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Coppa Italia alla Juve di Allegri: per il tecnico è la quinta. E' il suo biglietto d'addio?

La prima cosa da dire è che dispiace per il Gasp, che scala l’Europa e cambia (in meglio) il nostro calcio, senza mai portare a casa un trofeo. Neanche stavolta è andata bene.

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   

La prima cosa da dire è che dispiace per il Gasp, che scala l’Europa e cambia (in meglio) il nostro calcio, senza mai portare a casa un trofeo. Neanche stavolta è andata bene. La seconda cosa è che la Juventus ha vinto con merito e che forse meritava pure di più di quel striminzito uno a zero con cui ha sigillato la finale di Coppa Italia. C’era un rigore che a noi è parso netto a favore dei bianconeri, trema ancora la traversa sulla legnata di Miretti e ha visto annullare la doppietta di Vlahovic per la solita questione di centimetri. Perin ha fatto una sola parata, allo scadere, ma su un’azione che era già stata fermata per un fallo su Danilo.

L’Atalanta vanta anche un palo di Lookman. Ma nell’insieme, Allegri è riuscito a mettere il timbro su questa partita, a modo suo, con il suo vecchio, amato catenaccio, senza rinunciare però questa volta a ripartire appena poteva, trascinati, i bianconeri, da un fenomenale Vlahovic (otto in pagella). Forse la differenza fra i nerazzurri e la Juventus sta proprio in questo, nel centravanti. Allegri ce l’aveva, e straordinario, questa sera. Gasp no, costretto a fare a meno di Scamacca. Alla resa dei conti, comunque, una Juventus così determinata, che non faceva della passività il suo unico dogma, noi non l’avevamo mai vista quest’anno.      

Parte bene la Juventus

La settantasettesima finale di Coppa Italia era cominciata nel segno della Juventus. Quattro minuti all’inizio per provare a giocare a calcio, che non è cosa abbastanza usuale nelle idee allegriane. Però bastano. Palla filtrante di Cambiaso, grande imbucata per Vlahovic, che resiste alla pressione di Hien e infila Carnesecchi con il suo piede di scorta, il destro. E’ pure un bel gol. Poi la solita Juve, abbastanza inguardabile. Tutti e undici dietro la linea del pallone, ad ammucchiarsi in area. Finché regge il fiato si difende comunque bene, riuscendo molte volte a spezzare con gli anticipi (soprattutto di Danilo) le trame dei nerazzurri.

Dall’altra pare però per tutto il primo tempo non è la solita Atalanta spumeggiante che siamo abituati a vedere, quella che aveva asfaltato il Marsiglia e provato a seppellire la Roma, bombardandola di occasioni da gol. Le manca il centravanti di riferimento in area di rigore, Scamacca, e tutte le volte che ci prova da fuori rimbalza sul muro bianconero. E neppure trova gli spazi per infilarsi tra le linee. L’impressione è che comunque la Juventus sia riuscita a reggere i suoi ritmi, sfiancandosi nei recuperi e nei raddoppi. Conoscendo i trascorsi bianconeri di quest’anno e le difficoltà che ha sempre incontrato a mantenere la stessa intensità per tutti i novanta minuti, il sospetto è che si potrebbe assistere a un’altra partita nel secondo tempo.

E' una Juve diversa

E l’avvio della ripresa sembra confermare questa ipotesi. L’Atalanta è molto più aggressiva e arriva più facilmente al tiro, facendo già tremare Perin dopo appena cinque minuti con Lookman e poco dopo con un colpo di testa di Koopmeiners a lato di poco. Si salva al nono minuto, per un errore abbastanza evidente di Maresca e del Var, quando Vlahovic viene buttato giù in area da Hien (spintone e ginocchio contro ginocchio). Però è una Juventus diversa dal solito, che non si spegne ancora dopo aver corso per 45 minuti, lontana parente di quella inguardabile del campionato, che cerca di ribattere colpo su colpo, di non sparire dall’incontro, con un Vlahovic assoluto trascinatore.

Il serbo segna anche il raddoppio al 27’, colpo di testa adagiato nell’angolino, su servizio ancora di Cambiaso. Fuorigioco di pochi centimetri e gol annullato. Però è una bella partita. Dusan tiene in apprensione da solo tutta la difesa nerazzurra, e su un contropiede di Miretti minaccia di nuovo Carnesecchi. Ma anche l’Atalanta è pericolosa, e Lookman centra il palo da fuori. Con la Juventus che risponde subito e la traversa trema ancora sulla botta al volo di Miretti.

A dispetto di ogni cinica previsione, la sfida è croccante, un romanzo d’appendice, che non finisce più, con Maresca che la trascina quasi fino al minuto numero cento, in una esplosione di fuochi d’artificio, di spasmi di cuore più che di palle gol, di emozioni e battiti. Anche Allegri si sfrange nella tensione, butta la giacca, grida allo scandalo, ancora arrabbiato forse per quel rigore non concesso che avrebbe cambiato il volto della partita, non il risultato. Viene espulso, si toglie la cravatta, urla al microfono «dov’è Rocchi?». Ma alla fine in questa sera di gioie e tremori è lui il re di Roma. Uno a zero, di corto muso, come piace a lui, come faceva questa Juve a sua immagine e somiglianza nel girone d’andata, brutta sporca e cattiva. E’ il suo biglietto d’addio.                

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   
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