[Il ritratto] Murray  e la dannazione del perdente ma questa volta è la sconfitta più grande

Il tennista, scozzese o inglese a seconda dei risultati, ha annunciato il ritiro in lacrime. Lascia un ragazzo ispido, elettrico, nervoso, «il più cattivo del circuito»

Sir Andrew Barron Murray si è asciugato le lacrime come quella volta che perse la finale di Wimbledon nel 2012 e disse guardando i tifosi nell’occhio della telecamera «mi dispiace per voi. Avrei voluto vincere». 

Il suo sogno realizzato 

Adesso, però, fa ancora più male perché la sua storia con il tennis s’è fermata lontano dai podi e dagli onori che aveva raggiunto facendo «qualcosa che faccio da quando ero bambino e che amo più di tutto al mondo», come confessò un giorno dopo essersi aggiudicato un prize money da 10 milioni di sterline, aggiungendo che avrebbe restituito tutto molto volentieri pur di vincere a Wimbledon. Ci riuscì nel 2013, primo inglese a trionfare su quel mitico campo verde dopo 77 anni dal successo di Fred Perry. Da allora, da quella finale contro il numero 1 al mondo Novak Dokovic, Andy Murray ha scalato tutto quello che c’era da scalare e ha vinto tutto quello che c’era da vincere, 3 tornei del Grande Slam, due medaglie d’oro olimpiche, una coppa Davis e altri 40 titoli nei tornei ATP, arrivando in cima al ranking nel 2016, il tennista più forte del pianeta, quando riconquistò Wimbledon per la seconda volta. 

Il terribile incidente

Dopo il terribile incidente all’anca che l’aveva bloccato dal luglio 2017 al giugno 2018, era rientrato al posto numero 839 della classifica ATP e non si era più ripreso, ormai prigioniero del suo calvario di sofferenza: «Non ha senso continuare così», ha detto senza trattenere le lacrime. «Sto lottando con il dolore da molto tempo ed è abbastanza. Non si tratta soltanto del dolore, è semplicemente troppo. Vorrei arrivare fino a Wimbledon, perché mi piacerebbe smettere di giocare lì, ma non sono sicuro di farcela».

La fine della felicità

Al campione, che da bambino sognava di diventare come André Agassi, dev’essergli caduta a terra tutta la felicità che raccontava nelle sue confessioni, quando lottava solo per vincere, non per sopravvivere o per tornare nel suo posto: «Lavoro sodo, mi alleno duramente, prendo il tennis con grande serietà. Ma amo anche la mia vita. Sono molto felice fuori dal campo. Perché mi diverto». Oggi i giornalisti hanno ripreso a considerarlo uno «scozzese». Era «inglese» soltanto quando vinceva. Lo è stato per tanti anni. Ma se tutto finisce prima o poi, forse non doveva finire così. 

Con la racchetta a due anni

Nato a Glasgow nel 1987, ha cominciato a giocare con la racchetta a due anni, sotto la guida della mamma, Judy Erskine, una insegnante di tennis ciecamente determinata alla sua affermazione. Lo doveva stressare così tanto che a 12 anni decise di smetterla lì e di cambiare sport. Provò col calcio ed era forte pure con il pallone, solo che dopo un po’ lo prese a noia e tornò alla racchetta, rifiutando i Glasgow Rangers che lo volevano in squadra. Un po’ il suo destino era segnato. Da bambino alle elementari, era scampato miracolosamente, assieme al fratello Jamie, al massacro nella sua scuola di Dunblane, quando un uomo armato aveva fatto irruzione ammazzando 16 bambini e un insegnante prima di suicidarsi. Lui e Jamie si salvarono barricandosi nell’ufficio del preside. Andy fu sempre restio a parlare di quella strage, anche perché la cosa più terribile era che conosceva molto bene quell’assassino: era il suo istruttore alla scuola locale di scout e la mamma un mucchio di volte gli aveva dato un passaggio in macchina.
Ma sir Andrew Barron era un predestinato. 

Aveva mani da favola

La vita ci regala dei percorsi tracciati misteriosamente. Se dopo gli anni di formazione, ne era uscito «con uno stile più simile a un arrotino che a un giardiniere», come annotava Gianni Clerici, lui aveva già in dote una manina benedetta e una certa lucidità di gioco. Mats Wilander, ex tennista, allenatore e commentatore sportivo svedese, disse di lui che «ha le migliori mani dai tempi di McEnroe. Può fare cose che gli altri non possono». Negli anni dei suoi successi, i critici gli hanno riconosciuto un ottimo rovescio, sostenendo pure che la volée fosse tra i suoi colpi migliori, anche se raramente scendeva a rete. Il suo stile di gioco era abbastanza passivo. Eppure, dopo essersi rivolto a uno psicologo per avere una marcia in più, si appuntava le regole cui attenersi prima di una partita, «sii buono con te stesso, concentrati su un set alla volta...», ma soprattutto «cerca di essere quello che conduce il gioco». Poi, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.

Agassi il suo modello

In realtà, Andy Murray ha adorato Agassi, si è ispirato a Pete Sampras e molto ha imparato da Ivan Lendle. Alla fine ne è venuto fuori un campione che ha segnato un’epoca. Oltre alla manina benedetta, alla McEnroe, sir Andrew è dotato di un gran carattere. Forse troppo. E’ un ragazzo ispido, elettrico, nervoso, e qualcuno diceva che era «il più cattivo del circuito», e che metà del tempo in campo lo passava a imprecare. Si batteva i pugni in testa, urlava parolacce al vento, fuck fuck!, per maledire se stesso. Gli continuavano a dire che era bravo, ma che non sarebbe mai stato come Federer o Nadal. Quando era piccolo, nelle partite contro suo fratello Jamie, non aveva mai vinto neppure una volta. Sembrava una maledizione. Ma è scacciando questa frustrazione che è diventato sir Andrew Barron. «Penso di essere una brava persona», diceva ai giornalisti che lo punzecchiavano. «Sono gentile con tutti. Non penso che il fatto che ogni tanto sia negativo in campo mi renda cattivo». Ma questo lo affermava dopo aver cominciato a vincere. Prima aveva dovuto affrontare le sconfitte, senza riuscire a rassegnarsi, tirandosi la racchetta in testa per la rabbia, mandandosi al diavolo ogni volta. Rafael Nadal, quando lo batté nella finale degli Australian Open 2009 lo abbracciò dicendogli «sono sicuro che vincerai anche tu, almeno uno slam», ma lui piangeva e non riusciva a darsi pace. 

La dannazione del perdente

Combatteva disperatamente contro la dannazione del perdente. Così, nel 2012, dopo aver perso lo scettro di Wimbledon contro Roger Federer, aveva pianto per tre minuti di fila, senza staccare gli occhi dal prato, senza mai rivolgerli in alto verso mamma Judy che lo fissava dagli spalti, tre minuti di singhiozzi prima di alzare lo sguardo verso la telecamera e dire che gli dispiaceva per tutti. Le stesse lacrime di oggi. Ha perso di nuovo, come gli capitava sempre agli inizi. Solo che ha perso di più, non è stata solo una partita: questa volta ha perso contro il destino. Ma chi ha conosciuto la sconfitta, dovrebbe sapere che è una brutta bestia che non ci dimentica facilmente. Prima o poi ritorna.