Zero Cori, tanta Gauff: buona la prima a Roma

Zero Cori, tanta Gauff: buona la prima a Roma

Un trionfo di stili e colori. La sedicenne Cori Gauff, teenager ribelle con una causa di nero vestita, insegue e poi sorpassa Ons Jabeur, in rosa come il suo tennis estroverso. Vince come a Lexington, più nettamente che negli USA. Da sotto 2-4 nel primo set, chiude 6-4 6-2.

Come la tunisina, Gauff porta in campo visioni ampie e una manifestazione di cambiamento possibile. A giugno, era a Delray Beach a tenere un discorso durante una manifestazione in favore del movimento Black Lives Matter. Un discorso alto, maturo come il suo tennis. Ha citato Martin Luther King, “il silenzio delle brave persone è peggiore della brutalità delle cattive”. Ha portato come la sua storia con valore di testimonianza, per orientare lo sguardo in nuove direzioni. “E' triste essere a protestare per le stesse cose per cui manifestava mia nonna cinquant'anni fa” ha detto. Ha invitato all'azione, sostenuto il valore dell'istruzione e della conoscenza.

 

Gauff gioca un tennis più lineare, basico: servizio buono e migliorabile, rovescio solido, dritto lavorato ma un po' corto. A guardarla, verrebbe naturale associarla alla definizione storica che il coach Brad Gilbert aveva dato del giovane Mats Wilander, futuro numero 1 del mondo: non fa niente di speciale, vince partite.

Vince perché la testa viaggia più veloce del braccio, quella stessa testa che le fa vedere il mondo con occhi meno acerbi dei suoi sedici anni. Vince perché odia perdere, perché lotta e impara, perché si prende il coraggio di sperimentare anche in partita. Ha il coraggio di sbagliare e la forza per non farsene un cruccio.

Così, convinta non solo a parole che la pressione sia un privilegio, resta sotto per tutto il primo set ma, appena Jabeur cala, si insinua nelle pieghe della partita. Vince quattro game di fila e chiude il set con un nastro mortifero, segno di quella fortuna che premia l'audacia della speranza.

Il secondo procede sulla stessa tonalità. Al debutto a Roma, il suo primo torneo WTA sulla terra battuta in carriera, le bastano 10 vincenti a fronte di 16 gratuiti per passare il turno. Jabeur si affanna, ma non riesce a passare dalla difesa all'attacco. E rimanda ancora il ritorno al successo sul rosso, che manca dal 2018.

 

.@Ons_Jabeur with an awesome dropshot! ��#IBI20 pic.twitter.com/WamP69SRsf

— wta (@WTA) September 15, 2020

Campionessa junior dal Roland Garros 2011, Jabeur può considerarsi una pioniera. È la prima che sia arrivata in top-50, la prima a giocare una finale WTA, la prima a superare due turni in uno Slam. All'Australian Open, ha raggiunto uno storico quarto di finale. Nel percorso, ha chiuso la carriera di Caroline Wozniacki e le resta il rimpianto per non aver scambiato le racchette con la danese.

“E' un onore se qualcuno dice che si ispira a me, mi motiva ancora di più ad essere un esempio”. Ons Jabeur coltiva sogni grandi fin da ragazzina, anche se in Tunisia le dicevano che non avrebbe mai ottenuto niente e avrebbe fatto meglio a smettere. Prima di lei, solo una giocatrice tunisina era entrata tra le prime 100 del mondo, Selima Sfar negli anni 2000. Dal cosiddetto mondo arabo, che conta oltre 423 milioni di persone, erano emersi prima di lei solo altri quattro top-100, tutti uomini.

 

Da bambina, la mamma l'ha convinta a giocare sperando di placarne la vivacità. Jabeur è diventata una giocatrice dal tennis ispirato, che però sul rosso non vince una partita WTA dal 2018. Nei primi game la sua è un'esibizione barocca, sovrabbondante di ricami. Gauff deve reagire a rovesci slice, colpi angolati, palle corte, a tutto il repertorio scolpito in anni di spettacoli d'arte varia. “Fin da giovane, mi mettevo a fare colpi pazzi” ha raccontato al Guardian, “invece di scegliere semplicemente di tirare piatto o in top-spin. Questo riflette la mia personalità, mi piace divertirmi. Ho così tanti colpi che a volte è difficile scegliere quello giusto”.

Jabeur, che prepara le partite con una playlist patchwork da Beethoven a Eminem, finisce per commettere 29 gratuiti, misura della fatica di scegliere. Come a Lexington, la regolarità di Gauff vince su un'energia creatrice che illumina di più ma si dissipa prima.