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La nuova Nazionale di Spalletti, il filosofo di Certaldo

Il Ct azzurro sa di non avere in gruppo quei quattro o cinque uomini dal grande carisma capaci di guidare un gruppo. Ha fatto due scelte fondamentali: recuperare Locatelli ed escludere Immobile

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   
Il Ct Luciano Spalletti (Ansa)
Il Ct Luciano Spalletti (Ansa)
Adesso che ce l’abbiamo fatta ad arrivare dove quasi non ci speravamo, e dove sicuramente non ci aveva creduto Mancini, adesso che abbiamo salvato la cadrega a Gravina e ai suoi lombi sacri e che a giugno andremo in tv anche noi agli Europei di football, l’Uomo di copertina è questo signore qui, con la pelata lucida e gli occhi buoni. Luciano Spalletti.
 
Dobbiamo dirgli grazie, scrive la Gazzetta. Ed è proprio vero. Deve essergli grato soprattutto il presidente della Figc che se no chissà come avrebbe potuto evitare le dimissioni questa volta. Ma anche noi che abbiamo ritrovato il piacere di divertirci. In tre mesi soltanto l’uomo di Certaldo è riuscito a costruire una squadra da una accozzaglia di personaggi in cerca d’autore, che cambiavano volto a ogni partita, senza sapere che ne sarebbe stato di loro. Ha cominciato sulla scia di Mancini perchè non poteva fare altrimenti e nel pareggio con la Macedonia s’era vista quella roba lì, abbozzi di idee e la paura di essere troppo scarsi. Dall’Ucraina in poi, dal 2-1 di San Siro, ci ha messo del suo, cominciando con due scelte fondamentali, il recupero di Locatelli, ormai dimenticato dal Mancio e comunque mai centrale nei suoi progetti, e l’esclusione di Immobile, che invece era quasi insostituibile in quella nazionale. Da allora è diventata la Nazionale di Spalletti.
 
Fino a questo cielo grigio di Leverkusen, dove per 60 minuti abbiamo cercato di vincere e negli altri trenta abbiamo lottato come ci ha insegnato la nostra storia, a difendere le nostre case e la nostra terra, con quello spirito lì. Ci ha dato una mano il destino perché su quell’impatto in area fra Cristante e Mudryk un altro arbitro avrebbe sicuramente concesso il rigore. Anche se noi andiamo controcorrente e il tuffo carpiato con giravolta dell’ucraino qualche sospetto lo fa venire, lo stesso che deve aver avuto Gil Manzano, che per tutta la partita non hai mai dato retta ai voli troppo plastici di Mudryk. Il contatto, oltre che involontario - che non vuol dire niente, lo sappiamo - è stato così lieve che probabilmente non c’era motivo di cadere.
 
In ogni caso, Spalletti ce l’ha fatta, uomo di panchina e di mondo, che non ha mai lasciato le sue radici. Dalla terrazza della sua casa si può vedere una quercia, non una qualunque, ma quella piantata dal padre in occasione della sua nascita, perché Luciano con quelle sue frasi a effetto che mescolano filosofia spiccia e proverbi, con quel modo che ha di cercar parole per fare saggezza popolare, non ha mai tradito se stesso e non ha mai lasciato indietro la sua storia. Ha occhi buoni, lo vedi quando guarda dalla panchina o suoi giocatori, come se li volesse accarezzare, uno sguardo da padre, non da padre padrone. Non urla quasi mai, solo quando Zaniolo cade e fa scena al posto di inseguire l’avversario e riprendersi il pallone.
 
E’ l’opposto di Allegri in tutto, dalle idee di gioco ai modi di fare. E’ un maestro, non solo di campo. Dopo la partita di San Siro, quando Frattesi contesta i fischi dello stadio contro Donnarumma («Mai vista una roba del genere in Nazionale, una cosa indegna»), lui lo bacchetta subito: «Noi abbiamo il dovere di comportarci come dei professionisti, non come bambini viziati. Si sta zitti». Una cosa la possiamo scrivere senza tema di smentita. Spalletti non avrebbe mai fatto come Mancini. Non sarebbe scappato in Arabia, a ricoprirsi di petrodollari, Chissà però che non ci sia andata bene così.
 
Non siamo sicuri che Mancini ce l’avrebbe fatta. Questa è una Nazionale nettamente più debole di quella che ha vinto l’Europeo, senza la diga in difesa, due leader come Bonucci e Chiellini, senza Verratti e lo straordinario Spinazzola di quell’estate, prima dell’infortunio, ormai entrambi spariti dai radar. Spalletti sa di non avere in gruppo quei quattro o cinque uomini dal grande carisma capaci di guidare un gruppo, di trasformare la tensione in una irresistibile volontà di vittoria. Ha due campioni soltanto, in grado di inventarsi finali diversi, Chiesa e Barella. Ma per un motivo o per l’altro, nessuno dei due è un leader. Però è riuscito a dare a entrambi la giusta consapevolezza.
 
Ha trovato il difensore del domani, Bongiorno, e viene solo da chiedersi perché ce ne siamo accorti solo adesso, visto che è da almeno due anni che il centrale del Torino gioca a questi livelli: è un ragazzo di bella testa e di carattere, che ha rifiutato un milionario trasferimento già chiuso e impacchettato, per restare a fare il capitano nella sua squadra del cuore, anche se lo paga molto meno, una cosa che un tempo qualche volta succedeva, ma che adesso è capitata solo grazie a lui. Accanto a Bongiorno, quello che ci starebbe meglio è senza dubbio Acerbi, vecchietto di scorza dura e buona volontà, non certo un grandissimo, ma uno affidabile. Però nel gioco così propositivo di Spalletti, gli servirà ovviamente di più Bastoni, che rende meglio dalla metà campo in su, proprio come il suo predecessore, Bonucci, stessa capacità di far gioco e stesse preoccupanti amnesie difensive. Per intenderci, nella mezz’ora finale della partita di ieri, a far muro dietro senza mai ripartire, meno male che non c’era. Sulle fasce abbiamo due inamovibili, Dimarco e Di Lorenzo, e dietro loro un altro vecchietto di grande affidabilità, Darmian.
 
Davanti ha risolto l’equivoco Immobile nell’unico modo possibile: lasciandolo a casa. L’attaccante della Lazio è un ottimo goleador, sicuramente il migliore che abbiamo, ma è un contropiedista che funziona a campo aperto e non gioca spalle alla porta. Il problema del centravanti però resta. Scamacca è uno che ai tempi d’oro, da Bonimba a Filippo Inzaghi, nessuno avrebbe mai nemmeno preso in considerazione per la nazionale. Molto meglio Raspadori, che ha piedi migliori, partecipa all’azione e svaria sulle fasce, anche se non è il bomber che cerchiamo, tipo l’Oshimen del Napoli di Spalletti. Da qui a giugno non ci saranno molti altri cambiamenti, perché all’orizzonte non brillano nuove stelle. Questi sono gli uomini, dopo aver recuperato Jorginho e cercando qualche sostituto affidabile, più Zaniolo e Politano di Berardi, che ormai a 30 anni è quello che è, un buon giocatore del Sassuolo, che in Nazionale non ha mai lasciato il segno. Però la verità è che a Spalletti non dobbiamo solo dirgli grazie. Dovremmo provare a crederci, come ha fatto lui, per portarci dove è giusto. Grazie si dice dopo. Crederci è più difficile.  
Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   
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