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Il calcio è antico e va cambiato. Ma la rivoluzione della Superlega lo uccide

Si tratta di un’operazione meramente economica, di arricchimento, voluta dai club più prestigiosi che si ritengono padroni assoluti del calcio: si cerca di scimmiottare la Nba e lo sport americano

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   
Foto Ansa
Foto Ansa

Il calcio è alla vigilia di una rivoluzione. E come tutte le rivoluzioni potrebbe anche soltanto distruggere tutto lasciando solo le macerie dietro di sé. Proviamo a ragionarci senza cadere nella facile retorica. Sulla Superlega che sta per nascere davvero, dopo mille minacce e mille promesse, sono piovute critiche pesanti da tutte le parti. Persino Boris Johnson e Macron non hanno risparmiato accuse durissime al progetto. Senza contare la presa di posizione dei giornali inglesi («Atto Criminale»), francesi e tedeschi. Sir Alex Ferguson ha espresso tutti i suoi dubbi e Gary Neville è entrato addirittura in tackle: «Punite i club che vogliono partecipare. Toglietegli i punti, multateli, sbatteteli in fondo alla classifica, levategli i titoli che hanno vinto. I proprietari del Manchester United e del Liverpool, ma anche del City e del Chelsea sono degli impostori, non hanno niente a che vedere con il calcio in Inghilterra».

Gary Neville, colonna storica dei Red Devils e della nazionale inglese, che oggi fa il commentatore alla tv, non sbaglia gli indirizzi e non esagera neppure troppo. La Superlega al di là di ogni dubbio nasce come un’operazione meramente economica, di arricchimento, voluta dai club diciamo più prestigiosi che si ritengono padroni assoluti del calcio: nel cuore della sua crisi più profonda progettano una competizione autoreferenziale e miliardaria, che scimmiotta la Nba e lo sport americano e esclude di fatto la storia più popolare cresciuta attorno al pallone, la rivalità del campanile, la divisione territoriale del tifo, la volontà di appartenenza. Ma tutto questo siamo sicuri che salverà davvero il football? O sarà la sua fine?

Cominciamo dall’inizio. Il primo a parlare di una Superlega europea, colui che lancia questa idea per il futuro è Silvio Berlusconi. Siamo a cavallo degli Anni 80 e 90, trent’anni fa all’incirca. L’allora presidente del Milan continua a ripetere che «le grandi squadre dovrebbero disporre di un loro campionato. Quando si attrezza un club che costa tanto, non si può pensare di giocare contro una squadra di un capoluogo di provincia che ha uno stadio da ventimila spettatori che magari fatica pure a riempire». Se l’antesignano del progetto è il leader di Forza Italia, quelli che cominciano davvero a volerlo e a cercare di realizzarlo sono Florentino Perez e i proprietari americani del Manchester United. Solo in una seconda fase, Andrea Agnelli diventa il loro braccio esecutore. Alla fine, il dado è tratto. Dodici squadre fondatrici, quasi tutte le più famose, con il maggior seguito (ma non tutte, si badi bene): Real, Barcellona, Atletico Madrid, Inter, Milan, Juventus, Manchester City, Manchester United, Arsenal, Liverpool, Chelsea e Tottenham. Dicono di no Bayern Monaco e Borussia Dortmund. E anche il Paris Saint Germain, non certo per ragioni ideali, ma solo perché il suo presidente, Nasser Al Khelaifi siede nel board Uefa e per di più versa milioni di dollari per i diritti tv della Champions League. La Superlega avrebbe due gironi di dieci squadre, e poi dai quarti in avanti partite a eliminazione diretta. Comincerebbe in estate per finire a maggio, e si giocherebbe tutti i mercoledì. Il principale sponsor sarebbe la banca americana JP Morgan, che avrebbe al fianco anche altri fondi a stelle e strisce. Capitale iniziale di 6 miliardi, molti più soldi della Champions garantiti alle squadre partecipanti. Ci sarebbero persino altri 3 miliardi a disposizione per finanziare nuovi stadi. La Uefa e la Fifa hanno alzato i toni, urlato minacce, l’esclusione dai tornei nazionali per chi fa la Superlega e dai mondiali per i giocatori.

Ma se questo accade sarebbe un suicidio: che successo avrebbe un campionato del mondo senza Messi, Ronaldo, Lukaku, Pogba? E allora che cosa dobbiamo davvero aspettarci, andasse in porto questo progetto? Innanzitutto, la fine della Champions League, ridimensionata a una Coppa Uefa, e poi dei tornei nazionali, che andrebbero poco per volta a svuotarsi di prestigio. Non a caso la seconda parte del progetto prevede la nascita di tornei europei fra paesi confinanti. Il calcio diventerebbe un Circus esclusivo come la Formula 1, senza retrocessioni, senza classifica, e senza campanilismo, che non è semplice retorica, perché questa è la sua anima.

Ma tutto ciò serve al futuro del pallone? Di sicuro all’inizio salverà le chiappe a club che stanno annaspando sull’orlo del fallimento, come l’Inter che non sa più come pagare gli stipendi o la Juventus che affonda sotto il peso di quello di Ronaldo. E poi? Che senso ha un torneo che comincia senza la squadra italiana della capitale, la Roma, in una città fra l’altro dove si vive di calcio 24 ore su 24, senza quelle francesi, senza il Bayern Monaco, o l’Aiax, che ha molta più storia del Tottenham ad esempio, e molta più modernità, indispensabile allo sviluppo di qualsiasi interesse. È un torneo che nasce monco, sbilenco. E che rischia di uccidere la sua periferia. Ma il calcio non è come la Formula 1. Ha bisogno della provincia, si nutre del campanile. Noi, la Francia, la Spagna, e anche la Germania, non siamo l’Inghilterra, dove il grande football è praticamente concentrato in tre città, Londra, Liverpool e Manchester. E allora cosa potrà succedere se togli il senso di appartenenza a intere comunità, a grandi fette di territorio? Alla fine, rischi di inaridire il tuo spazio, di restringere la platea. Ci sembra impossibile immaginare il tifoso del Napoli tifare Inter o Milan, senza nemmeno considerare la Juventus. E c’è un’altra cosa da tener presente: il calcio sta attraversando una crisi generazionale, molto profonda. Se uno esce dalla Stazione Centrale di Milano troverà fiumi di bambini e ragazzi che fanno parkour con gli skate. Non vedrà quasi più nessuno che gioca a pallone per le strade o nei cortili, come capitava fino a qualche tempo fa.

La schiavitù dei cellulari e le playstation hanno completamente cambiato i gusti dei nostri figli. Una partita qualunque (soprattutto quelle troppo tattiche del campionato italiano) li annoia, non può più interessarli. Allora, la prima cosa da considerare è questa: il calcio, sport eccessivamente tradizionalista, deve cambiare le sue regole, rendersi più moderno, facilitare lo spettacolo e i cambiamenti repentini, darsi un’immagine più offensiva e meno ostruzionistica. Le regole, non i tornei. Perché alla fine la Superlega potrebbe essere una rivoluzione sbagliata. Salva 20 squadre, ma uccide il calcio. E senza il calcio uccide anche loro.

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   
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