[L’analisi] I mondiali poveri brutti e cattivi. La mediocrità è al potere anche nel calcio

Avanzano la Svezia di chiloconosce Granqvist, o di Durmaz o di Berg, una bella sfilza di signori nessuno, o la Svizzera del vecchietto Lichtsteiner, che la Juventus ha lasciato tranquillamente partire a saldo zero, o di Dzemaili che non giocava titolare neanche nel Bologna. Avanza la Russia di Golovin, che prima che cominciasse il torneo lo conoscevano solo nella steppa e nel gelo di Mosca

La gioia dei calciatori russi dopo i rigori
La gioia dei calciatori russi dopo i rigori

Il calcio è l’unico sport al mondo dove vincono i più brutti. In senso sportivo, ovviamente. Però, orribilmente più brutti. Forse è proprio questo il suo fascino: diciamo che non capisco, ma mi adeguo. Quello che sarebbe impensabile in qualsiasi altra disciplina, dove persino la bellezza di un gesto può determinare un risultato, è diventato il manifesto di questi mondiali in Russia, con l’unica grande nazionale spettacolo che per ora avanza verso i quarti, il Brasile, solo quando trasforma la sua identità, cercando di giocare come gli altri: cioé non giocare, picchiare come fabbri e attaccare difendendosi.

La partita vetrina di questo torneo dell’orrido che sostituisce la ricerca del gol alla volontà di non prenderli è stata Russia-Spagna, vinta dalla squadra, la Russia, che per 120 minuti ha pensato unicamente a distruggere il gioco degli altri, anche quando era in svantaggio o gli avversari erano ormai stremati. Nella pallavolo, nella pallacanestro, o in qualsiasi altro gioco di squadra, tutto questo non potrebbe succedere: alla fine vince il più forte, il più intelligente, il più bravo. A maggior ragione questo accade negli sport individuali. Ai mondiali di Russia, invece, i più forti, che garantiscono spettacolo e talento sono già quasi tutti usciti: la Spagna di Isco, di Ramos e Diego Costa è andata a casa in buona compagnia, assieme alle finaliste dell’edizione precedente, la vincitrice Germania e l’Argentina di Messi, assieme al Portogallo di Ronaldo, il calciatore più titolato al mondo, o alla Serbia di Milinkovic Savic, l’ultima stella emergente del football inseguito da Real Madrid, Manchester United e Juventus per la modica cifra di 150 milioni di euro.

In compenso, avanzano la Svezia di chiloconosce Granqvist, o di Durmaz o di Berg, una bella sfilza di signori nessuno, o la Svizzera del vecchietto Lichtsteiner, che la Juventus ha lasciato tranquillamente partire a saldo zero, o di Dzemaili che non giocava titolare neanche nel Bologna. Avanza la Russia di Golovin, che prima che cominciasse il torneo lo conoscevano solo nella steppa e nel gelo di Mosca. Vincono i poveri, brutti e cattivi. La mediocrità al potere. Che può essere pure una bella notizia in politica. Ma non lo è mai nello sport. Il bello dello sport non è tanto che vince il più forte. Il bello è che tu puoi diventare il più forte, può diventarlo chiunque di noi, ed è proprio questo il suo fascino. Il grande Pietro Mennea e la medaglia d’oro nella maratona delle Olimpiadi di Seul Gelindo Bordin ne sono la prova più evidente. Con la fatica, l’abnegazione, la volontà sono diventati i più forti, perché lo sport ha una vocazione religiosa nella sua anima, che è quella che bisogna saper andar al di là di se stessi. Loro ci sono riusciti. Gli altri no.

Ha senso uno sport dove manca questo traguardo? Il risultato che è balzato di più agli occhi dei mondiali di Mosca, è che tutto questo non serve. Ed è la dimostrazione che il bello del calcio non è lo stesso dello sport. Quando diciamo che chi ha perso avrebbe meritato di vincere, stiamo di fatto disapprovando le regole che consentono lo svolgersi normale di una partita. Se però le cambiassimo, avremmo creato uno sport più giusto che non sarebbe il calcio. Il fascino del calcio forse è proprio questo, che non è giusto, ma non è lo stesso fascino dello sport. Puoi picchiare, distruggere, annullare il talento dell’avversario, perché, come è stato dimostrato in tutte le partite di questi mondiali - pochissime espulsioni a dispetto di più falli e botte assassine - le regole e gli arbitraggi te lo permettono.

Nella grande vetrina del gioco più amato del mondo, quello che è bello non conta. E neppure quello che è giusto. Hanno cominciato senza due nazionali storiche, come l’Olanda e l’Italia, vergognosamente eliminata dalla modestissima Svezia, che intanto scala tranquillamente il tabellone senza il suo unico grande calciatore, Ibrahimovic. E le altre le perdono via via per strada. Restano un Brasile trasformato con una difesa molto solida, per adeguarsi meglio alle nuove tendenze, la Francia dei tanti talenti, da Pogba a Mbappé a Griezman, disciplinati rigorosamente dall’italianista Deschamps - ma l’avete vista la star di questi mondiali, quello che chiamano il nuovo Pelé, retrocedere a fare il terzino? - e soprattutto il Belgio, l’unica squadra che scende in campo per fare spettacolo. Il Belgio è la più inglese delle nazionali presenti in Russia, dato che tredici dei ventitré calciatori che compongono la sua rosa giocano in Premier League.

La vera Inghilterra, invece, presenta Harry Kane e dieci mediocri compagni. Proprio per questo potrebbe essere l’anno buono per arrivare in finale, come non è più capitato dal trionfo del 1966, generosamente regalato dal gol fantasma di Geoff Hurst convalidato da Gottfried Dienst, che all’epoca veniva considerato il miglior abritro del mondo. Tutto secondo logica. Vedremo chi sarà più brutto e cattivo questa volta. Sui poveri, invece, potremmo aprire un capitolo a parte. Emil Zatopek diceva che un atleta non può correre con i soldi in tasca. Deve correre con il coraggio nel cuore. E i sogni nella testa. C’entra qualcosa con il calcio?