3 luglio: Wimbledon, 50 anni fa una finale epica

3 luglio: Wimbledon, 50 anni fa una finale epica

Esattamente 50 anni fa, il 3 luglio del 1970, a Wimbledon andò in scena la finale femminile più lunga di sempre. A imporsi fu l’australiana Margaret Smith (dal 1967 signora Court) che superò in soli due set ma interminabili la statunitense Billie Jean King: 14-12 11-9. Un totale di 46 giochi che resta ancora imbattuto ed è destinato a rimanerlo con l’introduzione del tie-break che limita la durata dei set.

Ironia della sorte, le due giocatrici quel giorno erano entrambe malconce sul piano fisico, come racconta il famoso giornalista americano Bud Collins nella sua “History of Tennis”.

Margaret Smith Court si era slogata una caviglia nei giorni precedenti e ce l’aveva gonfia e fasciata strettissima. Scese in campo grazie a un’infiltrazione di antidolorifici.

Billie Jean soffriva a un ginocchio per il deterioramento di una rotula che richiese un intervento chirurgico subito dopo Wimbledon.

Ciononostante combatterono allo stremo. La King brekkò la Smith tre volte nel primo set ma all’australiana riuscì sempre il controbreak. Collins, il Gianni Clerici di Boston, anche lui inserito nella Hall of fame del tennis per meriti letterari, racconta che le giocatrici erano condizionate dai rispettivi infortuni ma giocarono colpi straordinari, come se ogni palla fosse decisiva. La precarietà della loro condizione aumentò a dismisura la concentrazione.

La partita trova un posto di rilievo nella storia non solo per il record: il trionfo servì alla Smith Court per completare quell’anno il poker del suo Grande Slam, seconda a riuscirci dopo la statunitense Maureen Connolly nel 1953. L’australiana è anche primatista assoluta in fatto di titoli Slam in singolare: 24. Il formidabile record cui sta sempre puntando Serena Williams per ora ferma a quota 23.

Coincidenza storica: era sempre un 3 luglio, ma del 1936, quando il tedesco Gottfried Von Cramm giocava la finale a Wimbledon contro l’inglese Fred Perry. Il barone di Nettlingen, inviso ai nazisti per la sua omosessualità ma tollerato per la grandezza del suo tennis, si ruppe il tendine d’achille nel primo set ma rimase comunque in campo sino alla fine onorando il successo dell’avversario che si impose 6-1 6-1 6-0. Stoicismo di altri tempi.