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L’ancora, il cuore e la frase, i tattoo che raccontano Musetti, "l’esteta" che ha accettato il "brutto"

Il ragazzo di Carrara era il predestinato che non riusciva a realizzare il proprio destino. E’ successo a Wimbledon, sull’erba, dopo tante delusione e dopo essere diventato padre. L’importanza di un movimento tennistico che ha tanti potenziali top ten

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
Lorenzo Musetti
Lorenzo Musetti (Foto Ansa)

Lorenzo si mette le mani nei capelli e poi davanti agli occhi, cammina così a occhi chiusi sull’erba del Centre court di Wimbledon per un paio di interminabili minuti. Simone Tartarini il suo coach, ma anche un fratello più grande e un secondo padre, si mette subito gli occhiali da sole specchiati perchè le telecamere non devono rubare l’emozione di quel momento. Lorenzo Musetti ha appena battuto Taylor Fritz (n.17 del mondo) e arriva alla prima semifinale slam della sua carriera. Che è breve avendo compiuto 22 anni il 3 marzo (segno zodiacale Pesci) eppure lunghissima. Per entrambi ieri in quel momento si è rotto un sortilegio, la maledizione del predestinato che vede sempre rinviato il proprio destino e finalmente, invece, lo vede compiersi.

Il predestinato

Chi è, dunque, Lorenzo Musetti, il predestinato da quando aveva 8 anni e palleggiava facendo tutti i colpi con assoluta naturalezza, a cominciare da un rovescio in back incredibile per un bimbo di quell’età. Diventerà il rovescio, nella forma slice e in quella piatta e coperta, il suo marchio di fabbrica. Lorenzo ha un dono grande, lo capiscono subito i genitori, babbo Stefano e mamma Sabrina, una famiglia normale, lui è impiegato in una cava di marmo, lei impiegata. Raccontano che il piccolo Lorenzo iniziò a giocare con una pallina di gommapiuma e senza che nessuno gli dicesse alcunchè, iniziò a “colpire” con la mano anzichè “lanciare” come fanno la maggior parte dei bimbi. La famiglia vive e risiede a Carrara, la capitale del marmo, e un posto importante in questa storia lo ha anche nonna Maria il cui garage divenne il primo muro contro chi Lorenzo iniziò a contare i palleggi e a “provare” perchè aveva capito che quel piatto corda poteva essere inclinato in tanti modi e ciascuno dava un rimbalzo diverso alla palla. Lorenzo lo dice sempre: “La mia è una famiglia normale, gente che lavora, e il tennis da un certo livello in poi è uno sport che costa: allenamenti, viaggi, tempo”.

Lo slam junior

Il destino di Lorenzo si compie una prima volta a 18 anni quando vince l’Australian open juniores, quel ragazzino con rovescio a una mano e il tocco di Dio incanta. Vince, anche, un importante ingaggio con un importante marchio sportivo. Denaro prezioso che arriva in casa perchè se fino a lì ci ha pensato per lo più la Federazione, d’ora in poi Lorenzo dovrà essere più o meno in grado di provvedere da solo. Il passaggio è delicato. L’importante è tenere alcuni punti fermi: maestro Tartarini che lo allena al Ct Spezia da quando aveva 8 anni; la famiglia, babbo e mamma.
I risultati arrivano - non poteva essere diversamente -: Musetti sale in fretta e stabilmente nei primi cento e poi nei top 50, quanto basta per non avere più il pensiero economico. Ma non buca. Accanto a lui esplode subito, invece, quel fenomeno di Sinner (sei mesi più giovane di lui), arrivano Alcaraz, Holger Rune, e altri ragazzini terribili che ha conosciuto e incontrato a livello junior. Si piazzano tutti subito e facilmente nella top ten. Lorenzo non c’è.

Il talento non basta

Il talento, come si sa, non basta e ad un certo punto serve la tigna, la cattiveria, la voglia di vincere, la continuità. I tennis watchers, non solo italiani, restano nella perenne attesa del predestinato che si faccia destino. Lo riconoscono in quelle partite in cui osa strappare anche due set a re Djokovic e in tante altre - agli Internazionali di Roma ad esempio, edizione Covid, contro Wavrinka con cui osò palleggiare alla pari sul rovescio fino a vincerlo. Ma non c’è continuità. Un anno fa la notizia dell’arrivo di un figlio sembrò a molti la premessa e l’indizio di una scelta: essere un ottimo professionista nei primi 50 con qualche acuto ma nulla di più. In una parola, accontentarsi. La classifica scende, da 15 si arriva intorno alla trentesima posizione, molte sconfitte ai primi turni, arriva la Coppa Davis ma non è quella di Musetti la partita vincente. Oramai è sinnermania e Lorenzo entra in un cono d’ombra, privilegiato ma sempre ombra è. Il predestinato resta incompiuto. Il 15 marzo nasce Ludovico. E per Lorenzo significa la ripartenza. E’ la stagione della terra, sceglie tornei anche minori, ritrova il passo della vittoria. Arriva la stagione dell’erba, mai stata la sua superficie, mai oltre il secondo, terzo turno. Al Queens è un trionfo: arriva in finale dove perde contro Tommy Paul (61/76) e vince tante partite al terzo, significa che lotta, che ha voglia di stare in campo e provarci. Con meno fretta e un po’ più di umiltà. Anche. “Il problema di Lorenzo - disse una volta di lui coach Tartarini- è che sa fare tutto bene, ha tante soluzioni e questo non sempre è un bene perchè in un certi momento in campo non hai il tempo di scegliere e se ti metti a pensare, perdi l’attimo”.

