Dietro la racchetta: le lacrime di Fabio, il male di Danielle

Dietro la racchetta: le lacrime di Fabio, il male di Danielle

Il tennista che si fa fotografare con il viso dietro il reticolo delle corde della sua racchetta. E racconta un lato dolente (o il lato dolente) della sua esperienza di giocatore professionista. Questo è ‘Behind the racquet’, dietro la racchetta, un’idea semplice ma molto efficace sviluppata da Noah Rubin, uno di loro. Un giocatore professionista, che per ora non ha avuto il successo che si aspettava (e che tanti si aspettavano da lui) e che forse per la sensibilità che ha sviluppato in questo percorso è riuscito a portarla avanti con successo, cioè con la disponibilità di tanti a raccontarsi davvero.

Tanti tennisti disposti a rivelare, mettendo davanti la racchetta, cose che nelle normali interviste non dicono. Forse perché di uno di loro, di Rubin si fidano; forse anche perché vedono in questo spazio la possibilità di condividere qualcosa che può essere utile anche agli altri. Non fosse altro che per sentirsi meno soli lungo un percorso, il circuito appunto, del quale sono noti e in vista i dollari e i riflettori ma non altrettanto ‘quello che c’è dietro’

Possono esserci fragilità che tutti abbiamo, come per esempio la difficoltà a partire per “andare a lavorare” (perché comunque il tennis a quel livello è un lavoro, per quanto bellissimo…) lasciando a casa gli affetti per un mese o due. Lo ha raccontato pochi giorni fa Fabio Fognini, spiegando quanto sia difficile per lui ricominciare ogni anno dopo le feste Natalizie, riprendere l’aereo dopo aver passato un mese abbondante a casa per la preparazione invernale, che è impegnativa, ma consente di stare vicino ai propri cari, la moglie Flavia, i figlioletti, i parenti, gli amici.

“Mi ricordo quando mio figlio aveva solo 8 mesi – ha raccontato - e con Flavia eravamo a Miami nel pre-season: stavo per ripartire per l’Australia e mi è venuto da piangere, come un bambino”. Aggiungendo: “E comunque negli ultimi 10 anni, all’approssimarsi di ogni ripartenza mi ammalavo. Niente di grave, un po’ di febbre, un po’ di tosse. Ma quel periodo a fine dicembre /inizio gennaio per me è il peggiore dell’anno”.

E’ la vita di un grande globetrotter con la racchetta, che racconta anche come a 18 anni aveva sofferto di un’infiammazione al polso per la quale gli avevano detto che l’unica soluzione sarebbe stata un’operazione dopo la quale avrebbe avuto il 50% di possibilità di tornare a giocare a tennis. Un’operazione che Fabio ha scelto di non fare. Una scelta giusta che ancora oggi rivendica con soddisfazione.

Me dietro la racchetta ci sono anche vicende più dure come quella della bella e sfortunata Danielle Collins, americana di St Petersburg, che aveva stupito il mondo all’inizio del 2018, spuntando improvvisamente dal tennis dei college Usa come n.167 del mondo (si era da poco laureata all’Università della Virginia) e salendo fino al n.53 nel giro di 3 mesi. Vittoria all’Oracle Challenger di Newport Beach, quarti di finale al successivo Oracle Challenger di Indian Wells, wild card al Wta Premier Mandatory di Indian Wells e ottavi di finale raggiunti (battendo Madison Keys n.15), successiva semifinale a Miami (passando dalle qualificazioni e battendo poi, tra le altre, Coco Vandeweghe, Donna Vekic e Venus Williams): questa la prima serie di successi che l’hanno vista arrivare al n.23 del mondo all’inizio del 2019.

Nessuno sapeva che oltre alle difficoltà economiche, che l’avevano in un certo senso obbligata a puntare sul tennis universitario e sulle borse di studio, Danielle doveva battagliare con malattia e malessere da quando aveva 15 anni. Un’avversaria ostica come l’artrite reumatoide. Avrebbe reso nota la sua condizione lo scorso autunno, dopo una stagione difficile proprio sul piano della salute, che le ha impedito di confermare i continui progressi e l’ha vista scendere in classifica fino all’attuale n.51 del ranking Wta.

A Behind the Racquet Danielle Collins ha voluto raccontare tutto, anche quelle cose che il suo medico di base sicuramene terrebbe celate dal segreto professionale. I dolori, i tremori, la preoccupazione.

