ricorda sui social con il motto "35 years later, the legend goes", ma c'è anche una mostra celebrativa del pilota canadese a Milano (allo Spazio Oberdan).

"Per tanti una leggenda e un eroe, per me solo mio padre"

Quel tragico 8 maggio del 1982, Jacques aveva appena undici anni ma ha un ricordo nitido di papà Gilles. "Era riuscito a trasmettere tutto se stesso, la passione, la voglia, il non abbattersi mai, il cuore messo in tutto quello che faceva. La gente che lo ha visto correre è rimasta colpita dal suo modo di essere, ed è per questo che continua a ricordarlo. E poi era un pilota Ferrari, una scuderia che amava e per la quale ha dato tutto. La gente queste cose non le dimentica", ha detto l'ex campione del mondo F1 in un'intervista ad Avvenire. "Per tanti una leggenda e un eroe, per me solo mio padre, uno che quando feci tardi a scuola venne a prendermi e si arrabbiò con gli insegnanti: sa, dovevamo andare a una gara", ha aggiunto.

"Ho pianto a dirotto per due settimane"

In un'altra intervista, concessa a Il Giorno, il pilota che alla guida della Williams conquistò il Mondiale 1997 superando un certo Michael Schumacher, ricorda la scomparsa di Gilles e la dura scalata nel mondo della F1. "Ho pianto ininterrottamente per due settimane. Poi ho smesso. Mi sono detto: adesso basta lacrime, sono l'uomo di famiglia, avevo una mamma e una sorellina. E sono andato avanti", ha raccontato al quotidiano milanese. Poi l'ingresso nel mondo dei motori e la dura lotta per cancellare la presunta raccomandazione, vinta con la conquista del Mondiale. "In una certa ottica, dovevo essere il figlio e basta. Era una forma di pressione insostenibile - ha raccontato l'ex pilota oggi commentatore sportivo -. Non era bello sentirsi dire che ero lì, in pista con la Williams, per realizzare ciò che a mio padre era sfuggito, cioè diventare campione del mondo. Per reazione, scappavo". "Ho battuto Schumacher e ho vinto il titolo. Michael aveva un po' preso il posto di mio padre nel cuore dei ferraristi. È stato un momento struggente. Lì le cose sono cambiate, la gente piano piano ha accettato l'idea che non ero solo il rampollo di una dinastia", ha aggiunto.