Djokovic re d'Australia: "Io e Melbourne, una storia d'amore"

Djokovic re d'Australia: 'Io e Melbourne, una storia d'amore'

Non è stata né equilibrata come immaginavano gli allibratori, né spettacolare come speravano tutti, a cominciare da quelli che avevano sborsato 650 euro per assistere al match in prima fila. E neanche intensa come la forma recente dei protagonisti avrebbe suggerito. La finale maschile degli Australian Open 2021 è stata solo quintessenzialmente djokoviciana: chirurgica e a senso unico. Esaltante per lui e per i suoi tifosi, frustrante per l’avversario.


Il numero 1 del mondo si conferma il più forte di sempre agli antipodi, conquista il nono titolo a Melbourne Park e porta a casa il diciottesimo Slam, riprendendo quel flirt coi libri dei record interrotto un anno fa da queste parti. “Posso anche dire che l’età è solo un numero, e non mi sento vecchio, ma la realtà biologica è che arrivato a quasi 34 anni devo centellinare le mie energie e programmare la mia stagione in modo da raggiungere la forma migliore negli Slam, perché sono questi gli appuntamenti che contano. Quelli e il numero uno del mondo”.


Solo che la prima posizione del ranking Nole la conserverà ancora per un bel po’ e una volta che l’8 marzo supererà il record delle 310 settimane in testa al ranking di Federer potrà accantonare la classifica dalle sue priorità e iniziare sul serio a rivedere la programmazione stagionale, per dedicare più tempo alla famiglia.

Altro discorso per i 20 major di Roger e di Rafa, che ora sono nel mirino: “Non sono ancora arrivato al record di Nadal a Parigi, ma c’è una storia d’amore con Melbourne e con gli Australian Open che ogni anno si autoalimenta”.

In questo caso è bastato stringere i denti nella seconda metà del primo set, quando Medvedev aveva recuperato il break di svantaggio, e poi rimandare dall’altra parte qualsiasi cosa, prosciugando la velleità del moscovita. Alla Nole, appunto.


7-5 6-2 6-2 in 1 ora e 53 minuti e la nona finale australiana di Djokovic si conclude come le otto precedenti: con la schiena sul greenset, l’abbraccio ai tre reduci del suo clan, il bacio alla Norman Brookes Challenge cup e il cuore lanciato verso le tribune, oggi scosse da 7500 spettatori. Che a Melbourne lo sostengono come da nessuna parte nel mondo. “È difficile spiegare da dove nasca questo feeling, ma ogni anno torno in questo posto, in questo stadio, faccio il pieno di fiducia e rivivo certe sensazioni”. Da quando i campi di Melbourne Park sono stati dipinti di blu, il serbo ha affrontato 15 volte dei top 5 e ha sempre vinto. Troppo forte alla risposta, costante da fondo e persino chirurgico a rete, Nole ha fatto sembrare Daniil non il suo clone ma la sua caricatura.

Medvedev non è riuscito a sottrarsi al trattamento e ha incassato una sconfitta mai in discussione e quando a meta del terzo ha provato a portare il pubblico dalla sua parte, ha trovato solo l’appoggio degli agnostici che non volevano ritrovarsi sotto le coperte prima delle 10 di sera. Annichilito in campo, il russo si è comportato meglio davanti al microfono che con la racchetta.

“Ricordo che qualche anno fa, quando ero 500 o 600 del mondo, a Monaco mi sono allenato con lui. Nole era il numero 1 del mondo, aveva appena vinto Wimbledon e cercava qualcuno con cui palleggiare. Io ero intimidito e non riuscivo a spiccicare parola. Djokovic non solo mi mise a mio agio facendomi un sacco di domande, ma si dimostrò molto più e alla mano di quanto lo dipingessero i media”.

 


Nole ha ringraziato per l’endorsement e si è detto sicuro che prima o poi il russo vincerà uno Slam. “Magari tra qualche anno”, ha aggiunto, scatenando l’entusiasmo del pubblico. Perché non c’è nulla di più comico di una verità spacciata per una battuta. E a tutti è chiaro da un bel pezzo che Djokovic giochi soprattutto per quelli. “È difficile dire se questo sia stato il più difficile, certamente è stato quello che dal punto di vista emotivo ha richiesto molto per le circostanze nelle quali si è svolto il torneo, per il fatto che all’inizio noi tennisti non sembravamo benvenuti da parte del pubblico australiano. E poi per le mie difficoltà fisiche. Ho dovuto investire molto tempo e molte energie con il mio team per superare le avversità e per arrivare a sedermi qui con il trofeo”.

 


“Capisco le perplessità di chi pensa che non fossi davvero infortunato, anche se a volte l’ho percepite come ingiuste. Sono un essere umano e certamente mi fanno male certe critiche e certi atteggiamenti, ma l’importante è non permettere a tutti quello che si diceva di influenzare la mia prestazione. E comunque quel che è successo in queste settimane lo vedrete in un documentario che uscirà a fine anno”.

 


“Novak aveva disperatamente bisogno di questa vittoria - ha concluso Goran Ivanisevic, sedendosi sullo scranno della sala stampa – dopo tutte le cattiverie, le critiche e le falsità che sono state dette sul suo conto da New York a Parigi, da Adelaide all’infortunio muscolare contro Fritz. Ne aveva bisogno anche per sperare di superare i record di Roger e Rafa, che secondo me vincerà almeno un altro, se non due Roland Garros. Questo successo è un capolavoro perché Djokovic ancora una volta ha mostrato al mondo che tennista eccezionale sia. È stato perfetto, e questa vittoria è ancora più dolce per la prestazione in finale contro Medvedev ma anche per le difficoltà e per il dolore che ha dovuto sopportare negli ultimi giorni”.