"Lo sci non perdona: il tennis ti dà una seconda chance": perché Jannik Sinner diventerà il nuovo Nadal

Mamma cameriera e papà cuoco in un rifugio della Val Fiscalina, è cresciuto in mezzo alla neve e alle rocce, e per questo non è uno che parla molto

Dicono che i campioni si vedono dagli occhi. I suoi sono incredibilmente tranquilli. Anche adesso, che a 19 anni appena compiuti ha conquistato a Sofia il suo primo titolo Atp diventando il più giovane tennista italiano a essersi aggiudicato un torneo nell’era Open, non è che tradisca molte emozioni. Come quando fino a qualche tempo si incordava le racchette da solo, senza ascoltare i rumori intorno, mentre si preparava a sfidare qualcuno di quelli che stavano nei primi posti del ranking mondiale. Ma stavano tutti davanti a lui, che è ancora un pischello pure adesso, «Il dottore ha detto che non ho ancora finito di crescere e svilupparmi», e che un anno fa navigava in fondo alla classifica, a guardare gli altri dal basso, al numero 554. A Sofia ci è arrivato con il numero 37.

Il talento

Ma gli esperti continuano a ripetere che fra un po’ sarà già tra i primi dieci. Il talento non va mai piano. Il talento corre. E Jannik Sinner, da San Candido, in provincia di Bolzano, è uno che corre. Lo dicono quegli occhi, guardateli bene. Mamma cameriera e papà cuoco in un rifugio della Val Fiscalina, è cresciuto in mezzo alla neve e alle rocce, e per questo non è uno che parla molto. La gente di montagna tiene tutto dentro perchè non ha il mare davanti che scappa fino all’orizzonte e ti porta via. E allora parla con gli occhi. Dopo aver vinto a Sofia, con tutti quei giornalisti che lo cercavano come un re, ha detto solo che si è emozionato, sì, «sono umano, anche se le emozioni le vivo più dentro che fuori. Bello, poi ho pensato: ora comincia il lavoro duro».

La carriera

Ma il lavoro duro per uno così non è un problema. Ha messo gli sci a otto anni e a 13 era già campione italiano di slalom. Allora giocava a tennis solo per hobby. Poi s’è convinto che poteva provare anche con la racchetta a fare sul serio, e che forse era meglio, perché, ha detto una volta, «lo sci non perdona: il tennis ti dà sempre una seconda chance». È per questo che non si è arreso. A 14 anni, il 12 settembre 2015, ha giocato la prima partita in assoluto a livello Future. E ha perso subito, all’esordio, battuto in tre set dal tedesco Novotny. Quattro mesi dopo, il 16 gennaio 2016, nel circuito juniores comincia con il belga Robin Vanhauve. Perde ancora, e questa volta bastano due set. Ma il tennis, come dice Jannik, ti dà sempre una seconda chance. Il primo aprile del 2017 raggiunge la sua prima finale al circuito juniores, e la perde contro il francese Harold Mayot, ma è arrivato fin lì, e allora qualcuno comincia a chiedere di lui, e glielo dicono a bassa voce, ma glielo dicono: «Questo ha talento». Da allora questo ragazzo non si è più fermato. Il 7 ottobre 2017 ha vinto il suo primo titolo under 18 in Spagna, anche se aveva appena compiuto 16 anni. E poi è stato il primo giocatore del mondo nato nel 2001 a vincere un incontro in un torneo di categoria Masters 1000, il primo a qualificarsi per gli ottavi di finale nella stessa categoria, il primo nato nel 2001 a raggiungere i quarti in una prova di Grande Slam, e il primo ancora del 2001 a vincere un titolo del circuito Challenger. Il 13 febbraio del 2020, poco prima che scoppiasse ufficialmente la bomba del Covid, ha otteniuto la sua prima vittoria contro un top 10 della classifica mondiale, il belga David Goffin. Adesso i suoi occhi fissano diritto davanti a loro. Non li guarda più dal basso, gli altri. Il 16 settembre batte anche il numero 6 del ranking mondiale, il greco Tsitsipas.

Il carattere

Il talento aiuto, ma da solo non basta. Ci vuole carattere. Dicono che uno dei suoi colpi migliori sia il rovescio con le due mani. Anche io rovescio incrociato gli riesce molto bene. Meno incisivo quello lungolinea. E se la statura lo agevola nella spinta di servizio, in realtà in questo aspetto deve ancora crescere. Ma lui è il primo a saperlo, come ha confessato in un’intervista al Corriere della sera: «A me mancano ancora i colpi, la testa, il fisico. Questa è stata una stagione stranissima: avrei voluto giocare di più e imparare di più, e più velocemente, come stare dentro il circuito, come allenarmi con i big, come non sprecare energie inutili». Bisogna essere così per salire sulle scale. Ma i suoi occhi hanno già visto dove arrivare. «Sono un tipo semplice», dice, «non mi faccio tanti problemi, né perdo tempo con le cose che non mi interessano. Riposo, mangio, se posso faccio due passi, mi diverto sul go kart, mi piace tirare calci a un pallone e tifo per il Milan». Tutto qui. Non frequenta i social, ma gioca con la playstation. Anzi, forse adesso se la porta dietro in Australia, al prossimo appuntamento. Vive a Montecarlo. E gli piace frequentare i piloti di Formula 1 che si sono trasferiti nel Principato. Quando non può vedere le gare se le fa raccontare da Daniel Ricciardo. Gli fa due domande e si mette lì e ascolta. Come se fosse un ragazzino. O forse lo è ancora, un ragazzino.