[Il ritratto] Calcio e carcere: chi è Nino, l'ultrà che vinceva se menava di più

Ciccarelli ha 49 anni ed è leader dei Viking e della Curva Nord. E' stato arrestato assieme a un tifoso del Varese per gli scontri prima di Inter-Napoli

[Il ritratto] Calcio e carcere: chi è Nino, l'ultrà che vinceva se menava di più

Lui è uno che diceva così: «Io andavo in trasferta solo per fare a botte. Se picchiavo il tifoso di un’altra squadra, io avevo vinto. Non me ne fregava niente se l’Inter perdeva. Però per l’Inter sono pronto a tutto. Pronto ad andare in galera, a fare una rissa, a prendermi delle coltellate. Pronto a tutto, ma non a scappare». Nino Ciccarelli, 49 anni, leader dei Viking nerazzurri, l’ultrà che vinceva se menava di più, arrestato ieri assieme a un hooligan del Varese, Alessandro Martinoli, del gruppo Blood & Honour, per gli scontri prima di Inter-Napoli in cui è rimasto ucciso Daniele Belardinelli, è una figura emblematica della curva di San Siro e di tutte le curve, del suo mondo di violenza e di passione cupa, che merita di essere conosciuta e raccontata. Vive questa vita da quand’era un ragazzino, dalla Milano degli Anni di piombo alla Milano da bere, dove c’è chi si droga e chi spaccia, chi si accoltella e chi si azzuffa, e c’è sempre lui in mezzo. Ha preso più Daspo che partite allo stadio, e s’è fatto anche 12 anni di galera, per tentato omicidio e rissa, finito nel giro delle rapine e della cocaina, come dice il suo biografo, Giorgio Specchia, perché pure questo è diventato Nino: uno che gli romanzano la vita.

E' stato riconosciuto fra quelli che hanno organizzato l'assalto ai tifosi del Napoli da uno degli ultrà arrestati. In un video in mano agli inquirenti lo si vede mentre si allontana claudicante, tenendosi una mano sulle ferite. Già nell’88 era finito dentro e poi assolto per la morte di un tifoso ascolano, Nazzareno Filippini, massacrato a bastonate dagli ultrà interisti che non si fermano nemmeno quando lui è a terra in una pozza di sangue, senza più conoscenza, colpendolo con dei violenti calci in faccia. Nino Ciccarelli balbetta il suo alibi negli interrogatori: «sì, io c’ero, ma non ho ucciso Filippini. Ero più lontano che ne stavo pestando un altro».

Nella sua casa, al piano rialzato di un casermone di Quarto Oggiaro, sua mamma, la signora Carmela, mostra gli album del figlio ai giornalisti, le foto con Zenga, Brehme, Matthaus, le sue collezione tutte a colori, ricche di fumogeni e sciarpate levate in alto nella Curva Nord: «Non volevo che andasse allo stadio a far tifo, perché lui finisce sempre in mezzo se c’è qualcosa. Ma lui mi rispondeva: mamma, meglio lo sport che la droga. Questo è un quartiere difficile, i ragazzi devono distrarsi. Ma è buono, pensi che la scorsa estate ha fatto il volontariato nelle autoambulanze per guadagnare 200 mila lire».

Da allora di tempo ne è passato. Nino non è più solo un figlio. S’è sposato, ha avuto 3 bambini. E’ finito nel giro della coca, e ha fatto 12 anni di carcere, che si è tatuato sul braccio sinistro, con le foglie di un edera, una per ogni anno caduto dietro le sbarre. Dice che «se non fossi andato in curva, forse queste foglie sarebbero di più». Esce persino un libro su di lui, Il teppista, scritto da Giorgio Specchia, giornalista della Gazzetta dello Sport, ma soprattutto ultrà nerazzurro e uno dei fondatori dei Viking nel 1984, curriculum e percorso abbastanza comune tra i cronisti sportivi italiani, a imperitura testimonianza della loro limpida e proverbiale obiettività.

In questo libro, anche se lui dice di non esserlo, viene dipinto quasi come un eroe: «Sono partito da Quarto Oggiaro e arrivato non so dove, rischiando più volte di morire lungo il percorso. Non sono una vittima del sistema, non sono un eroe, non cerco approvazione ideologica. La mia è una storia, come le altre. Sappiate però che non tutti quelli della mia generazione sono come me. Io mi sono spinto un po’ più in là». Il Teppista è alla fine una sorta di testamento, uno spaccato umano della generazione degli Anni 70 rinchiusa ancora negli stadi alla ricerca del mito e del nemico a tutti i costi, la storia di trent’anni nmaledetti a Milano, come la vita di Ciccarelli, che si è conquistato il suo spazio nell’ambito di una curva "nera", culla in precedenza dei sanbabilini, poi dei paninari fino agli skins, solo grazie all’esibizione della violenza.

Quella curva è nata nel 1969, l’anno dello sbarco sulla Luna e della strage di piazza Fontana, e Nino se l’è tatuato sul petto anche quel ricordo. Vive per quello e tutta la sua esistenza è racchiusa dentro a questo orizzonte limitato e allucinante: gestisce persino i biglietti dei tifosi juventini di Milano, s’infila in giri importanti e pieni di soldi e racconta di calciatori che vanno a trans, di attaccanti dell’Inter trovati ubriachi nei locali della Movida due ore dopo aver perso un derby, di brasiliani che festaggiano fino all’alba prima di una partita di campionato.

Quello che agli altri non interessa per lui è l’unica ragione dei vita. E’ quasi fiero del calcio elevato a star system, di essere uno spettatore attivo di questo mondo, il calcio dei festini di cocaina, con le ville dello sballo allestite all’ultima domenica tra vodka, sesso e tribalismi. In mezzo a tutto questo, però, dice una grande verità: «La gente non si rende conto di quanto ambienti all’apparenza lontanissimi siano in realtà collegati. La finanza, la politica, lo spettacolo, il calcio, la criminalità...». Per questo c’è chi difende il mondo degli ultrà, chi si fa fotografare assieme a loro senza la minima vergogna percdhé contano di più i loro voti, e per questo facciamo finta tutte le volte di scandalizzarci (sempre con l’obiettività che ci caratterizza, passando dalla curva al computer in redazione...) e poi non cambia niente. Forse bisognerebbe cominciare ad arrendersi davanti all’evidenza. Perché Nino Ciccarelli e quelli come lui sono figli a tutti gli effetti di questo sistema. Che non è proprio dei migliori. Anzi. Non è che è mica marcio?