#RIGADIFONDO - Se il suggeritore non è più fuorilegge...

#RIGADIFONDO - Se il suggeritore non è più fuorilegge...

È venuto il momento di tenergli gli occhi addosso. Al coach, s’intende: perché dal torneo Wta di Dubai, in via sperimentale ed esclusiva per il circuito femminile, dalla prossima settimana, il coaching dalle tribune sarà legalizzato. E così anche l’allenatore di tennis avrà la possibilità di esprimersi sui livelli tecnici e spettacolari degli illustri colleghi delle altre discipline senza per questo vedere la sua giocatrice richiamata o penalizzata dall’arbitro.

Potrà anche inventarsi un complicatissimo linguaggio dei segni condito da tanto di codici segreti per consigliare alla propria prediletta di evitare il rovescio dell’avversaria o cercare l’angolo esterno col servizio da destra. Il tutto senza farsi ‘sgamare’, non più dall’arbitro (che non avrà più nulla da obiettare da un punto di vista regolamentare), ma dall’altra giocatrice o da uno dei membri dell’altrui staff tecnico.

L’esperimento parte da cinque righe piuttosto scarne affidate da un portavoce della Wta a Simon Cambers, giornalista di ESPN: “Il nuovo esperimento - si leggeva ad Australian Open ancora in corso, il 27 gennaio - consentirà ai coach di dare suggerimenti ai propri giocatori nello stesso modo in cui hanno sempre [illegalmente, nda] fatto senza essere penalizzati. Che siano incoraggiamenti, parole dette all’atleta quando si trova dallo stesso lato del campo o segnali con le mani, questo tipo di coaching, così come avviene anche adesso, diventerà legale”.

Da Mouratoglou a Mourinho, il passo è certamente più lungo della semplice, banalissima consonanza. E per vedere un coach Wta sgolarsi ed esagitarsi a mo’ di Antonio Conte bisognerà probabilmente aspettare futuri remoti. Ma per chi vuole prendere l’esperimento sul serio - e in queste righe lo faremo senza dubbio - i cambiamenti e gli effetti non saranno così marginali.

Intanto, restando all’aspetto di colore, se il tutto andasse in porto diventando prassi adottata da tutti, a prescindere da circuito e genere, potremmo dimenticarci quelle scenette da ‘un, due, tre stella’ cui erano costretti alcuni coach non appena l’arbitro di sedia volgeva lo sguardo in loro direzione. Un’abitudine che serviva solo a (mal) celare il segreto di pulcinella.

Basta aver avuto la fortuna di girare un po’ i circuiti di qualsiasi livello, dagli Itf agli ATP passando per i Challenger, per sapere che - con buona pace del regolamento proibizionistico - gli allenatori di tutto il mondo appollaiati sugli spalti di uno showcourt o accovacciati su una seggiola sull’angolo profondo di un campo secondario, coi loro giocatori ci hanno sempre parlato. Diciamo bisbigliato, via.

Insomma, le potenziali indicazioni non restano rinchiuse nel recinto della tattica ma, per i tecnici che sono in grado di coglierlo, possono sconfinare al puro dettaglio tecnico da limare in corsa.

Chi ha prestato attenzione all’esperimento, al maschile, delle Next Gen Atp Finals (valido solo ai cambi campo e con cuffia iper-tecnologica), si sarà accorto che Riccardo Piatti, per esempio, tra una risata e uno scherzoso ‘caz** tuoi’, al suo Sinner aveva detto di non preoccuparsi della zona d’impatto della palla, che se la sentiva troppo ‘alta o bassa’ era solo per le traiettorie dell’avversario (Humbert, nello specifico) e non per un suo difetto tecnico temporaneo.

E sorprenderebbe i più sapere che questi non si limitano a considerazioni di tipo tattico. Succede, anche ai più insospettabili, di non alzare per bene il lancio di palla sulla seconda di servizio, o di tenere troppo ‘chiuso’ il piede d’appoggio difendendosi di diritto sull’angolo destro.

E allora un’oliata ai meccanismi più naturali, anche durante il match, può fare la differenza. Magari pure tra break subito e servizio tenuto, oppure tra vittoria e sconfitta. Teoria che sposava già tempo fa Patrick Mouratoglou in un’intervista molto rilassata su un divano Luigi XIV rilasciata a chi vi scrive:

“L’allenatore ha il dovere di preparare il suo atleta prima, in modo che arrivi alla partita che sappia già fare tutto da solo, come ha sempre professato Phil Jackson. Ma poi un dettaglio, una virgola, una parola giusta al momento giusto può fare tutta la differenza del mondo”.

