26 maggio: Althea fa nero il tennis “dei bianchi”

26 maggio: Althea fa nero il tennis “dei bianchi”

Il 26 maggio del 1956, quando la statunitense Althea Gibson battè in finale al Roland Garros la britannica Angela Mortimer (in un’ora e 45’ minuti, con il punteggio di 6-0 12-10), si può dire che il tennis abbia voltato pagina: per la prima volta un atleta afroamericano vinceva un titolo del grande Slam.

Aveva già destato uno scalpore enorme la sua prima apparizione ai Campionati degli Stati Uniti a Forest Hills nel 1950. Era la prima “American Black” come scrive nella sua Tennis Encyclopedia il grande scrittore di tennis americano Bud Collins. Che introduce il suo ritratto con questa frase: “Nessun giocatore ha dovuto superare più ostacoli per diventare un campione di Althea Gibson, “the first black” a vincere a Wimbledon e a Forest Hills “. E a Parigi, come dicevamo.

Ai suoi tempi nel tennis vigeva la segregazione. C’era addirittura una federazione del tennis dei “neri”, l’American Tennis Association (ATA). E l’unico precedente della partecipazione di un afroamericano ai Campionati degli Stati Uniti risaliva a solo due anni prima: nel 1948 il dr. Reginald Weir, un medico newyorkese, fu il primo a essere ammesso alla versione indoor del torneo

Althea era nata ad Harlem il 25 agosto del 1927. Era alta un metro e 80, forte e agile, aveva un fisico naturalmente atletico. Fu notata dal dr. Walter Johnson, un medico di Lynchburg, attivo nella comunità tennistica nera. Lo stesso mentore che anni dopo avrebbe scoperto e lanciato Arthur Ashe.

Lui e l’ATA si batterono perché la USTA, la federazione statunitense ammettesse la Gibson a quelli che oggi chiamiamo US Open. E la spuntarono.

Merita ricordare qui l’aneddoto legato a quella sua prima partecipazione che Bud Collins cita nel suo testo, con una testimonianza della stessa Gibson.

“La prima apparizione di Althea a Forest Hills fu non solo un fatto storico ma un’affermazione stupefacente. Al primo turno battè facilmente (6-2 6-2) Barbara Knapp. Al secondo si trovò di fronte Louise Brough, statunitense anche lei, che quell’anno aveva vinto a Roland Garros e a Wimbledon, e cominciò raccogliendo solo un game nel primo set.

Scuotendosi la tensione di dosso Althea recuperò, fino ad arrivare a condurre 1-6 6-3 7-6. A quel punto il destino si mise di mezzo: un temporale fortissimo si abbattè su Forest Hills e la partita fu sospesa, il finale rimandato al giorno dopo.

Alla ripresa la Brough riuscì a riaffermare la sua statura di campionessa vincendo tre giochi di fila e chiudendo il match a suo favore.

Durante la tempesta però, un fulmine aveva colpito e distrutto una delle due aquile reali di cemento che facevano da guardiane sulla parte alta dello stadio.

“Deve essere stato un segno del destino, i tempi stavano cambiando” gli avrebbe ricordato un giorno Althea, che ormai aveva abbattuto molte delle barriere razziali con la forza dei suoi 11 Slam conquistati, 5 in singolare (dopo Parigi 1956, Wimbledon 1957 e ’58, Us Championships 1957 e ’58) e 6 in doppio.