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E' ancora la regina del tiki taka, ma è la Spagna meno spagnola di sempre

Luis Enrique dice che a questo Europeo non ha visto nessuna squadra più forte della sua. Anche i forti, però, possono avere i loro problemi

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   
Luis Enrique (Foto Ansa)
Luis Enrique (Foto Ansa)

Luis Enrique dice che a questo Europeo non ha visto nessuna squadra più forte della sua Spagna. Ammesso che sia vero, anche i forti, però, possono avere i loro problemi. E la Spagna ne ha di sicuro più di uno. Se volessimo analizzare solo i risultati chiusi nei due tempi supplementari, vedremmo che la Roja ha fatto ben quattro pareggi su cinque gare disputate, che non è proprio un indicatore di strapotere. Ha all’attivo due manite, è vero, contro la Slovacchia e la Croazia, ma nell’ultimo caso per completare quella bisaccia di gol ha dovuto metterci centoventi minuti, dopo essersi fatta rimontare dal tre a uno. Ha segnato dodici reti, una in più dell’Italia, ma tre di queste sono autogol, compresa quella contro la Svizzera. Ne ha prese cinque, però (noi appena due). Domina le partite, solo che qualche volta il suo insistito possesso palla e la sua gran mole di gioco finiscono per inaridirsi in una melassa improduttiva. Così, se ha una media enorme di passaggi riusciti, che sfiora il 90 per cento, non riesce a portare a termine neanche un cross su tre. Oltre ai 12 segnati, ha creato altre dieci grandi occasioni da gol, ha preso tre pali e ha concluso 39 tiri in porta. Il portiere ha fatto soltanto sei parate in cinque partite, mentre a Donnarumma per farne sei gli sono bastate le prime due dell’Europeo, contro Galles e Svizzera. Corrono tantissimo: 623 km percorsi. E commettono pochi falli, 54.

Cosa dicono i numeri

Cosa ci dicono tutti questi numeri? Che è una squadra molto difficile da battere, perché è abituata a tenere in mano la partita. Come l’Italia, però, costruisce molto più di quel che realizza. Noi abbiamo Immobile, che ci pensa lui. Loro Alvaro Morata e Gerard Moreno, l’attaccante del Villareal che ha fatto di tutto per conquistarsi la palma del peggiore contro la Svizzera, al punto che alla fine Luis Enrique non è più riuscito a trattenersi: «Se gli errori commessi oggi da Gerard Moreno li fa Morata, lo impalano». Ci mancherebbe solo questo. Il numero 9 della Juve ha già subito di tutto, persino minacce di morte a lui e alla sua famiglia. Se lo insultano deve tirare un sospiro di sollievo, perché gli va persino bene. Il fatto è che questo è un Europeo molto strano per la Spagna, con questo scollamento fra tifosi e squadra che aleggia sulla Roja con tutto il suo peso, premonitore quasi di tristi presagi. Gli uomini di Luis Enrique potrebbero fare come gli azzurri dell’82 e del 2006, chiudersi nella torre e fare gruppo. Ma qui sembra esserci qualcosa di diverso, come se mancasse un’identità interiore, la sua spina dorsale. E’ la Spagna di sempre, forte e aggressiva, meno spagnola che sia mai esistita. I suoi giocatori vengono quasi tutti dai campionati stranieri, alcuni di loro non hanno neanche mai militato nella Liga. Sono come dei mercenari. Li puoi accettare nella tua squadra del cuore, ma nella nazionale no. Come se non bastasse, nella rosa non c’è neanche un calciatore del Real Madrid, il club più blasonato del mondo, e non so se è mai capitato qualcosa di simile nella storia della Spagna. Luis Enrique, una gloriosa carriera nel Barcellona, ha convocato invece tre blaugrana, che non sono neppure tanti se si pensa che fino a qualche tempo erano loro l’ossatura della nazionale: Jordi Alba, il giovane Pedri e Sergio Busquets. Dell’Atletico Madrid, fresco vincitore del campionato, ci sono Koke e Marcos Llorente, del Villareal Pau Torres e Gerard Moreno. Completano la delegazione della Liga Unail Simon (Atletico Bilbao), José Gaya (Valencia) e Oyarzabal (Real Sociedad).

I nomi

Gli altri sono tutti i miliardari spagnoli del pallone che hanno trovato fortuna all’estero. Il caso più emblematico è quello di Dani Olmo, che non ha mai giocato in Spagna: ha fatto tutta la trafila delle giovanili con la Dinamo Zagabria, e adesso milita nel Lipsia. Ma non è che Fabian Ruiz, del Napoli, sia molto più conosciuto dai tifosi della Roja. Pablo Sarabia gioca nella all stars del Paris St. Germain e il bersaglio preferito dai leoni di tastiera iberici, Alvaro Morata, nella Juve. Poi sono addirittura dieci quelli che vengono dalla Premier League, in pratica il principale riferimento della Seleccion. Ci sono David De Gea dello United e Robert Sanchez del Brigthon. Diego Llorente è con il loco Bielsa nel Leeds, Cesar Azpilicueta nel Chelsea, Thiago Alcantara nel Liverpool. Ma il Manchester City da solo ne ha dati quattro, più del Barcellona e dell’Atletico di Simeone. E’ la squadra di Guardiola, la squadra dello sceicco e delle brume inglesi, lo zoccolo duro, l’ossatura della nazionale, con i suoi due ragazzini Aymeric Laporte ed Eric Garcia (appena approdato al Barcellona), oltre a Rodi e Ferran Torres. La cosa è ancora più strana se si pensa che Laporte è un francese naturalizzato spagnolo in fretta e furia e che in realtà i due giovanotti alla corte di Pep hanno giocato abbastanza poco (Laporte) o quasi niente (Garcia). Nella Spagna, i due centrali titolari sarebbero Pau Torres e Laporte, che però sono entrambi mancini: le prime due partite dell’Europeo hanno convinto Luis Enrique a sostituire Pau Torres con Garcia, per ricredersi di nuovo dopo i tre gol beccati dalla Croazia e rimettere dentro il difensore del Villareal. Cambiano i fattori ma la sostanza forse no, perché la difesa non è parsa esente da colpe nel gol della Svizzera.

Il più forte? Lo deciderà Wembley

Con tutti i suoi problemi, la Spagna è davvero la più forte, come dice Luis Enrique? Ha in squadra elementi di ottimo livello, è abituata a giocare lontano dalla sua porta, e se è in giornata può fare sfracelli. In un certo senso, Luis Enrique ha ragione perché fra quelle che ha incontrato la Spagna è la più forte. Ma deve ancora vedere l’Italia. Di sicuro, noi siamo più belli. il più forte lo deciderà Wembley.

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   
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