Al netto della citazione dell’encomiabile allenatore dei Bulls di Jordan e dei Lakers di Shaq e Kobe, Mouratoglou rese in quell’occasione più chiaro il suo pensiero con un esempio pratico, all’epoca fresco d’attualità:

“La semifinale degli Us Open contro la Vinci? Se avessi potuto parlare con Serena non avrebbe mai perso: la conosco, sarebbero bastate quattro parole”.

Sarà contento in primis proprio lui, dunque, dell’innovazione targata Wta al via a Dubai.

FOTO: MOURATOGLOU E GLI ALTRI BIG COACH DELLE STELLE WTA 

Soprattutto perché, visti i precedenti del 2018 sempre agli Us Open, quando Serena si beccò warning proprio perché avrebbe ricevuto un suggerimento dal suo allenatore sugli spalti, questa nuova norma assume sempre più i connotati da ‘Lodo Mouratoglou’. Il quale, come ha sostenuto lungo i 5 anni intercorsi, “avere un allenatore che fa il proprio lavoro alla luce del sole e di fronte alle camere tv, aggiungerebbe un ulteriore fattore di spettacolarità, soprattutto televisiva”. Oltre che creare nuovi personaggi più o meno mediatici.

Su quest’ultimo punto, a differenza degli altri (comunque opinabili), è difficile dargli torto. Usiamo un po’ di immaginazione: palla break a metà del quinto set della finale Slam tra Rafa e Roger; alzi la mano chi non vorrebbe sapere - e vedere in primo piano in HD - il consiglio giusto di Ivan Ljubicic per disinnescare il diritto mortifero di Nadal e guadagnare un altro piccolo margine di vantaggio sul rivale. Perché nel tennis iper-dettagliato e preparato di oggi sono proprio i piccoli margini che segnano il confine tra vittoria e sconfitta.

C’è chi obietterebbe - a ragion veduta - che il tennis non è mai stato questo. E se c’è da prendersi un vantaggio, tocca all’individuo (e solo a lui) andare a trovarselo per avere la meglio sull’altro individuo al di là della rete.

Lo pensa, per esempio, proprio Jannik Sinner. Che interrogato sull’argomento, sempre alle Next Gen Atp Finals, ebbe a dire che merita di vincere chi sa risolversi i problemi da solo senza ricorrere all’aiuto di nessuno, compreso l’uomo o lo donna che più di ogni altro gli è vicino tra un match e l’altro per 350 giorni l’anno.

Il giro di opinioni raccolte dai giornalisti in queste settimane intercorse tra la comunicazione - un po’ poco ortodossa nei modi, se vogliamo dirla tutta - tra la sperimentazione e l’effettivo test di Dubai non sembra però lasciare spazio a dubbi. Ai coach piace (e vorrei vedere!), perché permette loro di essere più incisivi sul risultato senza doversi nascondere come ladri in fondo alla via.

Anche chi va in campo è già abituato da anni e anni di prassi, cominciata e perfezionata nei tornei under dove il controllore non è l’arbitro (non sempre presente in sedia) ma più spesso il coach o l’entourage della controparte. Per questo il pericolo di farsi distrarre da comunicazioni ‘esterne’ non esiste. Semmai si leva il fastidio di fingere di asciugarsi il lobo destro dell’orecchio per guardare da sotto l’asciugamano verso il proprio angolo. Quella sì, una distrazione in meno.

nel video qui sopra un esempio di coaching del tutto particolare, on court e per di più durante una competizione a squadre, dà l'idea dei consigli 'speciali' che possono arrivare da fuori

Avviso al lettore: l’impazienza di vedere come andrà ci ha fatto calcare leggermente la mano. Sarà con tutta probabilità tutto più naturale e più semplice di come ce lo stiamo immaginando, senza segnali con le labbra, occhiolini mutuati dalla briscola né nuove figure nel team dedite al controspionaggio (forse questa eventualità è meno campata per aria, mai dire mai…).

Detto questo, sarà comunque interessante vedere come andrà. Durante i match di Dubai gli occhi di tutti saranno anche sui coach. Di tutti, tranne degli arbitri: a loro di chi parla e chi ascolta non fregherà più un granché.