[L'analisi] La missione impossibile della Ferrari con Marchionne che sembra Zalone

Se la logica dice che non ce la faremo, che cantar vittoria adesso è sbagliato, è il nostro dna che ci dice di crederci ancora. Volendo leggerla così, l’Hungaroring è stato in fondo il perfetto riassunto di quello che riusciamo a fare, ma soprattutto di quello che ci tocca a fare. E’ un po’ il nostro destino quello di faticare sempre, più degli altri. Non siamo tedeschi noi

Adesso che non è più solo una marcetta quella che suona sui refoli che scuotono il tricolore levato in cielo, sopra gli sguardi ridenti di Vettel e Raikonnen, viene da chiedersi fino a quando durerà la marcia e se diventerà davvero trionfale. La Ferrari ha vinto a Budapest, prima e seconda, come a Montecarlo, un po’ di gare fa, e come allora ha imprigionato il circuito che non lascia molte speranze a chi deve inseguire e sorpassare, facendo i capolavori alla vigilia della corsa e alla partenza. Ma dopo la pausa dell’estate, perché anche la F1 si prende la sua piccola dose di vacanza, a Spa e a Monza, su due piste assai più congeniali alle Mercedes, sarà molto più difficile e anzi quasi impossibile ripetere questi risultati. Dovremo tornare a soffrire e a difenderci, specialità nelle quali noi italiani abbiamo da sempre, quasi storicamente, una certa capacità di adattamento, l’abitudine a veder calare gli invasori e cercare di resisterci.

- La cronaca

In fondo, anche oggi sull’Hungaroring s’è vista bene questa predisposizione alla sofferenza, che fa del nostro sport una cosa quasi diversa da tutti gli altri, noi che abbiamo avuto Mennea che rispecchiava perfettamente quel suo volto così asimmetrico persino nella corsa scomposta che riusciva ad essere più veloce di tutti, delle frecce nere e di ogni record, o il genio maledetto di Pantani che aveva le orecchie a sventola più grandi delle guance e saliva sulle montagne con la stessa rabbia con cui noi vorremmo affrontare le salite della vita.

La Ferrari è questa. Il dolore ha accompagnato la sua storia come le gioie delle vittorie, come l’incomprensibile prezzo da pagare alla sua gloria. E questo siamo noi. Se la logica dice che non ce la faremo, che cantar vittoria adesso è sbagliato, è il nostro dna che ci dice di crederci ancora. Volendo leggerla così, l’Hungaroring è stato in fondo il perfetto riassunto di quello che riusciamo a fare, ma soprattutto di quello che ci tocca a fare. E’ un po’ il nostro destino quello di faticare sempre, più degli altri. Non siamo tedeschi noi. In Ungheria doveva essere una gara facile e noiosa, una volta conquistata la pole position. E per trenta giri è andata così. Al trentesimo, però, Vettel ha chiamato i box: «In rettilineo devo tenere il volante girato a sinistra».

Il tedesco deve guidare di traverso, che non è proprio una cosa semplice, visto che lo sterzo fa i capricci e pende da una parte sola. Gli ingegneri gli rispondono di evitare i cordoli e di tirare il più possibile. Ma Raikonnen dietro va molto più veloce di lui anche perché deve pure cominciare a difendersi dalle Mercedes che avanzano spedite. Niki chiede di passare il compagno e si arrabbia, perché pensa che con quella marcia a rilento rischiano di venir superati in tromba tutt’e due. La risposta non arriva subito. Ma dopo un po’ è chiara e netta: «Mantieni la posizione, resisti». E qui accade l’incredibile.

Perché l’arrabbiato Raikonnen non solo ubbidisce. Ma fa di più, perché si trasforma in un perfetto scudiero, che fa l’elastico con i rivali che si sono alternati alle spalle, visto che Bottas ha lasciato spazio a Lewis Hamilton, ogni volta allungando sui rivali che lasciava avvicinare sempre lasciando quello spazio necessario a Vettel per farlo respirare nella sua complicata guida di traverso. Gli ultimi giri sono quelli più duri. Dal quarantaseiesimo, Hamilton si piazza in rimonta alle spalle di Raikonnen e al 55mo gli è già addosso che soffia a meno di un secondo dalla sua coda. Ma Niki tiene duro, approfitta di qualche doppiaggio e riesce a staccarsi di nuovo, poi si fa riprendere e lo ristacca. E’ una lotta al cardioplama, perché tutti lo sanno bene che se passerà Raikonnen non ce ne sarà più nemmeno per Vettel. Invece non ce n’è più per lui. Davanti al muro del finlandese, Lewis si arrende e concede il podio a Bottas, quasi in segno di resa. «Avrei voluto vincere io», confessa alla fine Niki. «Ma abbiamo fatto una doppietta stupenda. Bene così».

E Sergio Marchionne, accorso ai paddock già nella mattina, dice di «essere felice e commosso. Questa è la Ferrari che voglio. Sono molto soddisfatto del lavoro fatto nelle ultime due settimane. Dopo Silverstone c’è stato un recupero formidabile. Siamo una squadra fortissima». Come nella canzone di Checco Zalone dei mondiali 2006, fa un’eco strana, metà orgoglio e metà no. Però se questo è il nostro destino non possiamo fare altro che andare avanti. Noi non siamo mai i più forti. Lo diventiamo. E’ diverso.