De Ligt era un po’ troppo cicciottello, ora è il più grande difensore del mondo. Pagato 75 milioni più 10.5 solo per Raiola

"Giocava a centrocampo, quel cicciottello che divorava le polpette e i compagni di squadra chiamavano dikkie, grasso in olandese, fatty. Ma il suo primo allenatore non lo vedeva molto bene e non ha smesso di ricordarlo neanche in questi giorni"

Matthjis De Ligt, il nuovo difensore della Juve
Matthjis De Ligt, il nuovo difensore della Juve

La vita di Dikkie, il cicciottello diventato il più grande e il più giovane difensore del mondo, cambiò un giorno che Troy Douglas, un ex velocista olandese scritturato dall’Ajax per far correre i ragazzini del Centro Scuola, chiamò a bordo campo quel biondino che trotterellava in mezzo agli altri. «Tu, vieni qui», gli disse. «Come ti chiami?». «Matthjis De Ligt», rispose il bimbo. «Senti, Matthjis, non va bene come corri. Devi imparare tutto». Dikkie rispose sissignore, poi tornò in mezzo al campo e Troy Douglas gli urlò dietro: «E non va bene neanche come cammini. La frequenza dei passi». Matthjis si voltò, rosso in faccia: «Devi cambiare la frequenza dei passi». Giocava a centrocampo, quel cicciottello che divorava le polpette e i compagni di squadra chiamavano dikkie, grasso in olandese, fatty. Ma il suo primo allenatore non lo vedeva molto bene e non ha smesso di ricordarlo neanche in questi giorni che sono tutti lì ad osannarlo per il trasferimento alla Juve di Cristiano Ronaldo: «Correva come un elefante e non tornava mai a difendere. La velocità non era certo il suo forte». Fino a quel giorno in cui Troy Douglas lo chiamò a bordo campo. La prima cosa, gli disse alla fine della partitella, trattenendolo per un allenamento personalizzato, mettendogli una mano sulla spalla, «è che devi dimagrire. Se no, non imparerai mai a correre come si deve».

Adesso lo chiamano tutti Matta, con il diminutivo di Matthjis, che si legge Mattàis, e solo quelli che gli sono rimasti amici dall’infanzia continuano a dirgli affettuosamente dikkie, come si fa con una persona a cui vuoi bene per un difetto che non nuoce più. Douglas e gli altri preparatori lo fecero lavorare sodo su esplosività e velocità, ma tutte quelle ore di allenamento non avrebbero avuto l’effetto che hanno avuto se Matta non fosse stato quello che è. Perché la grandezza di De Ligt, che è già una bella pertica di suo di quasi un metro e novanta, è nella sua testa: a dieci anni, quando Troy lo prese sotto la sua ala, aveva già la capoccia di un ragazzo di 18 anni che sa quel che vuole. E’ sempre stato più maturo della sua età e a 19 adesso (20, il 12 agosto) è un uomo di trenta. Ha una grandissima forza di volontà, una determinazione incrollabile, una ambizione particolare, che il suo procuratore, quel Mino Raiola che si è splendidamente presentato al Centro Medico della Juventus in brache corte di tela e la maglietta blu che inseguiva disperatamente il pancione, ha definito «uguale a quella di Ibrahimovic». E’ di quelli che sono nati capitani. E difatti è arrivato alla Juventus dopo essere stato il più giovane capitano dell’Ajax in una semifinale di Champions League (19 anni e 261 giorni) e prima ancora il più giovane in una finale di Europa League, nel 2017. Alla stessa età, a diciassette anni, aveva esordito nell’Olanda contro la Bulgaria.

A leggere alcune cronache, non fu proprio una partita memorabile perché lui fece due errori e la Bulgaria due gol. Ma nessuno si sognò mai di mettere in discussione quel ragazzino con la forza e la sicurezza di un grande. Chiesero la testa del commissario tecnico Blindt, che saltò immancabilmente. Lui invece da quel giorno diventò pedina fissa della difesa orange. Ha classe, potenza e testa. Sa così bene quello che vuole, che ha scelto l’Italia perché qui c’è la scuola difensiva migliore del mondo. Qui ti fai le ossa e accumuli esperienza, e se passi da qui puoi diventare davvero il più forte di sempre. Alla sua presentazione nella sede della squadra che l’ha comprato per 85 milioni virgola 5 tutto compreso, dopo aver mostrato delle immagini che lo ritraggono già con la maglia della Juventus a cinque anni appena, ha messo in fila i suoi modelli di riferimento, che sono, guarda caso, tutti italiani: «Nesta, Maldini, Baresi, Scirea e Cannavaro».

Fra tutti questi, lui assomiglia già a qualcuno: a Nesta, fisico e classe simili, grande calma e grande sicurezza. Ma in più ha una tecnica forse superiore per la capacità di saper impostare il gioco, appresa proprio negli anni in cui lo chiamavano dikkie e lo schieravano a centrocampo. Solo in Italia è convinto di poter apprendere quel mestiere e quelle astuzie che lo potranno davvero far diventare il più grande di tutti. «Matta» De Ligt è scientifico, è quasi un robot che si programma algidamente con un computer. Un robot strano, con un cuore grande, che non ha mai dimenticato Abdelkak Nouri, detto Appie, il suo migliore amico ai tempi delle giovanili, colto da un’aritmia nel 2017 e risvegliatosi dopo un anno di coma con gravi danni cerebrali: ancora adesso Dikkie gli dedica ogni sua vittoria.      

Uno così non poteva non finire che con Mino Raiola, l’ex pizzaiolo diventato il re dei procuratori, che due anni fa gli si presentò dicendo che lo ammirava tantissimo, e che non si perdeva una sua partita: «Posso lavorare per te?». Matthjis De Ligt non ci pensò su nemmeno troppo: forse erano davvero fatti l’uno per l’altro. Raiola ha mai sbagliato un colpo nella sua carriera. Anzi, forse solo uno: Balotelli. Ma s’è rifatto ampiamente. Con De Ligt si già preso una commissione di 10,5 milioni d’euro. E siamo solo agli inizi.