Acerbi: "Il cancro è stato la mia salvezza. Bevevo e volevo smettere di giocare"

Il difensore della Lazio racconta il dramma vissuto nel 2013: "Battevo i pugni sul tavolo, mi mettevo a gridare in casa da solo: 'esci dal mio corpo, vai via'"

Acerbi: 'Il cancro è stato la mia salvezza. Bevevo e volevo smettere di giocare'
di Redazione Tiscali Sport

"Alle persone che ogni giorno lottano contro il tumore". Basta leggere la dedica del libro di Francesco Acerbi per comprendere il dramma che ha vissuto il calciatore nel 2013. Una dramma che poi si è trasformato in una storia a lieto fine. Oggi il difensore è uno dei protagonisti della Lazio, la squadra che fa tremare la Juve capolista. La classifica della Serie A recita: Juve prima a 60 punti e Lazio seconda a 59. "Temo la loro spensieratezza", ha confessato il presidente bianconero, Andrea Agnelli. E Simone Inzaghi si gode la sua macchina quasi perfetta dove Immobile trasforma in gol le palle che tocca e "Ace" si occupa di guidare la difesa. E anche in Nazionale non ha fatto pesare troppo l'assenza di Chiellini.

La malattia nel 2013

Un momento di grazia per Francesco Acerbi che oggi ha 32 anni e che qualche anno fa ha vinto la partita più difficile, quella contro il cancro a un testicolo diagnosticato nel luglio 2013. Nel 2015 ha raccontato la sua esperienza nel libro Tutto bene scritto con Alberto Pucci e ora torna sul momento più duro della sua vita. "Che nella vita volessi fare davvero il calciatore l’ho capito dopo la malattia", aveva detto nel 2019. "Ho smesso di avere paura nel 2013", aveva aggiunto. 

"Il cancro è stato la mia fortuna"

Ora ribadisce il concetto in una intervista a L’Ultimo Uomo. "Il cancro è stato la mia fortuna. Ringrazio il Signore per averlo avuto. Ho scoperto di essere ammalato a luglio del 2013, appena arrivato a Sassuolo. Operazione e dopo tre settimane ero di nuovo in campo. Non me ne sono nemmeno accorto e dunque non era cambiato niente. Continuavo a comportarmi da non professionista fuori dal campo". "Non volevo dargliela vinta, questo sì. Battevo i pugni sul tavolo, mi mettevo a gridare in casa da solo 'esci dal mio corpo, vai via'. Però in sostanza continuavo a fare la vita di sempre. Le serate, le bevute. Reagivo così alla malattia, stando fuori fino alle 7 del mattino. Continuavo a chiedermi perché la malattia non mi stesse cambiando".

"Non avevo la testa da professionista"

La prima parte della carriera di "Ace" è stata segnata dal talento in campo e una vita senza regole fuori dal campo. "Non avevo la testa da professionista... Spesso arrivavo al campo alticcio, senza aver recuperato dai superalcolici della sera prima. Mi andava bene perché fisicamente sono sempre stato forte. Mi bastava dormire qualche ora e poi in campo rendevo comunque. Le serate non sono sbagliate a prescindere, il problema è che allora io esageravo".

"Milan? Non davo la giusta importanza a niente"

"Al Milan ho perso un'occasione importante per la mia carriera, ma l'ho superato", aveva confessato nel libro ricordando l'arrivo in rossonero nell'estate del 2012 dopo una ottima stagione al Chievo Verona. "Braida mi aveva detto che sapevano del mio stile di vita e per questo mi avevano trovato casa a Gallarate e non a Milano. Ma io uscivo lo stesso... Anche il numero 13 non l’avevo scelto io. Era stato Galliani a dirmi che l'avrei dovuto prendere (era il numero di Nesta, ndr). A me faceva piacere, ma non davo la giusta importanza a niente. Nemmeno ad essere al Milan, nemmeno al numero di maglia".

"Voglio smettere, non ce la faccio più"

In rossonero è un fallimento e il 26 gennaio 2013 il Genoa riscatta la metà del cartellino del giocatore dal Milan e lo gira al Chievo Verona, la sua ex squadra. "Volevo smettere di giocare. Non mi interessava più, non trovavo più stimoli. Lo dicevo al telefono a mia madre... Lo dicevo anche a Paloschi, eravamo legati: 'Palo, voglio smettere, non ce la faccio più'. 'Dai Ace che c...o dici? Tieni duro', mi rispondeva lui".