“Tutto cominciò quando avevo 15 anni: dolori alle costole e problemi quando andavo in bagno. I medici mi fecero fare un sacco di esami. Un reumatologo mi disse che ero positiva a una malattia autoimmune. Poi, dopo un po’ di mesi sembrava tutto passato: i test del sangue erano normali. Eppure non sono stata bene per tutto il periodo del college. Mi mandavano dai medici, facevo esami ogni due mesi ma non ne usciva nulla. Eppure avevo sempre dolori. Sono stata operata a un polso, al menisco. Mi hanno diagnosticato varie tendiniti. Ma alla fine tutti erano convinti che i problemi fossero relativi al fatto che ero un atleta, mi allenavo tanto e facevo gare: il mio fisico era sotto stress.”

“Quando sono uscita dal college le cose per un periodo sono andate meglio – scrive la Collins -  Alla vigilia degli open d’Australia di due anni fa sentivo male un po’ dappertutto: al collo, ai polsi, alle mani, un po’ a tutte le articolazioni. Ma lo attribuivo al fatto che mi ero allenata tantissimo. Poi il dolore è cambiato, non era più normale. Il mio medico mi consigliò di tornare dal reumatologo e di fare il test per l’artrite reumatoide. Rifiutavo quell’idea perché sapevo di cosa si trattava. Mia nonna ne soffriva. Ma io, pensavo, ero troppo giovane. Così ho tirato avanti con il dolore, che peggiorava quando avevo il ciclo. Avevo spesso sonnolenza, ero sempre stanca. Facevo fatica a tirarmi su dal letto. Una volta ho dormito 15 ore. La cosa peggiore è che mi stavo abituando a quello stato di cose. Non sapevo più che cosa voleva dire star bene e sentirsi in forze. Né alzarsi dal letto senza avere dolore alle mani e ai piedi”. Il mio corpo si stava abituando a convivere col dolore”.

Le cose a un certo punto sono precipitate: a Wimbledon, lo scorso anno, durante un doppio con Bethanie Mattex-Sands il dolore alla mani è tale che Danielle non riesce a giocare.

“Appena finita la partita ho fatto i bagagli per tornare a casa in Florida. Ho buttato i vestiti in valigia senza piegarli, tanto era il dolore alle mani. Ho pensato che fosse un’allergia, un intolleranza alimentare. Il mio medico mi ha detto di nuovo di farmi vedere dal reumatologo, ma io non ero convinta. L’allergologo mi ha detto di evitare il latte di cocco e gli alimenti con il glutine. Ma le cose non sono migliorate: i piedi mi facevano così male che mi pareva che cambiassero forma. Alla fine, tra il torneo di San Jose e Toronto decisi di farmi visitare dal reumatologo, per capire qualcosa prima degli UsOpen. Mi fecero fare un sacco di esami e dopo gli Us Open la diagnosi di artrite reumatoide fu certa”.

“Cominciai le cure. Non funzionarono granchè, finchè non trovai un mix di farmaci che insieme a una dieta molto controllata, mi faceva stare in modo decente- spiega la giocatrice americana - Ho trovato un po’ di pace dentro me stessa dicendomi che in fondo ognuno ha qualcosa di poco piacevole con cui deve fare i conti tutti i giorni. E io dovevo mettermi nella condizione di farlo, per essere una persona adulta in salute. Non c’era dubbio sul fatto che volessi continuare a giocare: è ciò che amo fare nella vita. E non voglio nemmeno essere considerata più debole degli altri, non voglio che la gente pensi a me come una persona malata, non voglio farmi definire da questa malattia. Devo accettare la situazione e tirarne fuori gli aspetti positivi. Non sono la persona più esplicita del mondo ma sto cercando di sentirmi sempre meglio nel ruolo di qualcuno che può cercare di aiutare gli altri condividendo la propria esperienza”.

Ciascuno ha una storia da raccontare, Behind the racquet, se ha il coraggio di Danielle. Di certo aiuta entrare in contatto con esperienze come la sua, o anche meno drammatiche, ma comunque significative di quell’umanità che qualche volta si rischia di perdere di vista, concentrati come siamo su quella palla che fila a 220 all’ora, su tutti quei dollari e quei riflettori che esaltano i vincitori e spesso dimenticano i perdenti, che nel tennis ogni settimana sono “tutti tranne uno”. Raccontarci le nostre storie, con sincerità ci fa sentire meno soli.