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Almeno la finalina l'abbiamo vinta. Luci e ombre dell’Italia contro l'Olanda

Il nostro centrocampo s’è ridotto a far più legna che gioco, cambiando completamente il volto e l’immagine della squadra

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   
Olanda-Italia 2-3
Olanda-Italia 2-3 (Ansa)

Almeno la finalina l’abbiamo vinta. Adesso non esageriamo con i peana, visto che siamo freschi reduci dalla figuraccia esibita a cospetto della Spagna. Però sul campo di Enschede siamo un po’ tornati all’antico, qualche bella volata in contropiede e soprattutto la volontà di offendere appena possibile che era mancata nella sfida di mercoledì. Nonostante il risultato in discussione solo sul finale, tre a due, contro la difesa gruviera degli olandesi, non sono tutte rose e fiori le poche note sugli azzurri.

La fine di un'era

Finita l’era di Jorginho e Verratti, un pensionato e un fantasma che insegue rabbioso il suo passato, il nostro centrocampo s’è ridotto a far più legna che gioco, cambiando completamente il volto e l’immagine della squadra che aveva conquistato gli Europei a Wembley. Manca sempre un centravanti, Retegui meglio di Immobile, ma niente a che vedere con i bomber di un tempo, quando ai mondiali almeno ci andavamo. Ha chiuso Bonucci, Chiellini non c’è più, e l’unico giocatore di livello europeo che possiamo schierare è Barella, un po’ poco. Ci sarebbe anche Chiesa, che ha siglato il terzo gol in solitario contropiede, ma non è ancora quello di Londra, e dobbiamo aspettare. Il consuntivo è questo, non troppo allegro a dire il vero. Considerato da dove ripartiamo, dalla Macedonia e dai mondiali in tv, è meno peggio del previsto. Il problema è che ci tocca sempre ripartire.

Fine stagione

In terra d’Olanda, si è chiusa così una stagione un po’ strana per i nostri colori. A bilancio, più illusioni che speranze, nella inevitabile resa dei conti, più tremiti che tripudi. Siamo arrivati in finale quasi dappertutto, e siccome non ci capitava da una vita abbiamo aperto subito il libro dei sogni. Però è meglio tenere i piedi per terra. Le finali le abbiamo tutte perse non sempre per demerito nostro. In certe fasi della stagione abbiamo anche esportato calcio, facendo straparlare qualche addetto ai lavori di rinascita del movimento. La verità poi ce la racconta la nazionale, perché ci sarà un motivo se è da due edizioni che i mondiali li vediamo solo alla tv. Abbiamo vinto un Europeo, è vero, l’ultima festa di quel che rimaneva di una generazione di buoni difensori e qualche centrocampista, ma quel trionfo insperato lo dovemmo soprattutto alla magia del gioco che Mancini era riuscito a costruire. E’ la stessa magia che ci ha portato in queste finali, che con idee completamente diverse Inter e Napoli hanno messo in mostra nei palcoscenici della Champions e la Fiorentina in quelli della Conference. Questo è il punto: in finale ci sono arrivati i nostri tecnici, qualche volta compiendo persino un autentico miracolo superiore alle proprie forze, come nel caso di Mourinho con la Roma. Non è il nostro movimento che ha conquistato tutte queste finali. C’è una scuola di tecnici che si è aggiornata, e in questa fase di cambiamento gioca un ruolo determinante.

Nuove filosofie

Sono cambiati le filosofie di gioco e i metodi di allenamento, che ora devono privilegiare più l’intensità della resistenza, la forza abbinata alla corsa. Chi non l’ha capito ed è rimasto fermo al palo, come Allegri, si condanna da solo a figure barbine: da Monza a Empoli, passando per il Maccabi Haifa, chiunque può passeggiare sui suoi resti. Dall’altra parte c’è una scuola che sta crescendo. Abbiamo tanti tecnici bravi e bravissimi, Inzaghi, Spalletti, Mancini, Italiano, Conte, De Zerbi, Ancelotti. Purtroppo ci mancano i campioni in campo, perché i nostri vivai stentano a sfornarne. Ci manca il movimento, rappresentato da quel Gabriele Gravina, dall’Abruzzo a Nyon, da un paesino all’Europa, passato indenne dal Castel di Sangro e dalle voci - rimaste solo tali per carità - su una partita venduta all’eliminazione dei mondiali senza mai dimettersi, dall’Ingiustizia sportiva ai patteggiamenti, per sedersi per chissà quali meriti a noi assolutamente incomprensibili sullo scranno di vicepresidente dell’Uefa. Il nostro è il movimento di un paese che viene eliminato dalla Macedonia e dalla Svizzera.

Nuove sfide e diritti tv

Poi ci sono i diritti tv, l’introito più importante delle nostre società, che non riusciamo a piazzare neanche al ribasso. Per ora non li vuole nessuno. Neanche Amazon, ed è un po’ strano che l’azienda di Seattle sia interessata alla Juve, come suggeriscono gli spifferi che vengono da Torino, e non al nostro campionato. La serie A varrebbe meno della Juventus? Boh. Ma questo è lo stato delle cose con il nostro napoletano d’Abruzzo presidente della Figc che, beato lui, non smette mai di gongolare. Altro che rinascita. Non riusciamo nemmeno a far giocare i giovani. Nessuno ne parla ma il Lecce ha appena vinto il campionato Primavera con undici stranieri in campo. Sono questi i nostri vivai?

Il neo Furie Rosse

Alla fine non dobbiamo neanche stupirci troppo, se quando incontriamo la Spagna, le Furie Rosse ci incartano la palla, e noi ci mettiamo lì dietro a guardarli senza un’altra idea che non sia quella di buttarla via appena ci capita tra i piedi. Perché al di là del risultato il secondo tempo contro Morata e compagni è stato di una pochezza da vergognarsi, e non è un caso che il primo a lamentarsene sia stato proprio Mancini: «Abbiamo tradito la nostra idea». Almeno contro l’Olanda lo spirito e la voglia di giocare sono tornati quelli di un tempo. Il resto si vedrà. Ci vorrebbe qualche nome nuovo, in avanti soprattutto. Per ora, a guardare fra i giovani, è il centrocampo a dare qualche speranza, da Casadei a Fagioli. Ma chissà che non spunti fuori qualche altro sudamericano col nonno italiano. Mai dire mai.

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   
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