[Il ritratto] Strafottente, volontario, depresso. E con il titolo di studio falso. La vita da sogno di Buffon, il portiere più grande del mondo

Pallone d’oro sfiorato nel 2006, l’anno in cui rischiò di essere squalificato per un’inchiesta sulle scommesse e in cui vinse il mondiale. Lui è tutto questo: l’uomo di destra che adorava l’ex comunista Giorgio Napolitano, il ragazzo «spocchioso ai limiti dell’incoscienza» come si è definito lui stesso con una certa fierezza e l’uomo elegante che rivendica la Juve come uno stile di vita 

[Il ritratto] Strafottente, volontario, depresso. E con il titolo di studio falso. La vita da sogno di Buffon, il portiere più grande del mondo

Il portiere più grande del mondo, un guascone che non tradisce mai la sua anima, anche quando ogni tanto sembra diventato un saggio, ha appena salutato la sua Juve. Per lasciare il calcio ci deve ancora pensare. Forse farà il dirigente. Forse continua nel Real Madrid. Lo confessa, con la voce che trema, dicendo di essere «sereno e felice». Ma Gianluigi Buffon ha avuto la grande fortuna di poter restare quello che era quando tutto è cominciato, un bambino di 6 anni che giocava nella pineta con i suoi compagni e sapeva già che la sua vita sarebbe stata il calcio.

Non sapeva ancora se avrebbe fatto il portiere. Era un ruolo che gli piaceva, ma giocava a centrocampo. E la prima partita importante che fece, a 10 anni, a San Siro, selezione dei più bravi pulcini della Toscana contro quelli del Veneto, la giocò a San Siro da centrocampista, in uno stadio pieno per la partita dell’Inter. Diventò un portiere a 12 anni, guardando i mondiali di calcio alla tv e innamorandosi di Thomas ‘Nkono, il numero del Camerun, eliminato solo ai quarti dall’Inghilterra. Versò lacrime disperate.

Lo voleva il Milan. Scelse il Parma, «d’accordo con la famiglia, perché era più vicino a casa». Nel ‘97, a 17 anni e qualche mese, era già nella prima squadra. «Io pensavo che avrei giocato al massimo in serie C e mi andava già bene così». Invece, esordisce prima in Coppa Uefa e poi contro il Milan, 19 novembre del ‘95, zero a zero, parando anche le mosche, come raccontò nella sua cronaca Gianni Mura. 

Freddo e spavaldo. Perché questo è Buffon, uno che ancora adesso consiglia ai ragazzini che vogliono cominciare «di essere strafottenti», proprio come è stato lui, in quell’età di passaggio né carne né pesce, quando devi diventare un uomo e non sei più un bambino. Il giorno dell’esordio, nello stadio più importante d’Italia, non provò nessuna emozione: «Mi sembrava di aver sempre giocato in serie A. Non era una sensazione da spaccone. Era solo che mi sentivo al mio posto».

Ha vestito la maglia della Nazionale che non aveva ancora vent’anni. Strafottente e sbarazzino, al punto da combinarne di tutti i colori, mentre scalava tutti i gradini che lo portavano in vetta e cadeva negli sbagli più grossolani, perchè lui è sempre stato così, diviso in due, tra l’entusiasmo di un bambino e i difetti di un uomo, la classe del talento e la sregolatezza del genio.

Nel ‘96, a 18 anni, volendosi iscrivere a Giurisprudenza, non avendo il diploma di scuola superiore, perché era stato bocciato in terza e dopo aveva tentato inutilmente di frequentare un istituto privato, presentò in facoltà un diploma rilasciato da una scuola romana che risultò falso: spiegò di averlo comprato per un‘ingenuità e pregò di essere perdonato.

