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Tutti pagheremo di tasca ed è giusto che anche i calciatori si taglino i loro dorati ingaggi

Perché gli unici che non ci devono rimettere niente sono proprio i calciatori che guadagnano cifre miliardarie e che non stanno neppure giocando?

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   
Stadi vuoti (Ansa)
Stadi vuoti (Ansa)

Quello che gli economisti temevano sta per succedere, perché il coronavirus ha già cominciato a far pagare un conto salato, troppo salato, a tutti noi, che non riguarda solo la salute. Anche quella, che è la cosa più importante. Ma poi ci sono i negozi chiusi, il turismo massacrato, le case editrice affossate - prima dei provvedimenti più severi, si contava un 50 per cento in meno di libri venduti: ora con la chiusura delle librerie è il 100 per cento -, aziende sul lastrico, giovani e precari lasciati a casa senza paracadute e senza speranze. Saremo tutti più poveri, e il nostro Stato - cioé noi - ancora più indebitato. Pure il calcio italiano rischia di pagare un prezzo così alto da mettere in dubbio il futuro di molte società di prima fila. Repubblica, che è la più ottimista, stima in 430 milioni il danno da coronavirus per le squadre della nostra serie A, tra diritti tv nazionali ed esteri e Coppa Italia. Stando a Calcioefinanza invece questa cifra raggiugerebbe i 670. Il Corriere della Sera si spinge ancora più in là, arrivando a toccare l’asticella dei 700 milioni, perché aggiunge alla grossa fetta delle tv i mancati guadagni da stadio e merchandising.

Perdite enormi

Joe Barone, direttore generale della Fiorentina, una delle società per ora più colpite in termini di salute, con 3 calciatori positivi, è il primo a essere consapevole che le perdite economiche saranno enormi e a lanciare un grido d’allarme: «Adesso pensiamo a uscire da questa situazione perché la salute ha la priorità. Ma con i dirigenti delle altre società stiamo ipotizzando degli scenari che prenderemo in considerazione, non solo per ciò che riguarda i calendari, ma anche per evitare di andare al collasso nel mondo del calcio». Qualche voce comincia a filtrare: in effetti Lega e società di serie A sono pronte a chiedere al governo e al ministro Spadafora provvedimenti speciali e aiuti. Che sarebbero anche giusti e motivati, considerando come il pallone sia una delle industrie più importanti del Paese, che s traina dietro pure un indotto di rilievo. Ma quando da Roma dovranno intervenire e prendere le misure economiche necessarie, ci renderemo presto conto che la coperta è corta e che non ci saranno soldi per tutti. E allora, scusate, ma ci viene spontanea una domanda: se ognuno di noi pagherà di tasca sua un conto più o meno salato, che per qualcuno sarà pure tragico, perché gli unici che non ci devono rimettere niente sono proprio i calciatori che guadagnano cifre miliardarie e che non stanno neppure giocando? E’ vero che qualcuno di loro sta facendo donazioni generose, come Bonucci, che ha deciso di versare 120mila euro in favore della Città della Salute a Torino per la lotta contro il coronavirus. Ed è sicuramente vero che non è il solo e che ce ne sono altri che stanno facendo come lui, senza che i media siano venuti a saperlo. Ma si tratta di lodevoli iniziative personali, di nient’altro che questo. Quello che vorremmo invece è che le società di calcio prima di venire a bussare alle fragili porte dello Stato, cioé a tutti noi che paghiamo le tasse, per chiedere soldi e aiuti, cominciassero in via eccezionale a tagliare i più che generosi emolumenti dei loro ricchissimi dipendenti. Forse sarebbe più giusto. E potrebbero avanzare pretese con qualche ragione in più. Ora come ora, purtroppo, ci risulta che l’ipotesi del taglio agli stipendi non sia ancora stata discussa formalmente, nemmeno a livello tecnico dalla Lega e dalla Serie A.

La posizione delle società

Dal canto loro le società avrebbero fatto sapere, per vie traverse, che non avrebbero nessuna intenzione di restituire i soldi delle partite già giocate a porte chiuse e di quelle a venire che saranno disputate ancora senza pubblico. Noi possiamo pure capire tutto. Che ci sono dei problemi legali e contrattuali su cui è difficile intervenire, che non è così semplice come sembra, che i calciatori sono molto più esosi e attaccati alla loro fortuna di quel che crediamo, e che la nostra alla fine può apparire solo come una bieca proposta qualunquista che solletica la pancia al popolino. Se si sta per abbattere un treno di 700 milioni sulla tua testa lanciato a tutta velocità, ci rendiamo pure conto che è dura pensare di dover rimborsare quelli che accampano altri diritti che svuoteranno ancora di più le tue straziate casse. Ma proprio per questo, com’è possibile continuare a non chiedere niente all’unica categoria, per la quale, fra l’altro, questo sacrificio peserebbe in misura molto meno grave di quello che stiamo pagando noi, che riempiamo gli stadi per tifarli, che paghiamo i biglietti che non ci vengono rimborsati, che ci ammaliamo come loro, anche se finiamo sui giornali solo nell’elenco dei numeri e anche se magari non ci fanno il tampone perché non siamo famosi e non siamo neppure il Marchese del Grillo, che gli dispiace, «ma io so’ io e voi non siete un c...»?

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   
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