Jaden Agassi si dà al baseball: il tennis non è sport per dinastie

Jaden Agassi si dà al baseball: il tennis non è sport per dinastie

Con quel cognome, se avesse giocato a tennis Jaden Gill Agassi avrebbe visto aprirsi molte porte. Ma si sarebbe esposto a confronti costanti e raddoppiati, con mamma e papà. Figlio di André e di Steffi Graf, trenta Slam in due, dall'età di sei anni ha maturato una passione per il baseball. Ha ereditato i geni del miglior interprete della risposta della sua generazione e di Miss Dritto, ma non gioca da battitore. Cerca la sua strada lontano dai genitori e lancia. Il braccio è veloce sul serio, la sua palla viaggia anche sopra i 140 kmh: Agassi una volta ha provato a batterne una, e non l'ha nemmeno vista. Jaden Gil, 18 anni da poco più di un mese, ha firmato ler la USC Trojans, la squadra della Southern California University, la più titolata di sempre nella storia del baseball universitario Usa.

 

Andre, figlio di un pugile iraniano che l'ha un po' forzatamente avviato al tennis, c'era nel giorno dei provini e della firma del figlio. C'era senza interferire perché, ha detto, “è importante soprattutto che abbia una buona vita e che sia felice. Ma la felicità non dipende solo dal successo nello sport e dai soldi che guadagni”.


Joakim Noah non voleva confronti

Aveva sei anni anche Joakim Noah quando ha capito che non avrebbe seguito la strada del padre Yannick, ultimo francese a conquistare uno Slam in singolare, al Roland Garros del 1983. Yannick gli stava dando lezioni, analizzava i suoi colpi e intanto una piccola folla si fermava a guardarli. Dopo una decina di lezioni, non di più, Joakim realizza che non vuole essere costantemente paragonato al padre. Preferisce prendere la sua strada anche se, come ha dichiarato in un lungo articolo per Grantland, Yannick ha comunque forgiato il tipo di atleta che è diventato. “I miei genitori hanno divorziato quando ero giovane, ma ho passato del tempo con lui, ho visto come si allenava. E credo che la mia etica del lavoro arrivi da lui”. Joakim diventa un giocatore di basket NBA. Dopo nove anni con i Chicago Bulls (2007-2016), ha vissuto una controversa esperienza ai New York Knicks finita, ha ammesso, non solo per gli infortuni. “Mi ricordo che dopo la mia prima gara in maglia Knicks ci saranno state non meno di 60 persone che sono venute a casa mia. Mi piace troppo far serata, mi piace troppo fare festa per stare in una città come New York” ha raccontato.


Yannick ha sempre supportato il figlio, c'è un video molto diffuso sul web in cui interrompe un'intervista durante una partita dei Bulls per esultare dopo un punto del figlio. Come Agassi e Noah, anche Sergej Bubka ha cercato di sostenere la carriera del figlio che si chiama come lui, famoso anni fa in quanto fidanzato di Vika Azarenka. Bubka è figlio di una nota ginnasta, Lilia, e del primo saltatore con l'asta capace di superare i 6 metri, in grado di firmare 17 record del mondo all'aperto e 18 al coperto. “Mio padre è l'atleta più professionale che conosco” raccontava all'Independent nel 2005, “è un grande esempio per me. Mi ha mostrato cosa devo fare per avere successo. Quando non gioco bene, mi dice che devo concentrarmi di più e insiste che devo imparare dai miei errori”.


Leo Borg non cerca scorciatoie

Ma c'è anche chi, come Leo Borg, il figlio di Bjorn, scopre di aver ereditato la passione del padre. Si è anche trovato a interpretare il ruolo del giovane Bjorn al cinema in alcune scene del film “Borg vs McEnroe". Il cognome per certi versi è un aiuto: ha ottenuto nel 2018 un contratto di sponsorizzazione con Fila, che diventò un marchio-icona negli anni Settanta grazie a Bjorn Borg che indossava le celebri fasce per fermare i lunghi capelli biondi. La scorsa estate, nonostante ci fossero quattro giovani svedesi più avanti di lui in classifica, il torneo di Wimbledon gli ha concesso una wild card per le qualificazioni del torneo junior. Bjorn, raccontava a luglio il coach di Leo, Rickard Billing, non si intromette nella carriera del figlio. “Il legame con il padre ha due facce” ha detto alla CNN Billing, che lo segue da quando ha dieci anni. “Da una parte, c'è più attenzione da parte dei giornalisti, ci sono più fotografi quando si allena e quando gioca. Però d'altra parte ottiene anche più wild card per i tornei. Leo però vuole davvero avere successo nel tennis, non per il cognome che porta. Non cerca scorciatoie”.

 


Bjorn Borg
I "figli di" e il rischio di sembrare raccomandati

Il rischio di apparire “un raccomandato” c'è, e aggiunge un livello di pressione ulteriore. Devi vincere tanto, devi vincere presto per far dimenticare a tutti che sei “il figlio di papà”. Vale per Mick Schumacher, il figlio di Michael, che quest'anno a Hockenheim ha guidato la Ferrari 2004 del padre, ma ha scelto per il 2020 di rimanere in Formula 2 e non anticipare il salto in Formula 1. Vale per Daniel Maldini, figlio di Paolo e nipote di Cesare, che non solo ha scelto di fare il calciatore ma gioca nelle giovanili del Milan come il padre e il nonno. Valeva, almeno all'inizio, per il giovane Bruno de Rezende, diventato uno dei migliori palleggiatori nella storia della pallavolo, figlio di una giocatrice, Vera Mossa, e di Bernardinho, allenatore più titolato nella storia del volley e ct del Brasile tre volte campione del mondo tra il 2002 e il 2010. Bernardinho aveva anche pensato di farsi da parte perché nessuno potesse pensare che il figlio fosse “un raccomandato”. Ma il suo enorme talento ha tolto ogni dubbio.


Crescere con genitori sportivi crea un ambiente familiare che stimola la competitività e abitua a conoscere e affrontare le pressioni della vita sportiva. Chiedere per credere a Kiki Mladenovic, figlia di una pallavolista di livello internazionale e di un portiere di pallamano campione olimpico nel 1984. O a Taylor Fritz, che ricordava al sito dell'ATP di aver spinto a 12 anni la mamma Kathy May, ex tennista entrata in top 10 nel ranking WTA, a continuare a giocare nonostante un infortunio durante un torneo estivo madri-figli.

 

Per Fritz, come per Sebastian Korda, che a gennaio 2018 ha vinto l'Australian Open junior a vent'anni dal trionfo a Melbourne del padre Petr, numero 2 del mondo nel 1998, l'obiettivo è di togliersi l'etichetta di “figlio di”, di farsi un nome per i propri risultati e non limitarsi solo a brillare di luce riflessa.

 

Anche se nel tennis, uno sport che comporta un bagaglio di dubbi e tensioni interiori con cui confrontarsi ogni giorno, ad ogni partita, quasi ad ogni colpo, è ancora più difficile che in altri contesti e discipline. Le coppie padri-figli in cui entrambi siano entrati tra i primi 100 del mondo nell'era Open si contano sulle dita di una mano: gli australiani Fred e Sandon Stolle, Phil e Taylor Dent, gli svedesi Leif e Joachim Johansson, i francesi Christophe e Edouard Roger-Vasselin, i norvegesi Christian e Casper Ruud. Il tennis, un tempo gioco dei re, non è uno sport per dinastie.