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Pirlo abbraccia tutti, Buffon in trionfo e Ronaldo distaccato: per la Juve è la Coppa Italia degli addii

Le urla di Bonucci, l’agitazione contiana dell'allenatore, che abbiamo mai visto strillare e sbracciarsi così, e la corsa gioiosa nella mischia alla fine della partita fanno capire quanto ci tenessero tutti a questa vittoria, l’ultima di una serie incredibile

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   
Pirlo abbraccia tutti, Buffon in trionfo e Ronaldo distaccato: per la Juve è la Coppa Italia degli addii

Andrea Pirlo così felice non l’avevamo visto dal 2006, sotto al cielo di Berlino. La Coppa del mondo è un’altra cosa, e anche il Mapei Stadium è un’altra cosa, con 4500 tifosi rimessi in piedi dai vaccini e mischiati in un angolo del deserto, che provano a fare un po’ di rumore, urla e cori. Pure il cielo è diverso, perché piove e tira un gran vento. Non brillano le stelle, ma c’è aria di emozione. Pirlo abbraccia tutti appassionatamente, Buffon lo portano in trionfo, e Andrea Agnelli pare persino nascondere le lacrime sotto la mascherina anticovid.

Per molti di loro sarà l’ultima volta che cantano insieme

C’è qualcosa di strano in questa festa accarezzata dalle folate che vengono, sotto queste nubi basse, qualcosa di melanconico, come se fosse il passo d’addio per molti e non solo per il portierone che ha riempito le pagine del calcio da 26 anni. Le urla di Bonucci, l’agitazione contiana di Pirlo, che abbiamo mai visto strillare e sbracciarsi così, e la corsa gioiosa nella mischia alla fine della partita fanno capire quanto ci tenessero tutti a questa vittoria, l’ultima di una serie incredibile, di un tempo che molti di loro hanno vissuto insieme, cominciato senza quasi aspettarlo, solo sognandolo, e ogni volta riuscendo ad andare oltre.

Fino alla fine, che incombe in queste frastaglie di nuvole, con questo vento che tira. Solo Ronaldo sorride quasi a disagio, ma lui è arrivato dopo a tutta questa gente, è stato un premio che s’è concesso a loro, e adesso ha appena vinto l’unico trofeo che gli mancava senza spremersi una goccia di sudore, e sembra una vecchia gloria che è tornata in campo per fare un piacere agli amici, un colpo di tacco e un passaggio al portiere avversario in tutta la partita. Sorride alla telecamera come da contratto e poi li guarda strani questi qui che si abbracciano forte come se partissero per una guerra, che urlano con tutto il fiato che hanno, che si stringono e ridono come se piangessero. Ma è una festa così, sotto a questo cielo grigio. Per molti di loro sarà l’ultima volta che cantano insieme.

Per 45 minuti dominio dell'Atalanta 

E’ stato tutto così strano. Anche la partita. Per 45 minuti è andata come tutti pensassero che andasse, come è andata tutto quest’anno, con l’Atalanta che dominava il campo e squassava gli argini con le sue folate, creando una occasione dietro l’altra, e la Juve che non capiva che cosa stesse succedendo, De Light che sbavava invano dietro quel bestione di Zapata che gli sgusciava via di prepotenza e gli altri che venivano da tutte la parti e non riuscivi mai a capire da dove tiravano in porta. Sei occasioni in tutto, compreso un rigore che c’era ma che era molto difficile da vedere.

Però è una partita strana. Dall’altra parte c’è solo uno che gioca come gli avversari e in effetti un tempo giocava con loro, uno solo che sembra un fuoriclasse in questa squadra piena di grandi nomi e di supercontratti che poi annaspano quando gli altri si mettono a correre per davvero: il ragazzino, Kulusesvki, che hanno massacrato per tutto l’anno, inventa un gol che salva la Juve, con l’unico tiro in porta del primo tempo. Vanno negli spogliatoi sull’uno a uno, perché di tutte le occasioni, l’Atalanta ne ha messa dentro soltanto una con Malinovskyi. Poi, dopo il riposo, la partita diventa improvvisamente un’altra e non si capisce bene che cosa succede.

La macchina infernale dei bergamaschi adesso non riesce a costruire più neanche una occasione da gol, come se sparisse dal campo la sua essenza, come se avessero invertito le maglie e questa non fosse la squadra di Gasperini, ma fosse la Juve, che invece comincia a pressare, a correre, fare triangolazioni veloci e verticali, e non quei fastidiosi passaggini senza senso con cui ha fatto divertire gli avversari e Arthur. Prende un palo con Chiesa, arriva altre volte davanti alla porta dei bergamaschi e poi segna, con Chiesa, imbeccato da un lucido passante di Kulusevski a chiudere un triangolo, che poi dirà quello che è successo: «Alla ripresa siamo entrati con tanta intensità, che è una loro caratteristica. Ma questa sera l’abbiamo avuta noi».

Vecchi amici che si salutano nel tempo che va

E’ proprio questo che è strano. La Juventus in tutto il secondo tempo non è stata la Juventus di quest’anno, ma una squadra di lotta e di tenacia, una squadra veloce che si è perfettamente identificata nei suoi uomini migliori, Kukusevski, Chiesa e il solito Cuadrado. Uno potrebbe anche trovare delle spiegazioni tecniche a tutto ciò: che Pirlo ha schierato l’unico centrocampo possibile, che non è granché, ma almeno non presenta Arthur, che è un ballerino di liscio in un raduno di heavy metal, e l’incomprensibile Ramsey, che dev’essere sceso a Torino pensando che lo pagassero solo per farlo divertire. Soprattutto l’ha aiutata la stanchezza dell’Atalanta.

E non è una impressione, ma una realtà indubitabile. Dopo aver corso come matti tutto l’anno, è logico che non ne abbiano più. Sarà contento il Milan, che li deve sfidare nel match decisivo per la Champions. Questa è comunque un’altra storia. Adesso piove e tira vento, come lacrime di un tempo che finisce. Hanno fatto un mucchio di feste, hanno vinto tanto, Pirlo e i suoi vecchi ragazzi, e non si sono mai stancati di farlo. E’ il tempo che li ferma, non sono loro. Forse è questo che c’è di strano. Che non è una festa. Sono vecchi amici che si salutano nel tempo che va.            

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   

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