"Quando è morto non era solo e il corpo è stato spostato": si riapre il giallo sulle ultime ore di Pantani

I consulenti della famiglia del "Pirata" davanti alla Commissione antimafia: "Qualcuno era con lui". La Cassazione nel 2017 ha archiviato il caso

di Redazione Tiscali Sport

"Non so neppure se ero un pirata. Strappavo la vita col cuore e coi denti". Recita così una splendida strofa di E mi alzo sui pedali degli Stadio dedicata al "Pirata"  Marco Pantani. Il campione italiano è morto il 14 febbraio 2004 a Rimini da una "intossicazione acuta da cocaina con conseguente edema polmonare e cerebrale" (recita l'autopsia). Ma la famiglia del "Pirata" non ha mai creduto all'overdose di cocaina sostenendo che qualcuno lo avrebbe assassinato. Nell'estate del 2014 la Procura di Rimini aveva accolto l'esposto della famiglia riaprendo il caso e contestando l'omicidio con alterazione del cadavere e dei luoghi. Ma la Cassazione nel 2017 ha confermato l'archiviazione del caso avvenuta l'anno prima per opera del gip di Rimini e ha respinto completamente l'esposto dei genitori di Pantani.

"Quando è morto non era solo e il corpo è stato spostato"

Quella sera di quindici anni fa Pantani non sarebbe stato solo nella stanza del Residence di Rimini Le Rose. Lo hanno ribadito i consulenti della famiglia Pantani (il generale Umberto Rapetto e l'avvocato Cocco) davanti alla Commissione parlamentare antimafia, presieduta dal senatore Nicola Morra. "Qualcuno era con lui quando la morte è arrivata, c'è il segno evidente che il corpo è stato spostato", ha scandito Rapetto che ha fatto riferimento in particolare a "delle macchie di sangue fresco" e a come, al momento del ritrovamento del cadavere, "era posto il braccio del ciclista: non si può pensare che sia stato lo stesso ciclista a spostarlo, strisciandolo".

Un "enorme grumo di sangue sul pavimento"

Il generale Rapetto ha ricordato la presenza di un "enorme grumo di sangue sul pavimento con al centro una pallina bianca, intonsa, perfettamente bianca. E' uno dei grandi misteri: nonostante sia stata nel sangue, la pallina non ne era stata intaccata". Nella stanza è stato rinvenuto un bastone con cui è stato sfondato il controsoffitto, "come se qualcuno cercasse qualcosa. Poi c'è il lavandino smurato e il buco nel controsoffitto, ci sono anche le bocchette di areazione che sono state rimosse: qualcuno probabilmente è entrato, cercava qualcosa, chi? Cosa cercava? Perché?". L'accusa di doping che costò al campione la partecipazione al Giro d'Italia del '99 e da cui ebbe inizio la sua parabola discendente. "Pantani sapeva benissimo, lo diceva lui stesso - hanno osservato i consulenti - che tutti i prelievi per i test antidoping venivano fatti sui primi dieci. Non sarebbe mai stato così stupido da esporsi ad un rischio così grande".

Le telefonate alla reception

Il giorno della morte, poi, il ciclista chiese più volte alla reception di chiamare i carabinieri "perché c'è qualcuno che dà fastidio". Secondo Rapetto, "potrebbe essere arrivato dal garage" dal momento che l'hotel in cui il campione alloggiava aveva "dei sotterranei e un garage, era un albergo usato forse anche per passare qualche ora in intimità, e l'accesso dal garage era fuori da qualunque controllo". La tesi dei consulenti è che la camorra possa aver voluto la morte del Pirata per motivi legati alle scommesse clandestine.