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Sinner numero 2 del mondo, tra genio, etica, educazione e romanzo popolare

L’azzurro ha vinto a Miami il secondo Mille in carriera (dopo Toronto). Battuto Dimitrov in due set (63-61). A 22 anni Jannik ha giocato 17 finali e vinto 13 titoli. “Sono contento per come ho giocato. Conta più la prestazione della vittoria”

di Claudia Fusani   
Sinner numero 2 del mondo, tra genio, etica, educazione e romanzo popolare

Diventa numero 2 del mondo con un passante di rovescio longolinea che lascia fermo Dimitrov e una serie di piccoli gesti normali: il braccio destro alzato con la racchetta, il sorriso a denti radi  più famoso del tennis dopo quello di Yannick Noah e il ciuffo di capelli rossi che si libera dalla stretta del cappellino. Dettagli forse insignificanti. Ma dettagli indimenticabili, quelli che fanno la differenza tra un momento normale e uno eccezionale.

Così ieri sera Jannik Sinner, 22 anni, è diventato il numero 2 del tennis mondiale nel Centrale del Miami, un palcoscenico speciale, l’Hard rock stadium preso in prestito dai Miami Dolphins. E’ la prima volta che un azzurro sale così in alto da quando esiste il tennis professionistico e la classifica al computer (1973). Soprattutto, l’ordinarietà di quei dettagli indimenticabili ci fa capire che per il ragazzo di San Candido il secondo posto è solo un momento di passaggio per diventare numero 1. E’ lì che Jannik vuole arrivare, lo ha sempre detto (“io lavoro tanto per arrivare più in alto che posso, il migliore, il numero 1”) e ogni mattina affronta palestra e campo e poi analisi per arrivare fin lì. “Io mi sento uno predestinato a lavorare e se lavori poi i risultati arrivano e non sono mai nè un caso nè un fatto passeggero. Sono contento per come ho giocato: conta più la prestazione della vittoria” ha detto ieri mentre era ancora in campo trovando anche nel lessico una misura e un’efficacia difficile da ritrovare e confrontare.

La stagione sul rosso

Sinner è così, abituiamoci: si arriva in fondo ad un Master 1000, uno dei dodici tornei più importanti nell’arco dell’anno dopo i quattro slam, si vince, si sorride e si ringrazia ma poi si pensa subito al torneo che terrà. “Sono contento per come è andata la stagione finora, adesso verrà la stagione sulla terra rossa (dalla prossima settimana con Montecarlo fino a metà giugno con lo slam di Parigi), una superficie non ideale per me, vedremo come andranno le cose…”. Cemento veloce e terra: due superfici completamente diverse, due giochi diversi, molto veloce nel primo, più rallentato e imprevedibile nel secondo. Jannik è probabilmente già il numero 1 al mondo sul veloce. Non ama invece la terra rossa. Della serie: sa che potrò perdere anche se ce la metterà tutta. Messaggio neppure troppo indiretto per chi - se e quando l’azzurro dovesse perdere a Montecarlo (dove avrà solo sei giorni per abituarsi al cambio di superficie) ancora peggio a Roma (3-19 maggio) o non fare bene a Parigi saranno pronti a criticare l’eroe osannato e celebrato in questi ultimi cinque mesi. Roger Federer non ha mai vinto Parigi. E neppure Roma. E’ stato e resta the only and the one, il solo e l’unico.

Il torneo perfetto

Quello di Miami è stato il torneo perfetto di Jannik. “Non ho giocato bene i primi turni  (tra pioggia e vento, non era facile, ndr)  ho trovato la forma nel tempo”. Al terzo turno, a dir la verità, c’è stato un inciampo, contro Griekspoor, 5-7 il primo set, 7-5 il secondo per Jannik. Il rischio di uscire  quasi subito dopo aver perso in semifinale a Indian Wells contro il numero uno del mondo Carlitos Alcaraz. Lo spagnolo è stato però scherzato due settimane dopo in due set a Miami dal bulgaro Dimitrov (”mi ha fatto sentire come un bambino di 13 anni, non ho capito nulla” ha detto Alcaraz), lo stesso che Sinner ha scherzato in un’ora e dieci minuti di gioco ieri in finale con un perentorio 63-61. Dimitrov, 33 anni, così predestinato - doveva essere lui l’erede di Federer per la bellezza del gesto - da essersi invece perso per strada negli ultimi anni (non vinceva un torneo da sei anni), ha ritrovato forma e voglia di giocare negli ultimi sei mesi, è tornato numero 12 della classifica (lui che era stato numero 3) e da oggi è numero 9.

