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La disfatta del nostro calcio: le nazionali, la serie A, l'estate dei poveri. E Gravina

Giochiamo un calcio antico, con poca intensità e poco coraggio anche visionario, che non può reggere la sfida con la Premier o quelle della Playstation

Pierangelo Sapegnodi P. Sapegno   
La disfatta del nostro calcio: le nazionali, la serie A, l'estate dei poveri. E Gravina

L’ultima figuraccia, quella dell’Under 21, è forse la peggiore, perché riassume in sé tutti i guai e tutti i limiti del nostro calcio: l’arretratezza, la miopia, l’atavica abitudine alla lagna, con l’insensata ricerca fuori da noi di un colpevole qualsiasi della nostra sconfitta prima ancora di giocarcela, che sia un biscotto, o l’arbitro venduto, o qualsivoglia fregnaccia da quaquaraqua (specie diffusa soprattutto nei nostri ranghi); la pochezza acclarata e vergognosa di una dirigenza shampista e la miserevole noia nella quale ci beiamo. La nazionale di Nicolato era probabilmente fra le più forti del torneo, con titolari prestati da Mancini, affermati metronomi inseguiti a peso d’oro dalla Premier, giovanotti in rampa di lancio destinati a carriere milionarie. Sì, c’è il solito problema dell’attacco, però quello c’è per forza, perché se cresciamo solo squadre fisiche che sanno difendere, senza coltivare la tecnica nei ragazzini, è ovvio che quella gente lì, che salta l’uomo e la butta dentro, dovremo andarla a cercare in Georgia magari, ma non nei nostri vivai. E comunque, quando sei forte e hai un’idea di gioco possono segnare tutti gli altri. Ma noi siamo andati lì a fare il solito calcio sparagnino della serie A, il 5-3-2 di rancido artificio, senza sprazzi e sprizzi, un delitto concettuale che una federazione seria dovrebbe impedire nelle nazionali giovanili.

Così siamo andati fuori, urlando al biscotto che non c’è stato e piangendo la mancanza del Var, voluta dall’Uefa e quindi anche da Gravina, uno che colleziona disfatte come le pietre infilate nella collana di uno stregone. Eliminati, e quindi fuori anche dalle Olimpiadi, per la quarta volta di seguito. E’ un disastro sportivo di cui il presidente della Figc può menare meritevole vanto, avendolo abbinato alla seconda esclusione di fila dai mondiali. In compenso, lui è diventato vicepresidente dell’Uefa. Complimenti. Ma Gabriele Gravina è uomo dalle mille sorprese. Tifoso interista, preso di mira da famosi pasdaran nerazzurri come Ziliani e Pistocchi, e giovane atleta di belle speranze, primatista e campione italiano juniores della 4x100, ha preferito all’agonismo la carriera. Scelta azzeccata visti i risultati. Per lui, naturalmente. Per noi, chissà. Ha scalato il Coni, allegra conventicola di amici degli amici e tifosi, che forse preferiscono i social al lavoro, manifestando sempre però un elevato concetto dello sport, e poi è finalmente approdato alla Figc. Sventura vuole che il punto più basso del nostro calcio sia arrivato con lui alla guida, infausta coincidenza. Non sempre le cose vanno come al Castel di Sangro, la squadra dei miracoli di cui Gravina era presidente, salita prodigiosamente in serie B. Oddio, qualche ombra anche lì c’è stata, ma il Tribunale ha dissipato ogni dubbio e noi crediamo alla Giustizia, basta che non sia quella sportiva o del Coni, che facciamo veramente fatica a interpretare. Ma questo è solo una piccola parte del problema.

