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Passa il Liverpool, ma l'Inter è tornata grande nel giorno della sconfitta

Simone Inzaghi ha espugnato Anfield in dieci uomini per l'espulsione di Sanchez e ha battuto Jurgen Klopp che non perdeva da un anno in casa sua

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   
Lautaro Martinez (Ansa)
Lautaro Martinez (Ansa)

Esiste una grande impresa senza successo? Beh, chiedetelo all’Inter. Esiste. Simone Inzaghi ha espugnato Anfield in dieci uomini, ha battuto Jurgen Klopp che non perdeva da un anno in casa sua, e poi se ne torna a casa con le pive nel sacco, tagliato fuori dalla Champions. A esser sinceri l’Inter l’impresa non l’ha fatta solo in terra di Albione. Al Meazza aveva perso, è vero, ma non aveva solo tenuto testa al Liverpool, aveva fatto qualcosa di più, perché Salah e compagni erano sembrati un’altra squadra, lontana parente del tremendismo esibito ad esempio contro il Milan, vincendo solo su un calcio piazzato e una mischia, in pratica nelle uniche due occasioni pericolose create in tutta la partita. All’andata i nerazzurri avevano centrato una traversa e più di una volta erano andati vicino al gol. Ad Anfield la fortuna ha restituito quello che aveva tolto a San Siro, con i tre pali del Liverpool e i due salvataggi miracolosi di Skriniar su Van Dijk e Vidal su Luis Diaz. Ma la somma dei centottanta minuti fa due a uno per Jurgen Klopp e la sua banda, un risultato che castiga l’Inter giustamente se si considera il valore e la forza delle due squadre, ma che lascia l’amaro in bocca per la maniera in cui è maturato.

A Milano era mancata la concretezza. A Liverpool, Sanchez. Il cileno non avrebbe disputato una brutta partita, anzi, è sembrato in gran forma e molto motivato. Troppo motivato, direi persino tarantolato. Graziato dall’arbitro nel primo tempo per un’entrata da rosso diretto su Thiago Alcantara, due minuti dopo aver servito la palla gol a Lautaro si è ripetuto, questa volta quasi senza colpa, sotto gli occhi del direttore di gara che non ha potuto far altro che spedirlo negli spogliatoi. Era il minuto 19 del secondo tempo. Da lì in avanti l’Inter ha cercato il miracolo in dieci contro undici, esponendo le sue difese alle razzie degli incursori di Klopp. Ha tenuto il risultato, non il passaggio del turno. Alzi la mano chi alla vigilia della doppia sfida avrebbe pensato di arrivare con la qualificazione in bilico fino all’ultimo secondo.

Molto merito va riconosciuto a Inzaghi. Sulla base dell’Inter ereditata da Conte, ma senza Lukaku e Hakimi, ha costruito una squadra molto più bella da vedere e molto più europea, che pensa a giocare e non solo a difendersi. E’ l’unica italiana con un senso compiuto, e si vede. Ha incontrato sul suo cammino una delle più forti del lotto e ha dovuto affrontarla nell’andata proprio a febbraio, mese storicamente arcigno per le squadre di Inzaghi, che soffrono un calo in questo periodo per ripartire poi più veloci di prima. Gli avevano già tutti recitato il de profundis. L’Inter ha il fiato corto, non arriva alla fine, rischia di perdere il campionato e Lautaro non segna più. Come volevasi dimostrare: comincia marzo, e la pratica Salernitana è liquidata con cinque gol a zero, con una tripletta dell’attaccante argentino, che poi, guarda caso, risolve pure la partita di Anfield, con una perla rara, di esterno destro, in diagonale, dal limite dell’area.

Contro il Liverpool Inzaghi se l’è giocata alla pari, senza mai farsi schiacciare nella sua area, com’era capitato al Milan, ma continuando sempre a spaventare gli uomini di Klopp con ripartenze manovrate e veloci. Mancava Barella, sia all’andata che al ritorno, assenza non così irrilevante. Ad Anfield ha scelto l’artiglieria leggera, con Lautaro e Sanchez, tradito sul più bello proprio dal cileno. Ha perso De Vrij dopo 45 minuti e Brozovic sul finale, per guai ai polpacci. Se è riuscita a vincere con tutti questi handicap, significa solo che l’Inter ormai è cresciuta ed è finalmente tornata grande.

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   
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