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Alla scoperta del Belgio: chi sono e come giocano i diavoli rossi. Lukaku la stella ma l’ago della bilancia è un altro

La vera forza della squadra, nella filosofia del suo mister, è la colonna vertebrale di un centrocampo dove nessuno butta via la palla, una spina dorsale formata da giocatori fisici, atletici, possenti, ma dotati anche di buona tecnica

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   
Lukaku (Foto Ansa)
Lukaku (Foto Ansa)

Li chiamano Diavoli Rossi, ci sarà un motivo. Però la verità è che sono ancora tutti da scoprire. Tanto per cominciare, esistono due nazionali del Belgio. Una con Kevin De Bruyne. E l’altra senza. Perché De Bruyne è una macchina di assist per Lukaku, e nessuno come lui riesce a vedere la luce giusta per far ripartire l’azione in maniera pericolosa. Hazard è un’altra cosa, ha grande tecnica, ma viene da due anni in chiaroscuro al Real Madrid, con molte più ombre che bagliori, e non è parso fino adesso in grande spolvero.

L'ago della bilancia

E’ De Bruyne l’ago della bilancia. E’ vero, il Belgio ha già fatto a meno di questi due talenti durante l’Europeo, contro la Russia, a San Pietroburgo, e se l’è cavata senza patimenti con il risultato più rotondo del suo cammino, tre a zero e tutti a casa. Ma Mertens e Carrasco che li hanno sostituiti sono più punte e cambiano proprio la fisionomia della squadra e il suo schieramento, che passa da un 3-4-2-1 a un 3-4-3, senza più il suo quadrilatero a centrocampo sostenuto in basso da Tielemans e Witsel. Al di là del modulo è un’altra squadra. Quello che non cambia è la mentalità offensiva, determinata dalla grande qualità tecnica dei propri interpreti, una qualità che si allunga anche verso la panchina, dove si può pescare tranquillamente senza mai abbassarla troppo.

Terzo posto al mondiale 2018

E’ una generazione d’oro che ha abbracciato il Belgio all’improvviso portandolo nell’olimpo del pallone. Solo che tanto talento tutto assieme è rimasto il più delle volte abbastanza irrisolto, quasi fine a se stesso, perché non c’è un trofeo in più in bacheca, non c’è una coppa, niente. Onori e complimenti, un terzo posto al mondiale 2018, e il primo addirittura nella classifica del ranking Fifa, per quel che vale. E’ per questo che il Belgio s’è fatto la fama del Bello che sbaglia sempre gli appuntamenti che contano. Se è così davvero lo vedremo adesso. Perché questa nazionale di gioventù talentuosa ormai è cresciuta e ha messo i pantaloni lunghi. Da quando Roberto Martinez, tecnico spagnolo allevato in Inghilterra, ne ha preso le redini cinque anni fa, è diventata molto meno sbarazzina.

Il centrocampo

La vera forza della squadra, nella filosofia del suo mister, è la colonna vertebrale di un centrocampo dove nessuno butta via la palla, una spina dorsale formata da giocatori fisici, atletici, possenti, molto english appunto, ma dotati anche di buona tecnica, in grado di garantire ordine, sicurezza e giocate di qualità. Le stelle dei Diavoli Rossi sono De Bruyne, Lukaku, Hazard, anche Mertens e Carrasco, persino Courtois, il portiere. Ma il giocatore fondamentale è Alex Witsel, e non a caso Martinez ha fatto di tutto per aspettarlo dopo la rottura del tendine di Achille, per la sua capacità di proteggere la difesa e coprire le spalle alle avanzate di De Bruyne. Come Lodetti per Rivera e Bonini per Platini, è un elemento indispensabile, ma con più classe dei due polmoni di Milan e Juventus. La sua presenza è determinante per l’equilibrio tattico che Martinez esige in questa squadra piena di talenti offensivi. E proprio per rinforzare la mediana e fare diga a centrocampo, il tecnico spagnolo gli ha messo al fianco Tielemans, che però è più portato al gioco verticale e quindi mal si concilierebbe, da solo, con De Bruyne.

Il tallone d'Achille

Da quando è apparsa sul proscenio questa generazione di stelle, la fragilità difensiva è sempre stata il tallone d’Achille del Belgio. Ma adesso le cose sembrano cambiate, almeno stando ai numeri, che non mentono quasi mai, tanto per citare un vecchio adagio. I Diavoli Rossi hanno passato il girone di qualificazione agli europei in carrozza, dieci vittorie su dieci partite, con 40 gol fatti e appena tre subiti. Da quando è cominciato il torneo hanno mantenuto lo stesso trend, quattro vittorie su quattro, otto gol fatti e uno preso, da quella Danimarca che potrebbe diventare la sorpresa di questo campionato. In difesa giocano con tre centrali possenti, Alderweireld, Vertonghen e Boyata, stile Old England, non proprio a loro agio nel coprire il campo alle spalle. È un reparto non velocissimo, ma estremamente solido ed esperto, contro il quale si può andare a cozzare inutilmente se si vuole giocare con i traversoni in area. Ma che invece potrebbe essere messo in difficoltà con triangolazioni veloci e dribbling.

Lukaku

Davanti poi c’è Romelu Lukaku, che era già forte di suo, ma che la cura Conte ha trasformato in un carro armato. Lukaku, oltre a essere bravissimo a far spallate, difendere il pallone e far salire la squadra, ha anche un’ottima media gol. Con i lanci e i filtranti di De Bruyne va a nozze. Ma se De Bruyne non c’è, allora lo cercheranno dalle fasce. Nel suo sistema di gioco, Martinez vede un esterno più offensivo (Thorgan Hazard) e uno più conservativo a destra (Meunier), dove però, se non ci saà KDB, dovrebbe spingere Carrasco. In un certo senso, il Belgio è la squadra che per certi versi più assomiglia all’Italia. I Diavoli Rossi hanno senz’altro più classe e davanti noi non abbiamo nessuno che possa essere paragonato a Lukaku.

Il contropiede

Rispetto agli azzurri però il gioco è diverso, e la loro arma più letale è il contropiede. Martinez ha cercato di trasformare la Bella Incompiuta in una realtà concreta, che sa anche badare al sodo. In fase difensiva, è una squadra corta e aggressiva, soprattutto con le due linee più vicine alla palla. Non sarà tanto facile fargli gol. I tempi in cui si riversava in avanti a fare spettacolo e prendeva tre gol dal Galles sono finiti. Vengono d 14 vittorie consecutive, un bel filotto. Ci tocca solo aspettare per vedere contro quale Belgio giocheremo. Quello con De Bruyne o quello senza. E non è una differenza da poco.

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   
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