Ritrovando Dimitrov

 Riportando, dettaglio per gli appassionati, il rovescio a una mano nella top ten dopo l’uscita di Tsitsipas. Il bulgaro ha fatto un torneo magico, giocando a livelli altissimi, profondità, variazioni, angoli, geometrie, rovescio a una mano anticipato e micidiale soprattutto nelle risposte. Così come micidiali sono state le variazioni - quante smorzate - e le prime palle di servizio che hanno mandato fuori giri Alcaraz. Sinner ha semplicemente impedito che tutto ciò potesse accadere giocando più forte, servizi al corpo, risposte sui piedi, mobilità pazzesca (quindi capacità di leggere prima la palla dell’avversario) e angoli imprendibili con veri e propri traccianti. Dimitrov è stato letteralmente messo in ginocchio della potenza e dalla precisione di Sinner che ha giocato passanti da manuale. Il primo break per l’italiano è arrivato al quinto game del primo set dopo, tra l’altro, un game di servizio in cui l’azzurro ha rischiato a sua volta il break.

Nella seconda partita il break è arrivato al quarto game e quando Dimitrov guidava 40-15. Poi non c’è stata più storia con l’italiano che ha realizzato vere e proprie magie: un dritto stretto imprendibile dopo un lungo scambio; l’ennesimo rovescio lungo linea agganciando la palla nell’ultimo istante possibile e riuscendo ad arrivare giusto con le gambe per dare la necessaria forza. Un gesto che ad occhio nudo sembra smontare tutti i principi di fisica e invece, visto al rallentatore, ne è l’esaltazione.

Un team-famiglia

Ottimo lavoro, Jannik. Ottimo lavoro al team, Darren Cahill e Simone Vagnozzi che si alternano nell’allenamento in campo, Umberto Ferrara e Giacomo Naldi, il fisioterapista e il preparatore atletico. Poi c’è Alex Vittur, l’amico ed ex tennista altoatesino che si occupa della sua immagine e dei suoi social. A Miami c’era Cahill (un giorno si è messo persino ad asciugare l’acqua dai campi) mentre Vagnozzi era presente a Indian Wells. Un team-famiglia che Sinner ha avuto la capacità e la fortuna di mettere insieme e che in questo momento gli dà molta tranquillità, a quei livelli preziosa quanto una caviglia sana.

Un romanzo popolare

Fin qui l’agonista e il campione. Poi c’è il romanzo popolare che si chiama Yannik Sinner, una vera e propria mania che sta affascinando giovani e meno giovani, appassionati tennisti e gente che neppure sa come si tiene una racchetta in mano. Ci sono le sue tante lezioni di etica sul lavoro, sani principi e buona educazione.  Il piacere e il privilegio di impegnarsi e cercare di dare sempre il massimo. “Io ogni mattina mi sveglio e penso che devo andare a lavorare e so che posso andarlo a fare nelle migliori condizioni”. C’è il ragazzo d’oro - circa venti milioni vinti solo di montepremi; poi ci sono i brand, solo da Nike prende 15 milioni l’anno - e c’è il ragazzo educato, che pensa agli altri, che sa che il mondo non è il suo campo di gioco ma anzi, inizia propio lì.

A Melbourne, durante l’Australian Open, Sinner comparve un giorno in campo su una carrozzina insieme ad Alfie Hewett, leggenda del tennis in carrozzina, vincitore di 8 prove del Grande Slam. Il campione azzurro ha voluto scambiare con lui qualche palla, per capire la difficoltà e la fatica di colpire da seduti. A Indian Wells, durante uno scroscio di pioggia, ha detto alla ragazza in campo che lo teneva al riparo dall’acqua con il grande ombrello, di sedere accanto a lui sulla panchina perchè lui avrebbe tenuto l’ombrello. Così è andata per almeno un quarto d’ora: le immagini di questa scena sono diventate virali. “Ma questo Sinner è un signore d’altri tempi” ha detto un giorno la ministra del Lavoro Elvira Calderone che, per sua stessa ammissione, sa molto poco di tennis.

Reduce dal primo slam vinto in carriera in Australia (il primo nella storia del tennis azzurro) si è prestato per tre giorni a conferenze stampa, foto, visite istituzionali con una misura e una educazione inaspettate in un ragazzo di 22 anni. Non tornò subito a casa in quei giorni Sinner perchè “al mio paese c’è stata una tragedia (la morte di due vicini di casa che hanno lasciato due figli piccoli, ndr) e non è il caso che io vada là adesso”. A Miami uno spettatore negli spalti è stato poco bene per il caldo, Sinner ha fermato il gioco e ha messo a disposizione la sua acqua fresca e il suo ghiaccio.

La retorica è sempre in agguato di fronte a questi fenomeni. Il rischio di esagerare anche. Allora possiamo solo ringraziare Jannik Sinner, godercelo ed imparare ciascuno per quello che può e vuole. E se dovesse perdere talvolta, lasciamolo fare: la volta dopo proverà di nuovo a vincere. E così quella dopo ancora. Lo sport non mente. Nel tennis, disciplina individuale, diventa impossibile. Come dice Sinner: “Se lavori, poi i risultati arrivano”.

di Claudia Fusani   

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