[L’analisi] Francia-Croazia: la finale perfetta di un Mondiale senza coraggio e bel gioco

Spazzate via tutte le grandi, restano la squadra catenacciara di Deschamps e la Croazia di combattenti con due fuoriclasse di centrocampo come Modric e Rakitic

[L’analisi] Francia-Croazia: la finale perfetta di un Mondiale senza coraggio e bel gioco

La finale perfetta di questo Mondiale senza sacerdoti, senza "tiki taka" ma anche senza coraggio, di questo Mondiale dei brutti e cattivi, nessuna visione di gioco e nessuna lungimiranza, con Paul Pogba che fa il medianaccio e Mbappé il terzino, forse c’è già stata, quando la Francia ha battuto il Belgio e il capitano degli sconfitti, Eden Hazard, che ha sempre tifato Francia sin da bambino, attaccato alla tv con tutta la famiglia a piangere per Zidane, ha detto che «è meglio perdere con il Belgio che vincere con questa Francia. Perché non gioca. Pensa solo al risultato». Sarebbe stata la finale perfetta perché c’era l’ultima rappresentante rimasta della nobiltà del calcio sopravvissuta solo spezzando il gioco degli altri contro i parvenu dell’incoscienza, gli epigoni inconsapevoli di questo spettacolo senza logica, il Belgio che non è neanche una nazione, con 8 entità federate sovrapposte, due lingue ufficiali, un allenatore spagnolo che parla inglese per farsi capire dai suoi giocatori e senza nemmeno un tifoso che avesse comprato il biglietto della finale perchè non ci credeva nessuno, questo splendido, surreale, eroico Belgio, che ha giocato sempre e solo per la bellezza del calcio, la magnifica utopia uccisa da questi mondiali. Solo che sappiamo già come è a andata.

La vera finale è Francia-Croazia. Meno perfetta. Ma molto più logica. Da una parte la Francia catenacciara di Deschamps, grande mediano di scuola Juve, che non aveva il compito di costruire, ma quello di reggere le impalcature e tirare su ponti e muri, e questa filosofia è riuscito a infondere a una squadra di grandi campioni, da Mbappé a Griezman, erigendo una diga invalicabile a centrocampo, con due eccellenti cursori e incontristi come Kanté e Matuidi a cui ha aggiunto il talento di Pogba trasformato per l’occasione in interditore: al diavolo champagne e bollicine, Zidane e Platini.

Dall’altra la Croazia di Zlatko Dalic, che non doveva nemmeno venire a questi Mondiali, come l’Italia, ma che ha rivoluzionato la sua storia semplicemente cambiando allenatore, una squadra molto fisica, di lottatori che non si arrendono mai, chiamati i vatreni, i focosi, come noi diciamo gli azzurri o i francesi i «galletti», formazione di combattenti attorno a due fuoriclasse di centrocampo, Modric e Rakitic, che ha eliminato tutti solo dopo i supplementari, sangue e fatica, goccia su goccia. Luka Modric è il suo genio della lampada, ma Dalic è quello che rappresenta così perfettamente la sua anima guerriera, lui che dice che non ci sono tante tattiche da fare, ma che bisogna solo correre, correre e ancora correre, ed essere felici, «perché siamo un piccolo paese e una gioia così non ci era mai capitata».

In questo Mondiale del cambiamento, che ha spazzato via tutte le grandi e tutte le glorie del passato, buttando fuori dal tempio le religioni e gli dei, alla fine forse non poteva che finire così, mettendo di fronte la potente Francia, 67 milioni di abitanti e una storia illustre da Platini in poi rinnegata proprio per arrivare qui, 15 luglio, ore 17, allo stadio Luzhniki di Mosca, e l’arrembante Croazia che con la sua nazionale è esistita praticamente solo dal 1990 a rappresentare un francobollo di 4 milioni di abitanti che nell’epoca del sovranismo sono gli unici a voler entrare a tutti costi in Europa. Il destino vuole che l’unica volta in cui la Croazia arrivò nella sua storia a sfiorare l’Olimpo del calcio fu proprio ai mondiali di Francia di vent’anni fa nella semifinale contro la squadra di Zidane e Deschamps. Vinsero i galletti con una doppietta in rimonta di Thuram. Quella Croazia, di Boban, Suker, Jarni e Vlaovic, arrivò terza battendo l’Olanda per la medaglia di bronzo, dopo aver fatto fuori ai quarti la Germania, sepolta con un perentorio 3 a 0. Mentre quella Francia vinse il suo primo e per ora unico Mondiale.

Erano altri tempi. La Francia coltivava l’idea del calcio champagne, gol e spettacolo, con Thierry Henry, Trezeguet, Zidane, e Blanc che baciava la pelata di Barthez prima di ogni partita. E anche quella Croazia non era soltanto lotta e sudore. Il Muro di Berlino aveva abbattuto regimi e sistemi consolidati, trasformando le grandi narrazioni delle ideologie e le visioni della politica, ma il mondo del calcio aveva conservato intatto il suo sogno barocco, quel monumento all’ingiustizia che solo i fuoriclasse possono abbattere, che siano allenatori o giocatori. C’erano Zidane e Ronaldo. Poi sarebbero venuti Messi e Ronaldo.

Adesso la finale ci ha lasciato Mbappé e Modric. Un direttore d’orchestra, come l’ex allenatore del Tottenham Harry Redknapp definiva il suo pupillo croato, che si muove pacato e si prende le redini della squadra con la calma del migliore, e un cavallo di razza, una scheggia umana con un dribbling fantastico che il preparatore atletico Renaud Longuévre ha descritto al Foglio come «un alieno. C’è poco di meglio in giro. Tecnicamente è eccellente. Un campione». E’ chiaro che, a prescindere da come andrà la partita, il futuro è tutto dalla parte di quest’ultimo. Perché Modric appartiene alla generazione di Messi e Ronaldo, ha 33 anni, ha vinto tanto con il Real Madrid. Kylian Mbappé ha 19 anni e non ha vinto ancora niente. Chi dei due alzerà la Coppa stasera si prenderà anche il Pallone d’oro, girando la pagina della storia dopo l’epoca di Lionel e Cristiano. Il francesino di Brondy, 53mila abitanti fuori Parigi, una carriera da predestinato che a 15 anni si permise pure di rifiutare il Real Madrid di Zidane perché voleva restare vicino a casa, o il ragazzo di Zara cresciuto in fretta per sfuggire con la mamma e il papà agli orrori e agli stenti della guerra nell’ex Jugoslavia.

Non ci sarà più posto in quel consesso per Hazard, De Bruyne, Lukaku, le stelle della nazionale senza nazione che avremmo voluto vedere in questa finale, dell’unica squadra che ha pensato a fare calcio e spettacolo, anche per noi che paghiamo il biglietto, ma soprattutto per loro, per quelli che sono venuti su ricordando ancora la mamma davanti al frigo e lo sguardo sul suo volto, come ha raccontato il suo capocannoniere, Romelu Lukaku, un ragazzone che sembra un armadio con due piedi felpati: ogni giorno c’era sempre la stessa cosa da mangiare, pane e latte. Ma una volta si accorse che sua madre ci aggiungeva l’acqua nel latte, per farlo durare tutta la settimana. «Eravamo al verde. Non solo poveri, ma senza soldi». Aveva sei anni Lukaku. Guardò sua madre e disse: «Tutto cambierà, vedrai. Giocherò a calcio nell’Anderlecht e staremo bene. Non dovrai più preoccuparti». Accadde proprio quello. Dev’essere per questo che il Belgio ha giocato a calcio e non a far male, per storie così. Perché i sogni si rispettano.