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Da Cagliari a Cagliari: l'ultima impresa di "Sir Claudio" Ranieri, il signore dei duelli

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   
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Ogni tanto è vero che la "Storia siamo noi", che capita quella volta che pure il destino più capriccioso si leva il cappello perché ti ha fregato per un mucchio di tempo ma alla fine ha capito chi sei. Sir Claudio Ranieri, baronetto di Leicester e romano di Testaccio, "Er fettina", "Mr. Tinkerman", ne ha passate tante, ma è sempre rimasto lo stesso. Un signore. Un signore dello Sport che ha qualche storia da raccontare. Per questo è tornato a Cagliari, dove tutto è cominciato, il primo miracolo, dalla serie C alla serie A, alla fine degli Anni 80, una vita fa, quando c’era ancora il muro di Berlino e poi non c’era più, Dustin Hoffman faceva Rain Man e Gianni Morandi cantava Uno su mille ce la fa, e lui ce l’aveva fatta. E’ partito da qui, da questo miracolo, e qui è tornato, nell’isola felice, a restituire tutto quello che ha avuto.

Sir Claudio è soprattutto questo, un vero signore, e come lui non ce ne sono tanti. Ha pianto, ha sgridato i suoi tifosi che fischiavano o sfottevano gli avversari, ed è rimasto a guardarsi il cielo, con quella sua postura, a schiena dritta e la testa alta. Bentornato Sir. Quando piangeva fra le braccia del medico, Michele Mignani, l’allenatore del Bari che davanti ai 60.000 del San Nicola aveva appena visto sfumare la serie A a due minuti dalla fine, fradicio come un pulcino nel diluvio che era venuto giù da quel cielo funesto, s’era sentito in dovere di mettersi lì dietro e accarezzargli il capo scosso dai singhiozzi, e l’aveva fatto perché a uno così gli dobbiamo il rispetto che si deve a qualcosa di più di una persona. Lo si deve a quello che rappresenta. A tutto quello che ci dice la sua Storia.

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Sir Claudio è arrivato fino a qua passando dalla vita, e c’è chi ci passa senza accorgersene o senza capire dove si trova, e c’è chi riesce a dimenticare ogni lezione, ma Ranieri no, lui ha conservato tutto e l’ha portato qui dentro, nel catino di San Nicola, a questo appuntamento del destino. Non ci sono i fuochi d’artificio, le luci che brillano, le stelle in cielo, non ci sono le onde delle musiche, e neppure le grandi firme dello spettacolo. Qui non è la Champions League. C’è solo sudore, sangue e sudore, e storie di provincia. Ha preso il Cagliari al quattordicesimo posto e gli son bastati cinque mesi per arrivare sin qui, allo spareggio della serie A. In uno spareggio contano tante cose. Conta anche il destino, che ti deve guardare bene, che deve scegliere dove spingere il vento. Lui l’ha incontrato tante volte, è un Signore che ha girato il mondo, e ormai hanno imparato a conoscersi: gli ha dato tante botte il destino, gliene ha fatte di tutti i colori, come quella volta che gli portò via uno scudetto già vinto con la sua Roma, la squadra della città che ama da quand’era bambino, e glielo sfilò a casa sua, davanti ai suoi tifosi ebbri di gioia, nel tempio dell’Olimpico. Ormai si danno del tu, si siedono in un posto delle fragole e si sfidano con gli scacchi, e il destino lo sa che lui rimane quello che è, che anche quando perde tiene la schiena dritta e la testa alta.

