Dal sogno Triplete allo scudetto più triste della storia: perché la Juve è arrivata cotta nel momento decisivo

Dal sogno Triplete allo scudetto più triste della storia: perché la Juve è arrivata cotta nel momento decisivo

L’'ultimo record della Juventus è quello di oggi, lo scudetto più triste di tutta la storia della serie A. Arrivato sull’'abbrivio dell'’ennesima eliminazione dalla Champions, ha finito per conservare degli strascichi che il campionato italiano, vinto ormai fischiettando con le mani in tasca, non basta a lenire. D’'altro canto, uno più uno meno, la Vecchia Signora ha sempre fatto incetta di record nelle nostre lande desolate. Otto scudetti di fila, mai nessuno se li era portati a casa in uno qualsiasi dei campionati che vanno per la maggiore (in Grecia forse l’'Olympiakos ne aveva infilati 8 di seguito, ma è un raffronto che dovrebbe solo far meditare sulla pochezza del nostro calcio), e non a caso questo titolo, forse il meno sudato della serie, l'’ha raggiunto dopo aver inanellato altri primati lungo il cammino: quello del maggior numero di punti nel girone d’andata, 53 (17 vittorie e due pareggi), superando se stessa (52 nel 2014) e quello dei 34 nelle prime dodici giornate (ne avevano fatti 32 la Roma nel 2013 e il Napoli nel 2017). Poi ci sono i vecchi record, il maggior numero di punti (102, con Antonio Conte), la miglior difesa e altri ancors, che abbiamo perso il conto. E la memoria.

La festa dopo la vittoria

Ma questo scudetto porta con sé, abbastanza indelebile, il segno di una delusione molto più forte. Dopo aver raggiunto due volte la finale di Champions negli ultimi anni, la sontuosa campagna acquisti della scorsa estate aveva davvero convinto quasi tutti, dai tecnici ai dirigenti, che questa potesse essere la volta buona. Ronaldo era stato preso per quello, e a Torino potevano anche sorridere quando leggevano qualche cronista un po’' dubbioso sui bilanci.

I conti si fanno alla fine: vinciamo la Champions, aumentiamo i fatturati e poi ne parliamo. Però, è vero: i conti si fanno alla fine. E la Champions non funziona così, come il campionato, dove alla lunga il più forte vince sempre, lasciando all’'impotenza e alla noiosa rabbia degli sconfitti le dispute sugli arbitri. Nella Champions è determinante il tempo, la fortuna, e soprattutto la forma. Agli appuntamenti decisivi devi arrivare nelle condizioni atletiche e psicofisiche assolutamente migliori. Tutto il resto conta relativamente, anche se ti sei comprato un Ronaldo nel motore.

La Juve è arrivata stanca, con un mucchio di giocatori acciaccati. Ha tradito il destino benevolo, che le aveva regalato l'’Ajax, e non il Barcellona, il Liverpool, o il City, che erano in realtà le squadre più temute alla vigilia. L’'ha sbagttuta fuori una squadra di monelli sfacciati che non vince niente in Olanda da tre anni. Ma sarebbe stata eliminata anche dal Tottenham, o da chi volete voi. Poi siccome siamo tutti dei soloni, noi stiamo a discettare su Allegri, sul gioco, sul 3-4-3 e minchiate varie. A me non piace il gioco di Allegri. E quando perde un difensivista posso pure non disperarmi troppo, diciamo. Ma non c’entra niente. La verità è che la sconfitta è interna alla Juve. Sono stati calcolati male i tempi: errore madornale in Champions. Così, dopo quella dell’'Ajax, è arrivata la bastosta della Borsa, e adesso qualche sogno di calciomercato comincia a svanire. Non resta che aggrapparsi all’Italia. Anche senza troppo entusiasmo.

