Night and Slam: 60 anni fa la più grande impresa del grande Nick

Night and Slam: 60 anni fa la più grande impresa del grande Nick

Il 28 maggio del 1960, dunque esattamente 60 anni fa, Nicola Pietrangeli compì un’impresa che rimane tutt’ora ineguagliata. Battendo nella finale de campionati Internazionali di Francia a Roland Garros il cileno Luis Ayala, conquistò il titolo parigino per il secondo anno consecutivo. Nessun altro azzurro ha due Slam nel palmares. Nessuno più come avvenne nel suo caso potè essere definito il più forte giocatore del mondo su terra battuta.

Tra i testimoni oculari di quel tennis in bianco e nero c’è il grande Gianni Clerici, giocatore di livelle internazionale, poi scrittore di tennis e non solo, che con Pietrangeli incrociò anche la racchetta prima di raccontarne le gesta.

Nel suo ormai introvabile libro “Il Grande Tennis”, edito da Mondadori nel 1978, c’è un breve ritratto del formidabile campione che ci conduce proprio alla sera prima della grande impresa del 28 maggio 1960. Ve lo proponiamo per ritornare insieme a quell’epoca romantica e irripetibile del nostro sport.

“Nicola Pietrangeli è nato a Tunisi, e fino a ventun anni ebbe la possibilità di scegliere tra il passaporto italiano e quello transalpino: non gli sarebbe certo mancata la padronanza del francese, né la simpatia della tennis-society parigina.

Il nonno paterno di Nicola, l'abruzzese Michele Pietrangeli, era stato il re dell'edilizia tunisina. Per spostarsi lavorando, quel geniale imprenditore usava un elegantissimo, e sempre lucente, vagone personale.

Il papà Giulio, sportman inesausto, era stato campione di tutti i giochi praticabili a Tunisi, dalla pallanuoto al tennis, tardivo ma corrisposto coup de foudre.

Mamma Anna, una russa bianca, aveva trasmesso al figlio unico prodigalità non inferiore alla dolcezza.

Anche nei momenti meno brillanti, quando i Pietrangeli furono costretti a rientrare in Italia, il bambino Nicola fu il più generoso che la scuola francese di Roma ricordi: distribuiva figurine agli amici, come più tardi avrebbe dispensato inviti, fiori e, chissà, qualche gioiello.

Alla scuola, e anche al tennis, il giovane Nicola prediligeva il football.

La prima volta che lo incontrai, a sedici anni, suo padre dovette trascinarlo di peso dal vicino campo di calcio al centrale del vecchio Parioli.

Quel ragazzino paffuto, dalle labbra gonfie, e dai grandi occhi azzurri, mi costrinse ad una delle più faticose, disperate partite della mia carriera.

Seguendo il servizio a rete, pregavo gli dei che mi facessero trovare la palla, ribattuta dal suo rovescio con le traiettorie più inattese, ora fischianti e morbide, ora ingannatrici.

Dopo due ore, i miei tre anni di anzianità, la forza fisica, la vergogna, ebbero la meglio. Con un sorriso gentile e distratto il ragazzo mi strinse la mano per correre via, verse il diletto campo di pallone.

Con il medesimo, disinvolto candore, Nicola ebbe accesso all'Olimpo del tennis, primo tra gli italiani.

Fu, la sua, una carriera da predestinato, trascinata a volte con poco entusiasmo, altre con divertita gentilezza.

Il ragazzo Nicola, dolcissimo, affettuoso, silenzioso, cedette via via a una personalità più artificiale, costruita dagli altri, mondana: il suo talento per le lingue, il suo stile, finirono per condurlo alle public relation, allo show televisivo.

Sotto quella patina luccicante e, dopotutto, banale, Nicola nascose sempre un nativo, infantile istinto per il gioco e una totale incapacità ad essere severo, soprattutto con se stesso.

La contraddizione che gli impedì di diventare, sul campo, definitivamente irresistibile, fu la mancanza di professionalità, quel suo indugio in atteggiamenti fatali ad un giocatore di mestiere. Anche in questo, nella pigrizia, nel rifiuto della routine, Nicola mise molto del fascino slavo di sua madre Anna, alimentato dagli scirocchi di Tunisi e di Roma.

Quante sere non abbiamo passate insieme, nell'aria buia di una discoteca, mentre il tempo scorreva, e le ore della partita si facevano più vicine.

L'angoscia che provavo, da ex giocatore, e da amico, non pareva nemmeno sfiorarlo. Si sentiva a suo agio, in quei luoghi tanto poco ospitali, e pareva quasi si facesse una difesa, delle sue debolezze.

Mi ritrovavo, a volte, complice e insieme delatore, per il ruolo che avrei dovuto recitare, il giorno dopo, sul giornale. Cercavo di trascinarlo, di rispedirlo a letto, incontrano do, sempre, l'opposizione delle sue belle amiche, e la sua ironia.

La sera di una delle sue più grandi vittorie, a Parigi, fece tranquillamente le due. Allo Epi Club, per poi affrontare Luis Ayala più riposato del Principe di Condé”.

E come andò a finire lo sappiamo.