Pure quando lo insultano o lo sfottono. «Una sola verità resta intatta», scriveva Jack O’Malley. «Nel calcio inglese, italiano o francese, qualunque sia la squadra che alleni, Claudio Ranieri arriva secondo». Lo chiamavano «bollito», cioé vecchio, antiquato. L’hanno soprannominato The Tinkerman, il tremolante, ai tempi del Chelsea, per deridere quella sua maniera di approcciarsi alle cose, con qualche indecisione. E prima di lasciare l’Italia, a cominciare il suo girovagare nel mondo, dalla Spagna all’Inghilterra alla Francia, era "Er fettina", per via della macelleria della sua famiglia a Testaccio. Appena tornava correva a vedere la sua Roma, la squadra del cuore. E allora il destino gli ha fatto lo scherzetto con la Samp, prima gli ha fatto vincere lo scudetto e poi gliel’ha tolto, a casa sua. E lui non ha fatto una piega, schiena dritta e testa alta. Ha preso altre botte e poi è andato a Leicester, e all’improvviso ha realizzato il suo miracolo, con le sue carte, nient’altro che quelle, un 4 4 2 classico, di poco possesso e molto veloce, e una psicologia paternalista in uno spogliatoio ideale, da cameratismo romano. Questa vittoria ha finito per illuminare anche il resto della sua carriera. Lui è diventato un mito, e quel trionfo una leggenda. Il Leicester ha svelato quello che di grandioso aveva fatto in altre piccole grandi realtà di provincia, tutte le squadre che ha sempre lasciato in un posto migliore.

Aveva cominciato ad allenare dalla terza categoria. E il destino aveva imparato a conoscerlo da subito. Una testa dura, molto tenace e sempre elegante. Una volta in serie C vinse contro il Cagliari e il presidente dei sardi non ebbe dubbi: gli offrì subito la panchina. Lui portò i rossoblu dalla C1 alla serie A con Enzo Francescoli sua luminosa stella. Una volta a Sky English raccontò che per gli allenamenti di buon mattino svegliava i calciatori con una cantilena «Dilly dong, dilly dong. L’allenamento è iniziato». Questa abitudine ce l’aveva già allora, ai tempi del Cagliari. Alla fine della stagione regalò a ogni calciatore una campana con quella scritta alla base. Quella stessa campana suonò in una conferenza stampa di Leicester: «Siamo in Champions League, dilly dong!».

Dopo Cagliari cominciò il suo peregrinare, Napoli, Fiorentina, e poi il mondo, Valencia, Atletico, e l’approdo in Premier. Al Chelsea, 109 vittorie in poco più di 180 partite, e arriva fino alle semifinali di Champions, battuto dal Monaco e per questo cacciato da Stamford Bridge. Il destino si stava facendo delle grasse risate. Lui scrisse la sua biografia: Proud Man Walking, un uomo che cammina fiero. In questo libro spiega la sua visione dell’allenatore: una father figure, una figura paterna che vede nello spogliatoio una famiglia. Al Chelsea lo sostituì Mourinho che lo attaccò a più riprese: «Non ha la mentalità di uno che ha bisogno di vincere». Però quando torna in Italia, continua a vincere, tanti miracoli uno dietro l’altro. Prende il Parma, con 3 vittorie in 22 partite, e lo conduce a fare una rimonta pazzesca. Riporta la Juve in Champions ed espugna il Bernabeu con Del Piero che esce fra gli applausi. Vince e viene mandato via, qualche volta a malo modo e senza un perché, come capita a Torino. Lui e il destino sono vecchi amici che si parlano sopra e si fanno i dispetti. Si conoscono a memoria e lui perde sempre alla fine. Ma quando arriva a Leicester, in quel posto delle fragole con il solito gioco di scacchi davanti, è Ranieri che lo frega. Anche il destino finisce per inchinarsi.

Così quando torna a Cagliari, ci scherzano sopra. Questa volta non ce la puoi fare. Ma lui, schiena dritta e testa alta, the proud man walking, l’uomo che cammina fiero, va avanti per la sua strada senza dar retta a quegli sberleffi. E arriva fino in fondo, si conquista lo spareggio con una rimonta pazzesca sul Parma e si gioca tutto fuori casa al San Nicola. Quando non ci crede più nessuno, ecco che capita. Si squarcia il cielo, e succede davvero. Sir Claudio può piangere adesso. Glielo doveva a Cagliari, gli doveva questa parte della sua vita, i successi, gli onori, e le lacrime, tutte le lacrime che non ci vergogniamo a versare. Il destino lo sapeva che questa era una partita speciale fra loro due. Ci ha scherzato sopra, perché è fatto così, ma alla fine gli ha dato ragione. E quella carezza di Mignani era un po’ anche sua.

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   
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