Con tutta la famiglia

A Wimbledon Lorenzo arriva con tutta la famiglia, ci sono anche Veronica e il piccolo Ludovico, al suo primo slam, arrivano i nonni, vivono in una casa in affitto, ritmi normali, soprattutto pranzi e cene homemade. C’è una partita, il terzo turno contro l’argentino Comesana, che mostra un altro Lorenzo: lotta, combatte, soffre, vince. “Ci sono partite in cui devi stare lì, in campo, non importa come, ma ci devi stare anche non giocando bene perchè devi vincere” disse nel post match.
Gli ottavi contro il francese Perricard sono una buona conferma di questo “nuovo” Musetti, più maturo, paziente, umile. “Sono più le cose che insegna mio figlio a me di quello che io a lui” dice dell’esperienza di Ludovico. Contro Fritz era la prova del 9, quella delle verità, il duello contro un ex top 10 e top15, uno della sua età, con un gioco del tutto diverso dal suo.

L’utilità del "brutto"

Nella partita con l’americano vinta in cinque set (3-6/7-6/6-2/3-6/6-1) e quasi quattro ore di gioco Musetti è riuscito a mettere in campo tutti il suo repertorio di variazioni e tocchi ma anche umiltà e - perchè no - giocate così e così, che lui definisce “brutte”, ma utili per il punto. “Fino a poco fa io ero un esteta di questo gioco, mi piaceva e forse mi accontentava della bella giocata che però sappiamo non essere risolutiva per portare a casa una partita” ha detto ieri Musetti nel post match. Un po’ Michelangelo e Pinturicchio, Musetti ha accettato anche di essere un onesto pittore da riva del Tamigi. Oltre che di avanzare un paio di metri e mettere stabilmente i piedi vicini alla riga di fondo. Con le sue aperture lavorate, tende a stare più indietro ma così è destinato a perdere terreno quindici dopo quindici. Due passi avanti hanno accorciato il campo. E una risposta tagliata, con poco apertura, vale tanto quando un dritto piatto longilinea.

I tre tatuaggi

Ma chi è Lorenzo Musetti, il ragazzo di Carrara che ama il mare, la raccontano bene i tre tatuaggi che porta addosso. Li ha spiegati lui, in questo torneo. Il primo è la racchetta con il suo tracciato cardiaco. Forse il più famoso perchè il più visibile sul bicipite del braccio destro, il più eloquente perchè cuore e racchetta sono tutto per lui. Lo voleva fare fin da ragazzino, mamma Sabrina lo sfidò: “Te lo farei quando vincerai uno Slam”. E Lorenzo vinse gli Australian open junior. Mamma Sabrina è in pezzo importante della sua storia e carriera: “Noi abitiamo a Carrara - racconta Musetti - io mi allenavo a Massa, ed era lui ogni giorno nonostante il lavoro a farmi da taxi per andare avanti e indietro. Gliene sarò sempre grato”.
Il tattoo numero 2 è un’àncora che parte dal polso e scende verso il gomito, tra l’increspatura di un’onda. “Questo rappresenta la mia famiglia, la mia àncora appunto. La famiglia è stata tutto per me”. Nella famiglia c’è anche coach Tartarini, “è con me da quando ero bambino, non ci siamo mai lasciati e io non ho mai neppure pensato di sostituirlo con altri” sottolinea Musetti. E lo fa con un’enfasi speciale in questo mondo dove appena un giocatore ha una crisi, la prima ricetta è cambiare i coach. E spesso si fanno disastri. A Tartarini è legato anche il terzo tattoo, una frase tratta da una canzone di Frank Sinistra: “The best is yes to come”, il meglio deve ancora arrivare.
E adesso sta arrivando. Per Lorenzo e tutto l’Ita-tennis. Il presidente di Fitp Angelo Binaghi è a Wimbledon e sta vedendo come vent’anni di lavoro dal basso, con scelte a volte anche difficili, stiano portando i risultati pianificati. Spiace per Sinner, ovviamente, ma non ci si può dispiacere se il numero 1 del mondo, 22 anni, si prende una pausa. Bene invece avere tanto giocatori, uomini e donne, un movimento compatto dove uno tira e l’altro segue e viceversa. Significa anche meno pressioni e più motivazioni per tutti.

Divertiamoci

Due italiani in semifinale sull’erba di Wimbledon sono un sogno che forse neppure Binaghi aveva immaginato. O forse si, raccontava ieri, “quando dieci anni fa con Renzo Furlan (coach di Paolini, ndr) presentammo il piano federale per promuovere la realizzazione di campi veloci nei nostri circoli”. Oggi ci divertiremo con Jasmine, nelle semifinale contro la croata Donna Vekic. Jasmine sa bene cosa deve fare e come deve giocare. Domani ci divertiremo con Lorenzo nella riedizione di un duello che ormai è un cult: Musetti-Djokovic, la rivincita, tra le altre, di un altro incredibile match notturno al Roland Garros un mese fa.

 

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
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