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Spalletti, buona la seconda. Ma l'Italia è ancora da rifare

Gli azzurri vincono due a uno contro l’Ucraina, riuscendo a buttare al vento almeno cinque altre occasioni per rimpinguare il risultato.

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   
Spalletti, buona la seconda. Ma l'Italia è ancora da rifare
Spalletti (Ansa)

Buona la seconda. Ma non montiamoci la testa. L’Italia di San Siro non è tanto diversa da quella di Skopje, è migliorata negli uomini, e s’è visto, - finalmente fuori Immobile e dentro Raspadori, Locatelli e Frattesi in mezzo al campo -, ma tutti i suoi difetti non sono spariti, la pochezza offensiva, l’incapacità di concretizzare tutta la mole di gioco creata, le ripetute amnesie difensive e i preoccupanti cali fisici che ne minano la corsa e la resistenza. L’Italia vince due a uno contro l’Ucraina, riuscendo a buttare al vento almeno cinque altre occasioni per rimpinguare il risultato. Il fatto è che anche con la Macedonia avevano sprecato molto più di quel che avevano rischiato.  

La classifica dell’Europeo resta appesa alla ipotetica vittoria che dovremo conquistare nel ritorno contro Sudakov e compagni, sempre ammesso che loro non riescano a battere l’Inghilterra, perché allora per noi le cose si metterebbero davvero male. Ma avremo il tempo per fare questi conti. Adesso cerchiamo di capire dove ci può portare il nuovo corso. Di una cosa siamo sicuri: Spalletti ha dato idee, gioco e velocità agli azzurri. Quelli che mancano però sono gli interpreti. Questo è il nostro vero limite.

Per la prova d’appello, il nuovo ct non ha cambiato schemi e idee, ma qualche uomo sì. Forse ha ragione Arrigo Sacchi che dovrebbe cambiarne molti di più, «perché ha preso una squadra che evidentemente non è all’altezza del compito. E’ necessario scegliere elementi affidabili per creare un collettivo come ha fatto a Napoli... deve puntare su uomini che siano disponibili e interpretino al meglio le sue idee». Però bisogna accontentarsi. C’è un ragazzo di belle speranze, Scalvini, al posto di Mancini. A centrocampo fuori un frangiflutti come Cristante, e dentro Locatelli, uno che ha qualche velleità di regia in più e che almeno con De Zerbi aveva funzionato bene, un timbro che resta sulla carta d’identità, prima di perdersi nel tritacarne allegriano della Juventus.

Quello che cambia più di tutto è l’attacco, com’era un po’ inevitabile dopo la magra figura di Skopje. Unico confermato di quel tridente è Zaccagni, che non è che avesse brillato più degli altri, anzi, ma a guardar la panchina questo passa il convento e dobbiamo far di necessità virtù. Poi Raspadori centravanti di movimento e Zaniolo a dar fantasia e confusione, visto che è bravo a far tutt’e due. Spalletti ha deciso di affrontar di petto l’equivoco Immobile, goleador di razza del nostro campionato, grande contropiedista dal piede ruvido del bomber poco avvezzo a triangolazioni e sponde raffinate, oltre che assolutamente inadatto a giocare spalle alla porta. Ma non è che così si risolve l’annoso problema della nostra miseria offensiva, purtroppo non è togliendo uno che non funziona senza aver nessuno con cui sostituirlo che si può pensare di guarire. Per sbloccare la partita con l’Ucraina c’è voluto il gol di un centrocampista, Frattesi, propiziato da un gentile omaggio di Sudakov, la stellina più attesa degli ospiti, scivolato malamente sul pallone. E il raddoppio è stato di nuovo dell’ex Sassuolo, panchinaro interista. Non è un caso. E’ una costante. Un problema serio. Azioni pericolose ne creiamo a bizzeffe. Solo che non concretizziamo.

Magari gli attaccanti, anche quando sono bravi, la buttano ale stelle, come ha fatto Raspadori due volte, o combinano orrori come Zaccagni, incapace persino di appoggiarla in rete di piatto (non ti chiedo di far centro, ma tirala almeno dentro....). E poi diciamo la verità: siamo scarsi, dobbiamo farcene una ragione, L’Italia degli Europei, la coraggiosa nazionale di Wembley, aveva quattro giocatori di forza e di personalità che adesso ce li sogniamo, Jorginho, Verratti, Bonucci e Chiellini. Alla loro altezza oggi è rimasto solo Barella. Il 2-1 dell’Ucraina è lo specchio della nostra pochezza persino ridicola, con Dovbyk e Yarmolenko che fanno quello che vogliono nell’area azzurra, tirano e ritirano, con Scalvini e Di Lorenzo che s’aggirano svampiti fino a quando Di Marco serve un pallone delizioso a porta vuota a Yarmolenko: toh, facci ‘sto gol. E poco prima era toccato a Locatelli lanciare verso Donnarumma un attaccante ucraino. Una nazionale così scarsa noi sinceramente facciamo fatica a ricordarla.

Se davanti c’è il vuoto assoluto, non c’è un fantasista e non abbiamo una punta moderna da poter schierare, in difesa abbiamo reso grandi dei centrali dimezzati che hanno bisogno di un mastino accanto (tanto da farci rimpiangere il vecchio, inossidabile Acerbi), un po’ come Bonucci con Chiellini, con la differenza che il Leo bianconero era un centrocampista schierato da libero per impostare il gioco da dietro. In mezzo al campo possiamo vantare un incursore come Frattesi, due guerrieri di lotta e di governo come Tonali e Barella, ma il fosforo non esiste, non sappiamo proprio cosa sia, dopo averne avuto in abbondanza con Verratti e Jorginho. Ci manca cioè uno dei fattori decisivi in una partita: la capacità di inventare qualcosa. E’ per questo che dobbiamo puntare tutto su Spalletti. Le idee ce le può mettere lui. Il gol. è un po’ più difficile.

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   
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