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Sfrontati, veloci, tecnici e con tanto talento: ecco come è rinata la grande Ajax

L'annientamento del Real Madrid a suon di gol e di spettacolo è un segnale che qualcosa sta cambiando nel calcio europeo. Ma non in Italia

Sfrontati, veloci, tecnici e con tanto talento: ecco come è rinata la grande Ajax

Bentornato Ajax. Per tutti i sognatori, gli illusi che non hanno mai voluto arrendersi allo strapotere dei soldi e del calcio sparagnino, dei pullman davanti alla porta, dei Simeone, degli Allegri e dei Gattuso, per tutti quelli che si divertono a veder giocare, e non a non far giocare gli altri, il trionfo dei "Lancieri" al Bernabeu, l’annientamento del Real Madrid a suon di gol e di spettacolo non è solo una bella notizia. Forse è un segnale, che qualcosa sta cambiando. In Europa, sia chiaro.

In Italia ci culliamo quelli che schierano 8 difensori più due attaccanti che devono rientrare, mi raccomando, se no li levano pure, e ai tifosi va bene così, piacciono Gattuso e Mazzarri, mica Giampaolo De Zerbi o Gasperini, che quando è andato all’Inter l’hanno cacciato subito in fretta e furia. In Italia vogliamo questo campionato qui e ci raccontiamo, incredibilmente, che è il più bello del mondo, dove vincono sempre i più potenti, che sia l'Inter o ora la Juve è la stessa cosa, perché nessuno ha il coraggio di attaccarli mai. Lo fanno solo sui giornali o nelle tv, lo fanno a parole, un mare di parole e di accuse a volte senza senso. Poi quando si tratta di giocare se la fanno addosso, tutti dietro la linea della palla e tutti a incensare la praticità dei più forti, la loro concretezza.

Ci manca l'idea dello spettacolo. Sul terreno di gioco, dobbiamo solo combattere e difenderci, come ripetono i tifosi e gli allenatori. «Dobbiamo mettere l’elmetto», ammonisce Gattuso tutte le volte prima delle partite. Col pallone, siamo questa cosa qui. Diceva Churchill che gli italiani giocano una partita di calcio come fosse una guerra e fanno la guerra come fosse una partita di calcio.

Ma se amiamo il calcio come spettacolo e non soltanto come celebrazione della vittoria fine a se stessa, senza la beltà del gioco, con la solita Juve di turno che si pappa tutto perché vincere è l’unica cosa che conta, se amiamo il coraggio della sfida e l’ardire di una conquista, se crediamo che si possa vincere senza fare i furbi, divertendo noi stessi e anche la gente, allora teniamoci stretto questo Ajax, la sua idea di squadra, la sua sfrontatezza. Lo sappiamo benissimo che non saranno i Lancieri ad alzare la Coppa dalle grandi orecchie.

E lo sappiamo che una delle due squadre che giocano il calcio più brutto d’Europa, l’Atletico, dopo aver sbrigato la pratica con la sua gemella di antispettacolo, la Juve, arriverà fino in fondo (e se è viceversa, ma ne dubitiamo sinceramente, è la stessa cosa). Così come sappiamo che il Real Madrid ha sottovalutato questa banda di ragazzini dall’alto del suo potere e della sua ricchezza, - come dimostra l’espulsione cercata da Sergio Ramos alla fine della partita di Amsterdam, avendo già considerato la pratica chiusa -, ma che quelli che dovranno affrontarli adesso non lo faranno più. Quello che conta, però, non è questo. Il ritorno dei lancieri ha detto al mondo che non sempre il calcio è dei furbi, che i giocatori più pagati sono anche i più forti e vincono di diritto, che il calcio non è solo quello che vediamo nei nostri stadi, botte da orbi, catenacci e contropiede. L’ìAjax ci ha detto che possiamo divertirci anche senza tifare, che possiamo onorare lo sport e non la vittoria.

Trascinata da una generazione di giovani, la squadra di Amsterdam, è tornata cinquant’anni dopo l’avvento di quella formidabile formazione capitanata da Cruijff (1969 finale persa con il Milan 4 a 1, il risultato di ieri al contrario, prima di firmare una lunga sequenza di successi). In tutti questi anni, anche ridimensionata ha sempre continuato a lanciare campioni, pure nei suoi momenti meno fortunati.

Il gruppo attuale è un mix fra alcuni veterani e cinque giovanissimi. L’età media è molto bassa, 24 anni. L’ossatura, l’impianto su cui è stata costruita la squadra, è quella dei giovani, cinque talenti, radunati questa estate dai due massimi dirigenti, Overmars e Van der Sar, per convincerli a restare: il portiere Andé Onana, camerunense pescato nelle giovanili del Barcellona, il centrocampista Frenkie de Jong, già ceduto ai blaugrana di Messi che raggiungerà quest’estate, il trequartista Donny van de Beek, l’attaccante Kasper Dolberg e il difensore Matthijs de Light, capitano già a 19 anni, la vera stella del gruppo, prenotato anche lui dal Barcellona, dopo essere stato inseguito invano da Juventus e Paris St. Germain. Attorno a loro ruotano tre veterani, Huntelaar, Lasse Schone e Daley Blind e un drappello di stranieri che la società ha cercato negli anni con molta cura e grandissima abilità.

L’esempio più lampante è quello del serbo Dusan Tadic, autore di una partita immensa al Bernabeu dopo l’ottima prestazione di Amsterdam, comprato quest’estate quando doveva compiere 30 anni, pescandolo in Premier dal Southampton dove aveva collezionato buone prestazioni, senza vincere mai niente. Gli altri sono l’esterno offensivo Hakim Ziyech, marocchino nato in Olanda e arrivato dal Twentee, l’altro esterno David Neres, brasiliano di San Paolo, e il terzino argentino Daniele Tagliafico, inseguito proprio dal Real Madrid per sostituire Marcelo.

E’ costata quasi niente, tra i giovani del vivaio e le vecchie glorie tornate all’ovile a basso prezzo, come Daley Blind e Jan Huntelaar. E ha reso sempre un mucchio per permettere alla società di reinvestire, andando a cercare i suoi gioielli in giro per il mondo da ragazzini imberbi, come aveva fatto per Ibrahimovic, Sanchez, Eriksen e una infinità d’altri. Adesso ci sarà la corsa ai loro pezzi migliori. De Light e de Jong sono già partiti. Peccato. Ma ne tireranno fuori altri. Questo è sicuro. Perché cercano dei giocatori. Non degli atleti tutto muscoli e poco genio da mandare in campo con l’elmetto.

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno, editorialista   
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