Dopo Parma Lazio esibì una maglietta con la scritta «Boia chi molla» in bella mostra presentandola anche con fierezza nella sfilata televisiva per le interviste. Venne multato di 5 milioni. Lui si difese dicendo di non saper nulla della storia di quella frase, diventata lo slogan dei missini nella rivolta di Reggio Calabria del 1970. Nel 2000-2001, proprio l’anno prima di passare alla Juve, scelse come numero di maglia l'88 che in epoca nazista era un modo abbreviato per dire Heil Hitler, essendo l’h l’ottava lettera dell’alfabeto. Anche questa volta giurò di non saperlo: «Per me voleva dire 4 palle».

Nei suoi alti e bassi, in questa lunga rincorsa alle stelle con il corpo di un uomo, le gambe le mani e la sua testa, è caduto anche in depressione, dopo pochi anni che era arrivato alla Juve, come ha confessato lui stesso: «Non ero soddisfatto della mia vita. Mi tremavano le gambe all’improvviso. Era come se la mia testa non fosse mia. Ricordo che mi dicevo: che cosa me ne frega di essere Buffon?». Passava da un’avventura all’altra, collezionava donne e soldi, senza sapere bene perché.

Dice di aver messo la testa a posto per Alena Seredova. E qui c’è l’altro Buffon, quello cattolicissimo che convince la modella cecoslovacca a seguire dei corsi di catechismo per essere battezzata e poterlo sposare in Chiesa. Il Buffon che comprava un titolo di studio falso è lo stesso che faceva il servizio civile in una comunità di tossicodipendenti e che passava l’estate in Africa per aiutare la popolazione locale a costruire un pozzo. Il miliardario devoto che porta all’anulare della mano destra un rosario da dito: «Devo farmi perdonare quello che dico in campo».      

Inutile chiedersi quale sia il vero Buffon. Lui è tutto questo, il guascone capace di trovare parole profonde nel condannare le ingiustizie e di confessare che se avesse visto dentro il famoso gol di Muntari non lo avrebbe mai ammesso con l’arbitro, l’uomo di destra che adorava l’ex comunista Giorgio Napolitano, il ragazzo «spocchioso ai limiti dell’incoscienza» come si è definito lui stesso con una certa fierezza e l’uomo elegante che rivendica la Juve come uno stile di vita.

Un portiere fenomeno: 639 partite in serie A e una su due senza gol, record di imbattibilità a 974 minuti, 176 presenze in nazionale e 86 volte da capitano, 24 trofei in 22 anni di carriera, e Pallone d’oro sfiorato nel 2006, l’anno in cui rischiò di essere squalificato per un’inchiesta sulle scommesse e in cui vinse il mondiale, l’anno di calciopoli e della serie B, quando smette di fare il gradasso e diventa un uomo.

Andrea Agnelli, il Pres come lo chiama lui, nel presentare il suo saluto l’ha descritto così: «E’ una persona altruistica, è carismatico, ambizioso, è timido, leale. E’ un amico». Genio e sregolatezza, grande portiere e uomo difficile, molto da scoprire. E’ appassionato di Borsa, che investe in immobili e in azioni, e scommettitore accanito: raccontano che ci abbia già perso due milioni di euro.

Antonio Conte dice che è unico, che potrebbe giocare fino a 50 anni. E non è detto che lui non voglia farlo. Viene da una famiglia di sportivi e ama lo sport come una religione: «Lo adoro perché è competizione. E io muoio senza competizione». Nel 2009 diceva: «Mi piacerebbe chiudere la carriera e dire: ho giocato 16 anni nella Juve. Avrebbe un senso». Ne ha fatti 17. Ha superato anche questa ambizione.

«Io sono Buffon e voglio essere sempre Buffon», ha detto a Piqué in un’intervista. E allora cosà potrà ancora fare per restare quel bambino di 6 anni che non la finiva più di giocare in pineta? «Quando smetterò mi porterò dietro la certezza che nulla è mai scontato e niente è impossibile nella vita. I sogni sono la cosa più bella del mondo se ci metti passione e voglia di soffrire. E se uno rinasce dopo una sconfitta, ci sono squarci di vita e di sole ancora più belli».