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L'altra faccia dell'Europa: il Milan sa solo perdere. L'Inter ha ripreso a vincere

Champions, la Juve veleggia, le altre arrancano. L’Inter in spolvero. Bianconeri  in versione Woody Allen, come con la Roma: prendi i soldi e scappa. Le sconfitte, invece, non condannano definitivamente Milan e Atalanta.

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   
Manchester United-Atalanta 3-2. All'81' Rete di Cristiano Ronaldo (Foto Ansa)
Manchester United-Atalanta 3-2. All'81' Rete di Cristiano Ronaldo (Foto Ansa)

Champions in salita, anche se tutto è ancora possibile. La Juve veleggia, le altre arrancano. Guarda te i casi della vita. Al terzo turno le uniche che hanno vinto, incroceranno le sciabole fra di loro domenica sera a San Siro. Vittorie opposte. L’Inter in spolvero. La Juventus in versione Woody Allen, come con la Roma: prendi i soldi e scappa. Le sconfitte, invece, non condannano definitivamente Milan e Atalanta. Anzi la Dea è più che mai in corsa. Gioca un primo tempo che sembra di sognare, all’Old Trafford, fa spettacolo e gol, avanti due a zero. Poi la condannano l’infortunio di Demiral e tre errori individuali. Così alla fine il Manchester ribalta il risultato, tre a due, e di nuovo Cristiano Ronaldo sigla il risultato e aggiorna i suoi primati, che vatteli a ricordare ormai, visto che a ogni partita ce n’è uno. L’Atalanta ha dimostrato ancora una volta che è capace di tutto. Può fare miracoli e andare oltre i suoi limiti. Quest’anno però, almeno fino adesso, è come se avesse fatto uno sgarbo alla fortuna. Paga dazio e fa più fatica del solito. Dopo Pessina ora perde anche Demiral, due uomini importanti che pesano nei suoi equilibri.

La Dea stupisce, il Diavolo guarda

Se la Dea continua a stupire, il Diavolo continua a guardare. Gli altri avanzano, e lui resta inchiodato alla casella zero. In Europa non è solo la musica diversa. E’ anche il Milan che cambia pelle. Lo score dice che in campionato realizza 2,2 gol a partita, in Europa appena 0,8, mentre ne ha subito meno di uno in serie A e quasi due in coppa. Il fatto è che sembra intimidito, come se fosse obbligato a difendersi. In questa Champions una sola squadra ha subito più conclusioni dei rossoneri, il sorprendente Sheriff costretto pure dal suo scarso blasone a starsene rintanato ai limiti della sua area: 80 i moldavi, 65 i ragazzi di Pioli. Con la differenza che loro hanno vinto due volte, una addirittura in casa del Real Madrid. Il Milan è sempre e soltanto affondato. L’unica volta che non meritava è quando aveva deciso di giocarsi la partita, con l’Atletico, azzoppata dall’arbitro, non dagli avversari. A Liverpool e a Porto ha raccolto sconfitte senza se e senza ma. In Portogallo si è esposto a una figura barbina, quasi peggio della Juve dell’anno scorso: in novanta minuti ha tirato in porta appena due volte, una nello specchio, ma sembrava più un passaggio al portiere di Giroud che un tentativo di segnare, e l’altra fuori. Per il resto solo lusitani, e l’uno a zero gli sta pure stretto.  

L’Inter vince

Sull’altra sponda di Milano, invece c’è chi vince e convince. I moldavi brasileri dello Sheriff che avevano espugnato il Bernabeu, a San Siro se ne stanno accucciati con le orecchie basse. Tutto merito dell’Inter. Appena alzano la testa, pareggiando su punizione, i nerazzurri li rimettono sl loro posto. E’ la sicurezza del dominio che fa impressione, perchè questi moldavi non erano proprio delle scamorze. Inzaghi ha trovato la quadra: Vidal al posto di Chalanoglu, che fino a questo momento ha abbastanza deluso, dà più sostanza al centrocampo e gli permette di osare qualcosa di più sulle fasce. Dumfries spinge più di Darmian e Di Marco molto più di Bastoni. E’ un Inter di spinta che difficilmente rivedremo contro la Juve in campionato. Ma il suo vero segreto, il suo diamante, è un altro e si chiama Dzeko. Fino adesso si può quasi dire che quello che Inzaghi rimpiange dell’anno scorso è Hakimi, non Lukaku. Questioni di feeling. L’ex Roma ha legato subito con il mister ed è perfetto per il modulo da contropiede manovrato del biscione. Ma l’Inter non sa fare solo questo.

La Juve e la paura

Costruisce gioco e non ha paura, è capace di prendere la partita in mano, di portarla dove vuole. In campionato ha patito una sola avversaria, l’Atalanta più della Lazio, che l’ha battuta per quelle strane alchimie degli episodi che indirizzano una partita. Il suo opposto è la Juve. Una squadra tenuta insieme proprio dalla paura, che ritrova il suo spirito in quelle trincee che non avanzano mai, ma che non retrocedono. Sembra l’abbia fatto apposta Allegri a cominciare malissimo la stagione, a far vedere ai suoi che non erano i più forti, ma i più deboli e che così dovevano giocare. Con la paura di perdere. Però il Max ha ragione: è una squadra da contropiede, da Chiesa a Cuadrado e Kulusevski, e persino a Rabiot, ha solo gli uomini per fare questo tipo di gioco. L’importante è che Arthur continui a stare ai box, perchè con lui è impossibile verticalizzare. Anche se Allegri ci sta provando a convincerlo: se ci riuscisse, ma ne dubitiamo, beh allora vuol dire che è capace di tutto, che è diabolico e Adani deve darsi una regolata a criticarlo troppo. L’unica cosa è che così la Juve non può andare avanti. Con lo Zenit è costretta fare la partita, perché il catenaccio lo fanno i russi, ed evidenzia tutti i suoi limiti. Palleggio lento, noioso, soprattutto inutile. Non è in grado di proporre gioco. Significa che le va bene finché non subisce. Ma se va sotto una volta non recupera più. E il Max che è un volpone è il primo a saperlo. Per questo era furente a San Pietroburgo. Perché non basta difendersi per giocare a calcio.  

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   
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