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Un Ct che veste da damerino e "Uragano" Kane: ecco le armi dell'Inghilterra. Ma c'è un punto debole

Southgate è diventato Ct per caso ma ha riportato in finale i Tre Leoni dopo 55 anni. Harry Kane è un centravanti moderno. Non convince il portiere Pickford

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   
Gareth Southgate (foto Ansa)
Gareth Southgate (foto Ansa)

Il caso è uno strano affare della vita. Il fatto è che molte volte la cambia, a te e agli altri. Gareth Southgate, l’uomo che ha riportato in finale l‘Inghilterra dopo 55 anni da quella storica con la Germania del 1966, è un ct per caso. Ma è uno che il suo destino l’ha sempre afferrato con tutt’e due le mani. Lo chiamarono all’improvviso dalla under, nell’ottobre del 2016, perché il tecnico della nazionale Sam Allardyce era appena stato abbattuto da un’inchiesta del Daily Telegraph e c’era solo lui che poteva farlo pro tempore aspettando il sostituto vero. Southgate fece 4 partite, due pareggi e due vittorie, e allora il 30 novembre gli fecero firmare il contratto. Lui è un soldato inglese: non alza mai la voce, ma sa comandare. Non beve il the e veste come un damerino della City, sempre giacca e cravatta anche se ci sono 40 gradi.

Da ragazzo giocava a rugby ed era una promessa dell’atletica, solo che la sua passione era il calcio e finì a giocare nelle giovanili del Crystal Palace. Uno degli allenatori dell’accademia, Alan Smith, un giorno lo chiamò in disparte: «Gareth, tu sei troppo brillante per fare il calciatore. Penso che dovresti fare una scelta diversa per il tuo avvenire. E poi sei troppo educato, questo non è il tuo ambiente». Suo nonno materno era un ex militare della Marina Reale e lui lo adorava, aveva imparato tutto da quel vecchio che gli aveva insegnato le buone maniere e che bisogna sempre alzarsi quando entra una donna. Uno così come poteva fare il difensore?

Gareth Southgate invece è stato un buon difensore: 57 volte in nazionale. E ora è un ottimo ct, molto elegante, sempre pacato, in grado di parlare non soltanto di calcio. E’ uno che dice sempre la cosa giusta e che durante la pandemia si è tagliato lo stipendio del 30 per cento. Da noi piuttosto è meglio che fallisca il club che tagliarsi lo stipendio. Nello staff ha voluto una psicologa, Pippa Granger, solo che non l’ha presa per i calciatori, ma per sé, perché gli insegnasse come si fa a convincere i suoi uomini, a entrargli nella testa. Per loro, per i calciatori, ha chiamato i marines: dovevano spiegare come si fa a vincere la paura, e a dominarla. I risultati si sono visti. L’Inghilterra è la squadra più solida del torneo, un solo gol subito e su punizione, e non ha più paura di nessuno, ha costretto la Germania ad arrancare in difesa e appena è andata sotto con la Danimarca, ha giocato i suoi dieci minuti migliori fino a quando non ha raggiunto il pareggio.

Il faro della squadra è Harry Kane, uno che se l’avessimo noi non ci sarebbe più storia, un grande centravanti che sa adattarsi come nessuno alle varie fasi di gioco, capace di essere prima punta implacabile e trequartista. Da quando ha avuto Mourinho al Tottenham ha cambiato modo di giocare, torna indietro, fa da sponda, gioca spalle alla porta e cerca i tagli. Il pareggio con la Danimarca lo inventa lui con un filtrante in area per Saka. Per capirci, i suoi movimenti assomigliano a quelli di Dani Olmo nel primo tempo, con la differenza però che gli inglesi non sono in grado di fare il possesso palla degli spagnoli. Secondo le statistiche hanno un possesso palla molto simile a quello degli azzurri, attestato sul 54 per cento di media. Qualche volta fanno pure ripartire l’azione da dietro, come fa l’Italia, e come ha insegnato Guardiola, ma su questo Southgate è stato chiaro: «Niente calcio snob», è il suo comandamento. Via con i lanci lunghi, stile vecchia Inghilterra. Gareth, da buon difensore, è uno molto concreto: «Sarebbe fantastico costruire dal basso, ma non possiamo lavorarci come in un club, io non ho 38 partite per allenare la squadra a farlo. Meglio cercare un centravanti e giocare da lì in poi».

La nazionale alla resa dei conti ha molto del suo ct, descritto dai suoi amici, come «un ragazzo normale, ma che tiene sempre i piedi per terra e non si fa tanti voli con la testa». Ha due centrali belli tosti, uno, Stones, più bravo a impostare, l’altro, Harry Maguire, fortissimo di testa e non solo, perché salta sempre con i gomiti larghi e cercando l’appoggio, ti può fare molto male e se ti lamenti ti minaccia pure. Con Immobile ci sarà da ridere, dopo la pantomima che fece con il Belgio. Qui rischia di prenderle davvero e visto l’occhio di riguardo che Ceferin e l’Uefa, e quindi gli arbitri, hanno avuto in questo torneo per l’Inghilterra, gli conviene stare zitto e buono. Il portiere, Pickford, a noi è parso l’anello più debole, ma il vero problema è quello di riuscire a sporcargli i guanti. E comunque uno debole come Unai Simon è quasi impossibile ritrovarlo. Davanti alla difesa, Rice e Philips sono una diga formidabile, però non troppo creativa. Qui in ogni caso il livello comincia già a salire. Philips è uno da tenere d’occhio, è un motorino instancabile, da inserimento, corsa, lotta e aggressione.

Contro la Danimarca, Southgate ha schierato il 4-2-3-1, che prevedeva Sterling, Mount e Saka dietro Kane, solo che in realtà il giocatore più offensivo era Sterling, l’uomo più in forma dell’Inghilterra, attaccante velocissimo dai movimenti incisivi e pericolosi, e pure cascatore temibile, come ha dimostrato in quella semifinale. In avanti, Southgate ha solo l’imbarazzo della scelta, perché tra Mason Mount, giocatore di potenza, eccellente tra le linee e nelle ripartenze, la classe di Foden e la velocità sgusciante di Saka, senza dimenticare Jadon Sancho, Jack Grealish e pure il talentuoso Jude Bellingham, classe 2003, dovunque pesca, pesca bene. Questo è l’europeo del rinnovamento, di una nuova generazione di campioni che si affaccia sullo scenario del calcio, dove proprio Inghilterra e Spagna sembrano prenotarsi un futuro di rilievo. Anche noi siamo nuovi, diversi da sempre. La Spagna l’abbiamo già battuta. Ora vediamo con l’Inghilterra. Il nostro fuoriclasse sta in panchina. E sarà un caso, ma Roberto Mancini ha molti punti in comune con Southgate, così pacato anche lui, così english, con i piedi per terra, uno che sa sempre le cose giuste da fare. E il caso è proprio uno strano affare della vita: in cima al suo destino, Gareth ha trovato uno come lui.

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   

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