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Peccato, è finita male: ha sbagliato è vero. Ma Allegri ha fatto la storia della Juve e la società in questi due anni lo ha lasciato solo

Pensiamo anche che a volte uno sbaglia perché non ce la fa più. E allora ci dispiace che sia finita così. Gli errori si pagano e pagherà, non sappiamo come, ma pagherà.

  

E’ un peccato che sia finita così. Perché Massimiliano Allegri non è quel toscanaccio impazzito che lui ha fatto vedere al mondo nella notte romana di fuochi e strepiti e che adesso tutti noi abbiamo voluto raccontare. Si può avere idee diverse sulle sue concezioni di gioco, forse davvero un po’ antiquate, e molti le hanno avute, anche accese. Ma il livornese di scoglio, innamorato della vita. è un’altra cosa da quel furore, esploso all’improvviso, come un tappo che salta nella bottiglia di champagne. Lo dice la sua storia. E lo dice il suo curriculum.

Dopo il famoso gol di Muntari e quello scandaloso errore contro il suo Milan, non aveva sbattuto per terra nessuna giacca e non aveva insultato nessuno, ma aveva detto solo questo, col sorriso fra le labbra: «Si vede che la linea di porta era troppo grossa... Diciamo che è un episodio simpatico, e che la mia squadra ha fatto una grande partita. E diciamo pure che a volte a star zitti sarebbe meglio. Io comunque mi diverto, sono toscano e le battute mi piacciono».

A Roma invece ha dato in escandescenze, insulti e spogliarello, niente chiacchiere e distintivo, nessuna battuta divertente. Ma nel Milan lui sapeva di avere una società dietro, e che poteva occuparsi solo di campo e basta. Con la Juve non è più così da due anni, in una società completamente inesistente che non è mai riuscita a difendere la squadra nelle sedi istituzionali, e all’ennesimo arbitraggio controverso, segnato invero da una serie di errori abbastanza madornali, gli è partita la brocca, perché quella partita non era solo l’unica vittoria che gli restava. Era la sua rivincita personale, il suo grido d’orgoglio, la bandiera da sventolare sulla collina quando tutto sembrava perduto. Ha sbagliato? Certo che sì. E nessuno può negarlo.

E ha sbagliato di più ancora dopo, quando ha cacciato i dirigenti juventini dalla festa, perché quella era la festa solo loro, dei soldati che hanno resistito sulla collina senza cedere di un passo attorno alla loro bandiera. E poi quando ha spaccato a calci le luci dei fotografi e ha aggredito il direttore di Tuttosport, Guido Vaciago, «so dove trovarti, vengo e ti strappo le orecchie». Ormai non era più lui, va bene.

Ma sono stati tre anni difficili, pieni di spari nel buio e di ferite, sempre e soltanto a perdere, lui da solo nel fortino, convinto per di più di essere stato delegittimato da Giuntoli, il ds con cui non ha mai legato sin dall’inizio, come dimostrato dal fatto che il direttore non aveva mai potuto sedersi accanto a lui, come era solito fare in tutta la sua carriera. Nella guerra tra società e allenatore, lui di sicuro ne è rimasto stritolato psicologicamente.

Al netto di tutti gli errori, anche pesanti che ha commesso, dalla campagna acquisti demenziale in coppia con Cherubini e Arrivabene, soldi buttati dalla finestra per Pogba, Di Maria e l’acciaccato Paredes, alla disastrosa champions dell’anno scorso. Dall’ostinazione a difendere il suo 352 catenacciaro alla mancanza di coraggio nel credere di più in talenti come Huysen e Yrdiz. Ma gli errori non bastano a spiegare un addio così freddo e duro come quello che gli ha dato la Juventus, senza citare neanche una vittoria di Allegri, come se fosse un nemico da mettere alla porta.

Allegri però è la storia della Juventus, che piaccia o no, dai cinque scudetti di fila fino all’ultima coppa Italia per risorgere dagli abissi. Se il comportamento di Max è stato sbagliato, lo è anche il comunicato di esonero della società. Perché Allegri non è il toscanaccio impazzito di Roma. E’ quello che ha difeso la Juve da solo nell’annus horribilis dell’inchiesta Prisma, e che ha voluto tornare a Torino rifiutando la corte del Real Madrid e dell’Inter.

Allegri è quello che diceva: «Vivere la Juventus è un’emozione che si rinnova ogni giorno. Per me è sempre stato un onore. Un’esperienza che ti segna per la vita». E che spiegava che «gli allenatori cambiano, la società è quella che conta. Il tifoso non deve pensare ad Allegri, è la Juve che devono amare». Forse ce ne stiamo dimenticando tutti chi è davvero Allegri.

Colpa sua, anche. Lo sappiamo benissimo. Ms com’è possibile che l’uomo che diceva parlando di Walter Mazzarri, livornese come lui, che «noi siamo due sanguigni, ma lui lo esprime in modo diverso. Non serve alzare la voce o arrabbiarsi ogni volta, ci sono maniere diverse per essere autorevoli», sia cambiato così tanto all’improvviso? Com’è possibile che sia andato fuori di testa proprio quello che sosteneva, con una certa forza pure, che «se l’autorevolezza di un allenatore deriva dall’urlare, io non ne ho. A me chi urla non trasmette niente, mentre ci sono persone che parlano piano e infondono sicurezza, anche timore»?

Noi non diciamo che non ha sbagliato. Però pensiamo anche che a volte uno sbaglia perché non ce la fa più. E allora ci dispiace che sia finita così per Allegri. Gli errori si pagano e pagherà, non sappiamo come, ma pagherà. Però preferiamo ricordarlo per quel toscanaccio di scoglio che è sempre stato, come lo descrive un compagno di squadra, Marco Negri: «Da giocatore era simpaticissimo, un cavallo pazzo che teneva lo spogliatoio vivo. La battuta del livornese veniva semore fuori». Patrice Evra lo ha adorato: «Conosce tantissimo il calcio ed è una splendida persona. Lui è uno che fa vedere la strada. Ho sempre avuto un grandissimo rispetto per lui, è una persona davvero intelligente». E anche Pazzini: «Ha il grande pregio di essere sempre equilibrato».

Questo è l’Allegri vero, non quello di Roma. Speriamo un giorno di sentirlo di nuovo raccontare che a scuola andava male: «volevo fare il preside, non lo studente. Da giovane mi piaceva molto cazzeggiare, a Livorno siamo così. E mi piace ancora: non si può vivere solo di lavoro. A lavorare 24 ore al giorno, poi ti si fonde il cervello, ti scoppia la testa e non hai ottenuto un bel niente». Che torni a ridere e a far battute. E a incazzarsi di meno.

  
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