Quella più grossa riguarda la fine che certa gente rischia di far fare al nostro calcio. Che non è solo sbattuto fuori da tutte le manifestazioni che contano. Al grido del «nostro calcio è tornato», sbandierato da Gravina e portasfiga al seguito, dopo aver inanellato solo una serie di sconfitte, adesso ci troviamo di fronte al baratro dei diritti tv, perché qualcuno ha fatto di tutto per affossarlo. Per il rinnovo del contratto, la Federazione chiedeva un minimo di un miliardo virgola cinque, e l’offerta massima ricevuta era inferiore persino ai 600mila euro. Ma il nostro calcio, come ha sottolineato l’inconsapevole Gravina, vive «all’80 per cento con i ricavi dei diritti tv». E allora come potrà campare? Questo disastro comunque non nasce all’improvviso. Viene da anni e anni di cattiva governance, totale incapacità di fare investimenti intelligenti da parte dei presidenti, scelte condizionate dalla politica e cecità assoluta di fronte alla realtà, nessuna visione per intravedere una via d’uscita. Il peccato orginale sta nel nostro campionato che ha sempre meno appeal. Le ragioni sono più di una: le condizioni di penosa immagine che offrono i nostri stadi, il tifo becero che li riempie, una degradante cultura sportiva che vive solo di polemiche arbitrali, l’astratta dimensione che governa le leggi dello sport e l’intemporale crescita di una povertà rampicante che come l’edera succhia la pianta a cui si aggrappa. E, dentro a questa cornice, la noia offerta dalle partite. Giochiamo un calcio antico, con poca intensità e poco coraggio anche visionario, che non può reggere la sfida con la Premier o quelle della Playstation. Non basta lo splendido Napoli di Spalletti a cambiare l’immagine della serie A, perchè era solo contro tutti, forse anche contro il suo stesso padrone, uno bravo e geniale come De Laurentiis (l’unico presidente con una visione moderna e suggestiva del futuro: io affiderei a lui la Figc), che però poi ha scelto per sostituirlo un ritorno al passato, nella figura assai più prudente di Garcia.

Non è solo un modo di dire. Andiamo a sfogliare i numeri della tv. Calcio e Finanza ci ha spiegato che la Juventus è la squadra nettamente più seguita. Grazie, lo sapevamo già. Però andiamo a vedere meglio: dal 2021 ha avuto un netto calo di spettatori, arrivando a perdere in certe partite persino il 38 per cento di utenti televisivi. Ma dal 2021 è tornato su quella panchina Allegri. E’ solo una coincidenza? O c’è una disaffezione che affonda la sua ragione nello scarso spettacolo mostrato dalla sua squadra? Chi scrive non è tifoso della Juve e non gliene può fregare di meno di Allegri, che anzi ritiene molto simpatico, non foss’altro perché è livornese. In ogni caso, qualunque sia la causa, dirigenti accorti farebbero bene a studiare questi numeri. E approfondirne anche altri. Sempre su Calcio e Finanza siamo andati a cercare lo sviluppo dell’audience tv da gennaio in poi, scoprendo che in media, dopo i meno 15 sanzionati ai bianconeri, gli spettatori sono passati dai sei milioni abbondanti, qualche volta quasi sette, ai 4, quasi 5, di aprile. Nella 29ma giornata la tv ha raccolto 4 milioni e 959mila spettatori: l’unica partita che ha superato il milione era Lazio Juventus, 1,3, e Verona Sassuolo ha avuto appena 38mila spettatori. Altro che «il nostro calcio è tornato». Stanno scappando via dal nostro calcio. Lasciare che una demenziale giustizia sportiva filodiretta compisse il suo lavoro prima di una trattativa sui diritti tv diciamo che non è stato proprio un gran biglietto di presentazione.

D’altro canto il pesce è marcio dalla testa, come si dice. E la trattiva sui diritti tv si basa su una legge sbagliata, datata 2008, la legge Melandri, dilettanti allo sbaraglio che hanno pensato solo a colpire le fondamenta su cui si regge un sistema. Perché dovremmo stupirci adesso che le televisioni vogliano pagare meno un prodotto che interessa sempre meno gente, che non ha una governance affidabile, che offre uno spettacolo noioso, fondato su società che continuano a farsi la guerra invece di far fronte comune per tentare di cambiare il corso delle cose? Avrebbero pure ragione loro, le tv. Se non fosse che a parte Bonan e Buffa (due autentici fuoriclasse) producono talk show e commenti da latte alle ginocchia capaci solo a rifare il verso alle insulse discussioni da bar, tra un whiskey e un gin tonic. L’unica vittima è il tifoso, anzi, lo sportivo, il vero innamorato del calcio. In Italia dobbiamo rassegnarci: le nazionali che perdono, niente Mondiali, niente Olimpiadi, e gli stranieri che vengono qui a far man bassa. E noi che dobbiamo pure dire grazie. Perché senza quei soldi chiuderemmo tutto, baracca e burattini.

Pierangelo Sapegnodi P. Sapegno   
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