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Gigi Riva, l'hombre vertical che amava De André e si incatenò alla Sardegna

Non è stato soltanto il più grande attaccante italiano di tutti i tempi, con i suoi 35 gol con la maglia azzurra in 42 partite e lo scudetto incredibile del Cagliari. Ma un grande uomo, con la schiena diritta

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   
Gigi Riva
Gigi Riva

L’ultimo eroe se n’è andato come vanno quelli come lui, se ne vanno rapiti dal cielo una sera di vento forte e ricordi che lacrimano. Gigi Riva è morto all’ospedale di Cagliari dove era stato ricoverato per un infarto. Il suo cuore ha smesso di battere alle 17,50. Aveva 79 anni. Pochi minuti prima sorrideva ancora con gli infermieri e i medici che lo assistevano. Se n’è andato come un uomo qualunque e lui non avrebbe voluto altro che questo. Ma Gigi Riva non era un uomo qualunque e non ce ne sarà più uno come lui, perché non è stato soltanto il più grande attaccante italiano di tutti i tempi, con i suoi 35 gol con la maglia azzurra in 42 partite e lo scudetto incredibile del Cagliari. Era un hombre vertical, uomo tutto d’un pezzo, di una sola parola, introverso e poetico, di grandi sentimenti e di grande generosità. Pasolini lo definì «un poeta realista». Ma l’hanno chiamato in tanti modi, Rombo di tuono, un dio greco, re Brenno. La sua carriera di calciatore è stata segnata da qualche successo e da terribili infortuni, sempre con la maglia azzurra, a cui immolò le sue gambe nel 1967 contro il Portogallo e nel 1970 contro l’Austria. Ma se le sue imprese sui campi di gioco ne hanno fatto un monumento, è la sua vita che l’ha fatto grande. Perché questo è stato Gigi Riva. Un grande uomo, con la schiena diritta.

Era nato a Leggiuno, da una famiglia di modeste possibilità. La madre Edis era una casalinga, il padre Ugo fece il parrucchiere e il sarto e morì per un incidente sul lavoro quando Gigi aveva 9 anni. Mamma Edis fu costretta a far la donna delle pulizie e lui fu mandato in collegi religiosi per tre anni, da dove tentò di scappare più di una volta, perché si sentiva povero e umiliato e aveva troppa nostalgia di casa. Lasciato il collegio, lavorava in una fabbrica di ascensori e quando finiva il turno correva a giocare tre, quattro partite di seguito in qualche campetto di periferia. Il calcio fu la sua salvezza. Andò a giocare nel Legnano. Nel 1963, lo voleva il Bologna, e invece finì controvoglia al Cagliari. Mentre l’aereo stava atterrando sull’isola, cercò ancora di convincere il suo accompagnatore, guardando dall’alto la città che si avvicinava e la distesa del mare: «Ma io devo davvero andare a giocare in questo posto?». Era una Sardegna primigenia, molto lontana da quella che conosciamo oggi, di spiagge e splendori, dovevano ancora arrivare l’Aga Khan e il turismo degli yacht e dei miliardari. La gente lo guardava strano: aveva spalle squadrate, una mascella volitiva e un sorriso timido, ma era magro come un chiodo e i tifosi si chiedevano «ma cosa cavolo gli danno da mangiare a questi ragazzi qua in continente?». L’avevano preso per fare il tornante, si diceva così allora. Fu Arturo Silvestri detto Sandokan che decise di metterlo in attacco. Aveva un gran sinistro e doti incredibili in acrobazia, ma la sua forza era soprattutto un’altra. Il coraggio. Quello ce l’hai dentro di te. O non ce l'hai proprio. Il Cagliari salì in serie A. E nel primo anno lui segnò 9 reti, una alla Juventus. Era il 1965: da allora per dieci anni, i suoi dirigenti cominciarono a frequentare tutte le domeniche l’Amsicora e a cercare di convincerlo. Ma i tempi erano cambiati.

Giggirriva, come lo chiamavano i sardi, si era innamorato poco per volta. La svolta più forte avvenne quando su quella panchina prese posto un tipo strano che fumava come una ciminiera e lo chiamavano il filosofo, per quelle freddure che regalava ai giornalisti e il suo modo distaccato di intendere le cose dello sport. Manlio Scopigno raccontava che aveva raccolto Riva che era una specie di selvaggio, ma che aveva trovato il modo di farlo diventare la stella polare di quella squadra. Riuscì a essere il condottiero di quel Cagliari, con quella sua faccia da antico romano, un po’ scontroso, così sincero e immediato nel rapporto con gli altri, e insieme introverso e melanconico. Un uomo che decise di incatenarsi dolcemente alla Sardegna, il luogo della sua esistenza e del suo modo selvatico di intendere la vita, come dice Giorgio Porrà. Era soprattutto un uomo di valore. Schivo, cocciuto e generoso. Nel secondo anno in serie A segnò 11 gol. Il presidente Enrico Rocca disse che era in vendita, che la società aveva bisogno di soldi. Lui si rifiutò e si ribellò anche la squadra: «Riva non si tocca». Con Scopigno, cacciato via perché aveva urinato all’aperto durante una festa, e poi per fortuna richiamato in panchina, il rapporto era solido e radicato. Ne trassero vantaggi tutti.

E arrivarono i risultati, arrivò lo scudetto. Lo ricordiamo per quello più che per tutto il resto, lo ricordiamo per le sue vittorie, perché sono state una rivincita della vita, qualcosa che succede ogni tanto e sono una lezione che ci resta nel cuore. Aveva un idolo, Fabrizio De André, che era un po’ uno come lui, e amava una sua canzone più di tutte, «Preghiera in gennaio". Una volta che il Cagliari si trovava in trasferta a Genova riuscì finalmente a conoscerlo. Essendo due timidi, non spiccicavano neanche una parola. Però Gigi aveva delle cose da chiedergli. Fabrizio tirò fuori una bottiglia di whisky e cominciarono a bere qualche bicchierino per sciogliere le lingue. Era l’unico modo. «Aveva appena scritto Preghiera in gennaio, in una notte. Volevo sapere come gli veniva l’ispirazione, mi raccontò che di giorno dormiva e di notte usciva e ascoltava i rumori della campagna».

Era come lui. Un poeta. E i poeti sanno fare i miracoli. In uno dei suoi viaggi nelle campagne della Sardegna, un giorno che scendeva la sera Gigi si fermò in un cascinale dove una vecchietta gli offrì qualcosa da mangiare e da bere. Lui guardò sopra il camino e vide che c’erano due foto grandi illuminate dal fuoco: una era di Padre Pio e l’altra era la sua. Ma la vecchietta non l’aveva riconosciuto. E lui le chiese: «Lo sa chi sono?» «Quelle foto?». Sì. «Una è di Padre Pio», rispose la donna. «Quella là invece è di un altro che fa pure lui i miracoli».

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   
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