In Italia può bastare Ronaldo, eccome, a una squadra che si permette pure di vantare nell'’organico due formazioni perfettamente intercambaibili per solidità e qualità. L’'ampiezza della rosa la divide nettamente dalle sue principali avversarie, un solco così grande che ci sembra difficile colmare a breve. Per questo non è affatto da escludere che all’'ottavo possa seguire il nono e poi chissà che altro. In Italia la Juve non è solo la più forte sul campo. E non è solo Ronaldo. Al giocatore più forte del mondo assieme a Messi, può sommare altri due elementi indispensabili. Il dirigente e il direttore sportivo più bravi che ci siano in giro. Andrea Agnelli ha ribaltato la squadra del post calciopoli e dei settimi posti, creando una struttura societaria che non ha rivali nel nostro Paese e che comincia a gareggiare con le potenze europee, anche per il fatturato, pur se molta strada resta da fare (nel merchandasing ad esempio l’'Inter è superiore: 120 milioni contro 90). Parartici è l’'uomo che ha scovato campioni e che non ha quasi mai sbagliato una campagna acquisti (a parte la prima: chi se li ricorda Martinez, Motta, Rinaudo?). Poi c’'è Allegri, che rientra nella logica della Juventus: l’'uomo giusto al posto giusto, perché se vuoi vincere un campionato è in assoluto il più bravo tecnico italiano.

Allegri è stato senza dubbio facilitato dalla rosa. Quasi ogni estate Paratici gli consegna giocatori di grande valore, come dimostra l'’ultima campagna acquisti, quando assieme a Ronaldo ha portato a Torino Cancelo ed Emre Can, due elementi rivelatisi fondamentali nel corso della stagione (uno soprattutto all’'inizio, l’'altro adesso). E anche in questo caso la differenza con le rivali comincia dalla scrivania. La Juve corre, gli altri no. Prima o poi arriverà l’'Inter dei cinesi, che ha mezzi e progetti, questo è sicuro. Ma in questo campionato i nerazzurri, col peso del fair play finanziario sulle spalle, sono rimasti intruppati nel gruppo. Rispetto all'’anno scorso, a otto giornate dalla fine, solo il Milan, prima della sfida con la Juve, aveva fatto un minuscolo passo in avanti con un punticino in più (prima di oggi 2), e questo dice molto del panorama in cui si stagliano i bianconeri.

Tutto il resto del fiacco gruppo delle cosiddette pretendenti non hanno potuto fare altro che piangere alla cassa: il Napoli ne ha persi addirittura 11, l'’Inter zero, la Roma 7 (ma ne ha recuperati 5 nelle ultime giornate), la Lazio 9. Se gli altri sono avanzati sempre più piano, la Juventus non ha nemmeno avuto bisogno di correre tanto di più: nonostante un Ronaldo in più nel motore, aveva raccolto a otto giornate dalla fine tre punti in più (che dopo la sconfitta con la Spal sono diventati zero). Prima della sfida con il Milan aveva collezionato 27 vittorie su 31 partite, e l’'unica sconfitta era arrivata a Genova, a batterie scariche dopo la grande rimonta contro l’'Atletico, che da sola vaveva quasi quanto il campionato intero per le ambizioni della società bianconera. La concorrenza si è squagliata. E questo è l’'altro dato di fatto inconfutabile di questo ottavo scudetto di fila.

La serie di vittorie è avvalorata da altri successi. In Borsa il titolo era salito fino a superare 1,70 sul listino. Dal 2011, il periodo più nero per il fatturato della Juventus, gli uomini di Andrea Agnelli e John Elkann hanno migliorsato i loro guadagni dell’'83 per cento. Nell'’ultima versione della Juventus reduce da calciopoli, Blanc e Cobolli Gigli, fatturava 156 milioni di ricavi con 95 milioni di perdite. Oggi il giro d’affari non è solo ormai stabilmente sopra i 400 milioni di euro. Viaggia già attorno ai 500. Il brutto per la Juve è che se in Italia gli altri vanno indietro, in Europa marciano ancora più veloci: tanto per capirci, il Barcellona ha una velocità di crociera del suo fatturato di più 88 per cento, e il Bayern Monaco più 118. E'’ vero che i bianconeri hanno un debito di gran lunga superiore ai 300 milioni che pesa tantissimo sul groppone, ma è altrettanto vero che esso è assolutamente sostenibile in ambito del fair play finanziario: la società piemontese sta fer sfondare il muro dei 500 milioni di fatturato e l’'Uefa permette alle squadre di potersi indebitare in un rapporto di uno a uno. Tutti questi numeri rappresentano la faccia sorridente della Juventus. Con l’'ottavo scudetto di fila in tasca è più che logico far festa. Però, dopo l’'Ajax e la delusione Champions il quadro generale comincia a mostrare delle crepe. E così è arrivato il primo scudetto senza gioia della storia d'’Italia, per i tifosi con la pancia piena e la società con le tasche vuote.